Vent’anni di Grest

Si è chiusa con un successo di partecipanti e di esperienze anche la ventesima edizione del Grest organizzato dal Centro Don Bosco di Laives, per permettere ai più piccoli, ma soprattutto ai giovani, di fare esperienze significative nella comunità.

Con la consueta festa di fine estate tenutasi venerdì 30 agosto – cui hanno partecipato bambini, genitori, organizzatori, e i cosiddetti “Gialloni” (gli adolescenti chiamati ogni anno alla responsabilità di prendersi cura dei più piccoli durante i mesi di chiusura scolastica) – si è chiusa con successo anche l’esperienza 2024 del Grest organizzato dal Centro Don Bosco di Laives.
Un’edizione speciale quella di quest’anno poichè – a causa del Covid che ne aveva causato la sospensione nel 2020 – è stato posticipata al 2024 l’edizione numero 20 di questo Gruppo Estivo, da cui l’abbreviazione in GrEst.

San francesco e il sultano
Prezioso per le famiglie che nei mesi di chiusura scolastica devono destreggiarsi tra vacanze dei figli e lavoro, il Grest nasce principalmente però come un progetto educativo rivolto ai giovani, e nello specifico i ragazzi nell’età compresa tra la fine delle medie e quella delle superiori.
Ogni anno, nei mesi invernali, i Gialloni si preparano con il team del Grest su un tema di volta in volta diverso; quest’anno, non a caso, è stato scelto il tema della pace e, nello specifico, l’incontro di San Francesco con il Sultano. Sulla scia di questo avvenimento importante nella vita del Santo, i bambini hanno lavorato ogni giorno tra giochi a squadre, rappresentazioni teatrali e lavoretti in collaborazione con associazioni del territorio. Quest’anno per esempio, il Gruppo Tiro con l’Arco li ha aiutati a costruire una balestra.
Non sono mancate neppure quest’anno le consuete gite, la prima a Mezzolombardo, ospiti dei frati francescani, che hanno organizzato per i bambini una caccia al tesoro, e la seconda, il 29 agosto, al Lago di Coredo con merenda presso il Santuario di San Romedio.
Fulcro del Grest sono ogni stagione le testimonianze: quest’anno, oltre a Don Gianpaolo Zuliani, oggi parroco presso la parrocchia San Pio X di Bolzano ma proprio colui che vent’anni fa diede il via al Grest di Laives, c’è stato anche l’incontro con Don Gianpiero Dal Toso, Nunzio Apostolico in Giordania. Particolarmente significativa poi è stata la testimonianza di un giovane bolzanino di 17 anni che ha raccontato a bambini e ragazzi il suo personale incontro con Gesù.

Un gruppo eterogeneo
83 sono stati i bambini partecipanti. Un numero significativo e – come sottolineano Roberto Lubian e sua moglie Paola Massimio, portavoce del Don Bosco e organizzatori del Grest – è importante ricordare che negli ultimi anni sono stati diversi i bambini di fede non cattolica a frequentare e apprezzare il Grest, in un clima di assoluto rispetto reciproco. Altrettanto significativo è il fatto che, pur essendo un gruppo estivo in lingua italiana, non sono stati pochi i bambini madrelingua tedesca che hanno frequentato volentieri il gruppo. Sempre maggiore è poi il numero dei Gialloni – 57 quest’anno – a riprova che i giovani di oggi hanno voglia di impegnarsi in progetti che richiedano la loro responsabilità; va infatti sottolineato che tutti coloro che seguono il Grest lo fanno a titolo volontario, mettendo quindi a disposizione gratuitamente il proprio tempo.
Anche quest’anno il Grest di Laives ha dimostrato che – al di là del credo religioso – essenziali sono l’impegno, il senso di responsabilità, il rispetto da parte di tutti e – alla fin fine – la voglia di divertirsi e stare insieme.

Redattrice: Raffaella Trimarchi

AIDO: un sì per la vita


Nel corso del 2023 in Italia sono stati eseguiti quattromila trapianti d’organo e duemila donazioni, un record, ma non è ancora abbastanza. I pazienti in attesa di un trapianto sono oltre ottomila, restano troppi i “no” alla donazione. Sono troppi i cittadini italiani in lista d’attesa per un trapianto che potrebbe salvare loro la vita. Vediamo com’è la situazione in Alto Adige. 

Remo de Paola, nato e residente a Bressanone, di professione Ingegnere Civile libero professionista, è presidente al secondo mandato della sezione provinciale dell’AIDO (l’Associazione Italiana Donatori di Organi-tessuti e cellule). Oggi faremo due chiacchiere con lui per conoscere meglio l’associazione e per parlare dell’intensa attività di AIDO nel promuovere sul territorio la cultura della donazione degli organi “post mortem”, per informare e sensibilizzare la cittadinanza su questa importante tematica socio-sanitaria, come pure dell’attuale situazione in Alto Adige ed in Italia per quanto riguarda donazioni, trapianti, lista d’attesa e dichiarazioni di volontà.

Come ha deciso di diventare presidente di AIDO Alto Adige?

Sono ormai da molti anni donatore iscritto all’AIDO e la mia avventura all’interno dell’Associazione ebbe inizio circa un decennio fa, quando fui eletto presidente del gruppo AIDO di Bressanone, divenendo membro anche della sezione provinciale. Quattro anni fa fui nominato presidente provinciale, carica che dura appunto quattro anni, e quest’anno in aprile sono stato riconfermato per il prossimo mandato quadriennale.

Chi lavora in AIDO?

Il gruppo è fondato completamente da cittadini volontari che si battono per la questione e decidono di aiutarci. Senza il lavoro volontario gratuito da loro prestato sarebbe davvero difficile portare avanti la nostra missione. Recentemente è stato rinnovato anche il direttivo sia nella Sezione Provinciale, sia nei Gruppi Comunali di Bolzano e di Bressanone che resteranno in carica fino al 2028, con riconferme e nuovi preziosi innesti, tutti collaboratori volontari.

Quando è stata fondata l’associazione?

L’AIDO nasce a Bergamo nel 1973, da un solerte gruppo di volonterosi ed è da lì in avanti che sono nate numerose sezioni comunali e provinciali, tra cui quella di Bolzano poco meno di cinquant’anni. Si sono costituiti poi via via i gruppi comunali quali: Bolzano, Bressanone oltre quarant’anni fa e anche quello della Val Venosta. Attualmente la nostra sede si è spostata presso il centro Premstraller in via Dolomiti 14, in locali funzionali forniti dal Comune di Bolzano.

Qual è la vostra missione?

Il compito principale della nostra Associazione è quello di sensibilizzare la popolazione sull’importanza della volontà di donare (soprattutto post mortem) gli organi per possibili trapianti. Ci occupiamo di diffondere la cultura della donazione: nelle piazze, nelle scuole, e in tutti i luoghi in cui sia possibile, affinché tutti vengano sensibilizzati sull’importanza del dono, con particolare attenzione alle nuove generazioni. 
Provvediamo alla raccolta, per quanto di competenza, di dichiarazioni di volontà favorevoli alla donazione di organi, tessuti e cellule post mortem e promuoviamo stili di vita sani atti a prevenire l’insorgere di patologie che possano richiedere come terapia il trapianto di organi.

Perché un sì può fare la differenza?

Perché rispondere sì alle richieste di adesione alla volontà di donare? La risposta seppur complessa è in realtà molto semplice: più donatori potenziali consentono al sistema dei trapianti di poter avere più donazioni e quindi di poter potenzialmente effettuare più operazioni che salvano vite, altrimenti destinate a sicura morte (salvo alcuni casi ove la tecnologia supplisce per esempio con dialisi).

Come siamo messi in Italia per quanto riguarda il numero di donazioni e trapianti?

L’Italia si pone all’avanguardia in Europa per numero di donazioni e di trapianti; siamo secondi solo alla Spagna. Le strutture situate su tutto il territorio nazionale si adoperano, seguendo severi protocolli sanitari internazionali, a far si che i trapianti abbiano successo. Le persone in Italia in attesa di trapianto sono oltre 8.000, a fronte di circa 3.400 trapianti effettuati.

Quanti possibili donatori sono presenti nella nostra regione?

Non è noto il numero esatto di persone in lista d’attesa nella provincia di Bolzano, ma di certo si sa che i donatori iscritti AIDO hanno superato la cifra di 15.000 persone. È importante citare il lavoro delle anagrafi comunali che consentono di scrivere sulla carta d’identità la propria volontà al dono; per non parlare dell’attività di altre benemerite Associazioni.

Questo numero come può essere aumentato?

L’AIDO, riconosciuto dal Ministero della Sanità come parte attiva della campagna di sensibilizzazione, ha come obiettivo minimo quello di equilibrare il numero delle donazioni con quello delle richieste, un compito non facile! Molte persone, per i più disparati motivi, non ritengono di dover aderire e questo pone la nostra Associazione nelle condizioni, ove possibile e senza mai forzare in alcuna maniera le singole volontà, di far capire l’importanza di un gesto di immenso peso che potrebbe salvare altre vite.

Con i trapianti come ce la caviamo nella città Bolzano?

La città di Bolzano, presso l’ospedale San Maurizio, ha un reparto dedito ai trapianti, anche se poi le operazioni vengono eseguite in centri specializzati, quali il centro trapianti della clinica universitaria di Innsbruck, grazie alla stretta collaborazione specialistica (e qui devo spendere parole di elogio al sistema sanitario dell’Alto Adige). Altri centri in Italia sono in contatto al fine di rendere possibile in tempi brevissimi i prelievi e quindi i successivi trapianti.

Cosa direbbe alle persone che decidono di non aderire ad un programma di donazione post mortem?

Non ritengo di dover fare appello alla coscienza dei cittadini, ma mi permetto solo di ricordare quante persone, concittadini ed altoatesini, sono in grado di vivere una vita “normale” grazie alle persone che hanno scelto di donare. Il sottoscritto ha potuto personalmente capire il valore di cosa significhi quanto sopra detto, perché se la propria figlia continua a vivere una vita normale, è proprio perché, grazie ad un anonimo donatore, ha ricevuto due nuovi polmoni sani, senza i quali la sua vita sarebbe terminata senza speranza di guarigione.

Autore: Niccolò Dametto

Una palestra a cielo aperto e… gratis

Un altro pezzo del progetto portato avanti dalla passata amministrazione comunale a favore soprattutto dei giovani, ma non solo, ha visto di recente la luce. Dopo la sistemazione e l’ampliamento della pista da skate, sono apparsi ora presso l’area sportiva Galizia di Laives anche degli attrezzi da fitness nuovi di zecca, per poter svolgere attività fisica all’aperto gratuitamente. 

Da anni, in molte aree urbane dell’Alto Adige si lamenta una carenza di spazi di aggregazione per i giovani. Da qui è nato il progetto dell’assessorato al sociale e ai giovani dell’appena trascorsa amministrazione comunale, guidato a suo tempo dall’assessora Claudia Furlani, con l’intento di riqualificare l’area sportiva Galizia, ampliando lo spazio e le attrezzature a libera disposizione di tutta la cittadinanza che desideri farne uso. L’occhio di riguardo va appunto proprio ai giovani – dando quindi spazio a attività meno “istituzionali” come il calcio, che già si pratica proprio a Galizia – ma rimanendo comunque in un ambito per così dire controllato. L’installazione nei mesi passati della pista per lo skate, gestita nella manutenzione e utilizzo dal Centro Don Bosco,  ha infatti dato un buon riscontro in termini di presenze da parte dei giovani e si spera ora – almeno in coincidenza con il calo delle temperature roventi di questo periodo – di poter dire altrettanto dell’area fitness. 

Il progetto prevede inoltre – proprio per rimanere in tema di temperature – anche la piantumazione di alberi, per favorire l’utilizzo dell’area anche nei periodi più caldi. Ma non è tutto. Sempre più gettonata tra i più giovani è infatti la pratica del “Pumptrack”, una attività sportiva che si pratica lungo un circuito ondulato con paraboliche, percorribile con mountain bike, skateboards, Bmx, rollerblades e monopattini. 

Ciò che rende particolare tale attività fisica è l’uso della spinta del corpo, “pompando” quindi il movimento senza l’ausilio di piedi o pedali – da qui anche il nome. Accanto alla pista da skate e agli attrezzi dovrebbe quindi prendere vita nei prossimi tempi proprio questa novità, con una particolarità in più: l’installazione è stata affidata ad una coppia di giovani laivesotti, che provvederanno a realizzare la pista in materiale plastico riciclato al 100 per cento, ideato proprio da questi due ragazzi di Laives. 

è un motivo di ulteriore di soddisfazione per il territorio, quello di poter valorizzare anche l’operato di giovani imprenditori del posto, con la speranza che la struttura venga apprezzata dalla comunità e anche preservata. 

Anche nel caso di questa struttura, sarà il centro Don Bosco a occuparsi della gestione, per trasformarla in uno spazio di aggregazione sempre più riconoscibile da parte dei ragazzi del posto, ovvero come uno spazio a misura delle loro esigenze. Va detto che all’interno del progetto era inoltre contenuta l’idea di creare zone di aggregazione simili anche all’interno delle varie frazioni del comune. Ora, la palla per portare a termine il progetto a Galizia e, eventualmente, estenderlo appunto alle frazioni, è passata alla nuova amministrazione comunale. Sarà da attendere invece qualche mese per poter fare un primo bilancio sull’apprezzamento di questa novità da parte della comunità ma è certo che qualsiasi incentivo all’aggregazione sana e alla pratica di attività sportiva all’aperto sia da valutare sempre in maniera positiva, in tempi dominati dall’uso e abuso di social e apparecchiature elettroniche nella solitudine di una stanza, da parte dei giovani. Ben vengano quindi questa e altre future – si spera – iniziative che vadano in questa direzione.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Spartan race: tra fango e sudore sul tetto del mondo


La Spartan Race è una gara ad ostacoli estrema, nata in America da un gruppo di ex militari nel 2010 e diffusa in tutto il mondo successivamente. L’idea di base è quella di simulare i percorsi di guerra a cui si sottopongono i militari durante l’addestramento. La gara prevede ripide arrampicate, corse con pesi, rotolamenti nel fango, lancio del giavellotto, passaggi sotto il filo spinato, superamento di energumeni che ti ostacolano con mezzi di respingimento, e tanti altri ostacoli. In Alto Adige abbiamo uno degli atleti più forti degli ultimi tempi, vicecampione europeo nel 2021, campione europeo nel 2023 e campione del mondo nel 2024. Il suo nome è Luca Pescollderungg. Oggi andiamo a conoscerlo meglio e a farci raccontare di più su questo sport.

Ciao Luca, da dove vieni e quali sono le tue passioni… 

Mi chiamo Luca Pescollderungg ho trentatré anni e vengo da La Villa in Alta Badia. Abitando nel mezzo delle Dolomiti mi piace molto praticare sport outdoor, mi piace correre in montagna e andare in bici da corsa, ogni tanto vado arrampicare e pratico le Spartan che sono lo sport dove ho iniziato a competere e ho avuto ottimi risultati.

Come ti sei avvicinato al mondo delle Spartan?

Un giorno un mio amico mi ha parlato di questo sport che veniva dall’America: la Spartan Race. Devo ammettere che mi ha incuriosito molto, sono andato a casa, ho aperto il loro sito per informarmi un po’ meglio e mi sono iscritto alla mia prima gara. Settembre 2016, ero già sulla linea di partenza per la mia prima gara di Spartan a Kitzbuhel, in Austria. Mi sono iscritto nella categoria non competitiva, da lì mi sono subito innamorato di questo sport.

Come funziona una gara Spartan?

Le Spartan sono gare di OCR (Obstacle Course Race) dunque sul tragitto corri e trovi degli ostacoli naturali o artificiali che devi superare. Quelli naturali possono essere per esempio dei fiumi da guadare o degli alberi da oltrepassare. Gli ostacoli artificiali invece sono delle strutture che vengono appositamente montate e devi riuscire a passarle senza cascare; se caschi ci sono i giri di penalità che consistono in giri in cui ti fanno trasportare una catena molto pesante oppure un sacco di sabbia o un grande sasso.

Nelle foto in gara sei sempre molto sporco… 

Di fango ne trovi! Le prime gare Spartan erano più sporche, lì veramente ci facevano sporcare tantissimo, adesso lo sport si è un po’ evoluto ed è diventato più professionale. 

Quante volte a settimana ti alleni?

Mi alleno tutti i giorni circa due/tre ore al giorno. Purtroppo, non sono un atleta professionista, sono campione del mondo ma non ho mai avuto la fortuna come altri atleti che vengono da altri Sport di avere grossi sponsor che ti permettono una sicurezza economica e di poterti concentrare unicamente nello sport che ami. Lo faccio solo per passione e per me un vantaggio perché sono lì sulla linea di partenza che guardo gli atleti professionisti o che fanno solo un lavoro part-time e mi dico che non ho nulla da perdere, sono solo loro che devono temere di me. 

Che allenamenti fai?

I miei allenamenti consistono per lo più in sessioni di corsa, mi alleno molto correndo in montagna in più faccio degli esercizi di grip (come quelli che fanno gli arrampicatori), faccio trazioni e molti esercizi concentrati sulla forza.

Consiglieresti ad un ragazzo di iniziare a praticare questo sport?

Spero che prima o poi tanti giovani inizino a fare questo sport perché è veramente uno sport bellissimo dove devi essere un atleta completo, durante le Spartan serve molta forza e soprattutto tanta testa perché non sai mai quanto è dura, ci sono i trasporti che fanno da variabile, non sai mai quanto peso ti caricano né quanto sono lunghi. Il bello è anche questo, mentalmente non riesci proprio a fare una strategia, non è così prevedibile come tenere il ritmo per quarantadue chilometri.

Autore: Niccolò Dametto

Siamo tutti stranieri?


In provincia di Bolzano parlare di stranieri non è mai stato né semplice né facile. Per riordinare un po’ le idee e metterci nei panni di coloro che ci hanno raggiunto di recente, per un motivo o per l’altro, abbiamo pensato di farci aiutare da un sociologo: Adel Jabbar.

Adel Jabbar è un appassionato di storia e geografia approdato alla sociologia per comprendere la dinamica dell’agire umano in rapporto allo spazio e al tempo. Questa passione lo ha condotto a fare ricerca nell’ambito dei processi migratori e della comunicazione interculturale. Libero docente e collaboratore di istituzioni accademiche nell’ambito del pluralismo culturale e religioso, ha insegnato in diversi atenei e ha partecipato a diverse ricerche e numerose pubblicazioni nell’ambito dell’immigrazione. Redattore della rivista “Il Cristallo” (BZ) è curatore di molteplici eventi cinematografici e artistico-letterari.

L’INTERVISTA

Spesso tendiamo a pensare socialmente all’Alto Adige come ad un unicum a livello mondiale. Questo come se nel resto del mondo i territori, a differenza che da noi, fossero tutti caratterizzati dalla presenza di un unico popolo e un’unica lingua. Siamo davvero unici? Siamo un’isola?

Ecco: partiamo da qui. Secondo me neanche un’isola è… isolata. è infatti accarezzata dall’acqua, dalle onde, dalle varie tempeste e dai venti. Poi basta che pensiamo a Robinson Crusoe di Defoe: l’isola è un vero e proprio mondo, fatto di tante cose, e poi lui incontra Venerdì; non è solo. Parlando dei movimenti migratori mi capita di fare riferimento spesso alla mia storia: io sono nato infatti a Baghdad, che oggi si trova in Iraq. Noi abbiamo sedimentato nella nostra percezione l’idea che molti eventi della storia più antica dell’uomo si siano svolti proprio lì in quella zona. Poi ci sono Adamo ed Eva, le prime due persone, entrambi migranti, extraterrestri. A ben vedere anche loro sono stati catapultati, da irregolari, nel giardino dell’Eden. Queste storie raccontano quello che è tipico delle specie viventi in grado di camminare, essere umani ma non solo. Siamo il prodotto di processi di trasformazione, di lunghi percorsi e – in definitiva – lunghissime camminate. Il fatto di viaggiare è rimasto nell’indole dell’essere umano, oggi lo facciamo per motivi turistici, di lavoro, di studio, di esplorazione. La nostra passione per cavalli, bici, moto, treni e aerei, auto sportive…, nasce da qui. La nostra indole è nel movimento. Se partiamo dall’idea che il movimento è la sostanza della storia e della nostra esistenza, dove sta allora la nostra famosa unicità?

In provincia di Bolzano da un certo punto di vista gli “italiani” vedono i “tedeschi” come “stranieri”, ma anche i sudtirolesi vedono gli “italiani” allo stesso modo. Poi “italiani” e “tedeschi”, insieme, vedono gli immigrati come “stranieri”. La stessa cosa naturalmente la fanno gli immigrati che – a loro modo e partendo dalla loro esperienza e provenienza – vedono “noi” come stranieri. In sostanza: in un modo o nell’altro qui siamo tutti stranieri…

Sì, e questo è un vantaggio perché in questo modo le persone continuano a interrogarsi. Questo atteggiamento naturalmente può portare sia ad un’apertura che a una chiusura nei confronti degli “altri”. Interrogarsi richiede energie, anche psichiche, in un processo che non tutti sono in grado di affrontare, guardando altri orizzonti e incontrando cambiamenti. Gli essere umani hanno bisogno anche di certezze, che sono legate alle abitudini. E lì nasce un problema esistenziale: da una parte c’è la necessità e il diritto (libertà) di cambiare, dall’altra le certezze da preservare.

Sì, e bisogna riuscire a trovare un equilibrio tra queste due dimensioni. E per fare questo ci vuole anche e soprattutto un lavoro pedagogico. Ma chi lo svolge?

La scuola? La politica? I vari attori e le varie agenzie nella società?

Una volta si parlava soprattutto della scuola e dei suoi educatori. Oggi non credo che sia più così. Una volta si pensava che la scuola avesse anche lo scopo di “formare”, ma anche delimitare lo spazio di manovra della mente. In ogni caso la scuola ha anche sempre fornito degli strumenti. Attraverso letture, conoscenze, una spinta a guardarsi intorno, la scuola è stata senz’altro un’agenzia di socializzazione fondamentale anche nel guidare la trasformazione della società. Ma oggi molte altre realtà competono con la scuola, da questo punto di vista.

In Alto Adige la scuola ha anche la caratteristica peculiare di essere monolingue, a fronte di una popolazione che nasce con due diverse madrelingue d’origine, ma che poi si vorrebbe tutta magicamente plurilingue.

Noi viviamo in un contesto che ha una storia particolare e dove da un certo punto di vista è legittimo che un gruppo che si sente fagocitato, cerchi di tutelare il proprio patrimonio linguistico e culturale. Ma anche qui è una questione di equilibrio tra le certezze da preservare e il cambiamento che è ineluttabile. Gli equilibri vanno mantenuti, ma anche prodotti, e devono comunque essere anche sempre “aggiustati”. Naturalmente in questo senso anche la politica gioca un ruolo fondamentale.

Come vivono gli stranieri in Alto Adige? è una terra amica dei migranti?

Per molti quella di emigrare è una necessità. E sto parlando di motivi di lavoro, non di profughi di guerra o esiliati. La maggior parte della migrazione oggi è spinta da necessità materiali. Si parla di migranti economici, ma spesso le motivazioni possono anche essere ambientali o legate ai diritti. Le motivazioni a volte sono molteplici e coincidono. Ma non tutti quelli che hanno un bisogno poi partono, sono solo alcuni quelli che lo fanno. Questi alcuni sono animati dal desiderio di affermarsi in qualche modo, si tratta di un bisogno personale. Vanno verso una “terra promessa”, ma che in realtà non è stata promessa a nessuno. Arrivare in una terra non promessa implica già in partenza la necessità di fare i conti con le proprie illusioni. La vita del migrante per motivi di lavoro non coincide quasi mai con le proprie aspettative. Quando un immigrato arriva in provincia di Bolzano trova un contesto in cui si parlano due lingue invece che una, entrambe necessarie per sopravvivere e accedere alle varie opportunità disponibili. Quando arrivano in Alto Adige gli immigrati devono rapportarsi con un’area di confine che ha una storia particolare e delle persone che hanno delle sensibilità che partono da memorie storiche diverse tra loro. Al migrante tocca vivere questo e non è mai facile. Dobbiamo ricordarci che, per un migrante, l’approdo non è mai la soluzione del problema, ma solo il primo passo. Di un lungo processo di interazione che possiamo chiamare in tanti modi: integrazione, inserimento, inclusione… Per molti aspetti si vivono rinvii e lunghe attese. E nell’emigrazione isolarsi a volte è anche una forma di protezione, rispetto all’esporsi in un tessuto sociale per il quale spesso non si hanno tutti gli strumenti necessarie per affrontarlo.

Sì. Ad essere vissute ci sono poi due diverse realtà, quella materiale e quella “affettiva”.

Sul piano materiale ovvero del mercato del lavoro direi che la maggior parte dei migranti in Alto Adige trovano una soluzione. Ma, appunto, si tratta solo di un tassello della vita. Per il resto le persone tendono a voler coltivare le certezze che hanno acquisito nel paese d’origine.

Stiamo parlando di un background culturale, della propria storia nel paese d’origine, di una lingua, una religione, aspetti che continuano tutti ad essere coltivatati in qualche modo, individualmente oppure in gruppo… magari annacquando un po’ la cosa con il passare degli anni.

è una dimensione affettiva appresa dalla famiglia e dal vicinato nel paese d’origine. Sono aspetti fondamentali per la vita delle persone che, tra l’altro, è difficile ricostruire in maniera solida nel nuovo luogo in cui si va a vivere. A volte agli immigrati una certa separazione è dunque necessaria, anche per riuscire a gestire il difficile rapporto con l’ignoto. Con il tempo poi la situazione cambia.

Cambia in che modo?

Si instaura un rapporto tra memoria e progetto. La memoria è relativa al bagaglio che si ha dentro, il progetto è invece quello che si deve costruire. C’è quindi un adattamento, che qualcuno chiama aggiustamento identitario. Preferisco non usare il sostantivo “identità”, perché è meglio focalizzarsi sulla strategia che viene messa in atto. L’aggiustamento avviene poi su diversi piani: lavoro, dimensione abitativa, riconoscimento sociale e culturale, ecc.

Probabilmente non siamo consapevoli di queste dinamiche che ogni immigrato in un modo o nell’altro deve attivare. Tendiamo magari invece a vedere solo l’aspetto religioso come preponderante. Da qui l’idea stereotipata dello straniero che in via esclusiva rivendica la sua religione e, magari, vuole anche imporcela…

Il discorso religioso a mio parere viene strumentalizzato. La religione oggi in Alto Adige non viene più vissuta così intensamente, ma questi temi sono ancora in grado di colpire le sensibilità. Se ci sono degli immigrati di religione cattolica, non è che questo li aiuti più di tanto a livello di riconoscimento sociale. E quando gli italiani a suo tempo sono emigrati in Germania non è che lì abbiano ricevuto chissà quale riconoscimento in quanto cattolici. La stessa cosa vale anche in Alto Adige. Qui entrambi i gruppi linguistici sono cattolici, ma questo ha aiutato nella costruzione della convivenza?

Eh già. All’interno della diocesi i due gruppi linguistici vivono divisi quasi al 100%, nella pratica dei riti e nella vita comunitaria.

In giro per il mondo ci sono un sacco di conflitti e spesso la religione non è determinante. Ad esempio oggi gli Ucraini, ortodossi, sono in guerra con i Russi, ortodossi pure loro. E pensare che a suo tempo l’evangelizzazione della Russia partì proprio da Kiev.

Il mondo musulmano viene visto come una cosa unica e in realtà ad essere sotto la lente sono soprattutto una serie di aspetti culturali: il ruolo della donna, una certa idea di famiglia…

I modelli si evolvono, sia nella terra d’origine che nella versione riveduta e corretta nella terra d’emigrazione. Io eviterei le generalizzazioni, perché non aiutano. I modelli di famiglia poi sono molto diversi tra loro, non solo tra le varie comunità che si richiamano all’Islam, ma anche all’interno delle stesse comunità. Il vissuto religioso di per sé è molto diverso tra Marocco e Bangladesh, Senegal e Iran, Afghanistan e Tunisia, Indonesia e Pakistan, solo per fare alcuni esempi. E la cosa vale anche per i cattolici. Tra un cattolico svizzero e uno dell’Uganda, tra uno del Brasile e un altro delle Filippine, ci sono grandi differenze, no? Le regioni poi vengono interpretate dalle singole persone. E le persone non sono clonate. Se fosse così noi a Bolzano saremmo tutti uguali, e invece… I riferimenti valoriali sono diversi e non per nulla c’è una dialettica, che spesso può anche generare contrapposizioni. Quando siamo partiti in questa conversazione il tema era la presunta unicità dell’Alto Adige. Io parlerei invece di specificità. Ecco: quella c’è senz’altro.

Qual è la nostra specificità?

Non siamo molto condizionati dalla concetto di stato/nazione e questo concetto è legato alla specificità di solo alcuni paesi occidentali. Ma in realtà se andiamo a vedere ad esempio la Francia, che noi tendiamo a vedere come uno degli stati più “compatti”, in realtà anche lì ci sono mille

sfumature legate ai territori d’oltremare e ai moltissimi cittadini che provengono dalle colonie.

Dal punto di vista politico gli immigrati quale realtà sentono più vicina?

Probabilmente le istituzioni territoriali più piccole. Tant’è vero che in consiglio comunale a Bolzano sono presenti ben quattro consiglieri con background migratorio. Non è una situazione frequente e tra l’altro nessuno di loro fa riferimento a partiti di sinistra, notoriamente molto più attivi sulle politiche pro immigrati.

Probabilmente hanno costruito il loro consenso anche e soprattutto attraverso i loro rapporti con i non immigrati.

Proprio così. E non dobbiamo dimenticare che anche nelle comunità d’origine ci sono diversi orientamenti politici, che gli immigrati portano con sé nella loro nuova realtà.


Luca Sticcotti

Rita Chiaromonte: l’impegno per la scuola anche oltre la scuola


Maria Rita Chiaromonte è stata insegnante, dirigente scolastica e ispettrice per l’integrazione. Ha collaborato al Nucleo operativo del Comitato di valutazione del sistema scolastico. Per l’Università di Bolzano è stata docente a contratto presso la Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario per l’insegnamento della Didattica Speciale. Dopo il pensionamento, in seno al Soroptimist International d’Italia, è tornata ad occuparsi di scuola e in particolare del dilagante problema del Bullismo e del Cyberbullismo, creando con altre esperte materiali che potessero essere di sostegno alle famiglie oltre che ai docenti.

Come siete arrivate a creare un gruppo di lavoro sul bullismo?

Il Soroptimist ha creato un gruppo di lavoro formato da soggetti della società civile: esperte del settore, psicoterapeute e psicologhe, funzionarie delle forze dell’ordine, genitori, magistrate, dirigenti scolastiche, docenti, studenti.

Il vostro gruppo di lavoro ha creato anche del materiale informativo?

Il Club Soroptimist International si è impegnato a realizzare un’agile guida intitolata Contro il Bullismo e i Cyberbullismo, rivolta essenzialmente a genitori e insegnanti. Nella seconda parte compaiono le domande dei genitori e le risposte delle psicoterapeute. Nella terza parte vi sono le testimonianze toccanti dei ragazzi vittime di bullismo.

Cosa è il bullismo?

Il bullismo è una forma di comportamento aggressivo e prepotente caratterizzato da intenzionalità, sistematicità e asimmetria di potere Il bullismo può essere fisico, verbale

o psicologico.

Che cos’è il cyberbullismo?

Il cyberbullismo o bullismo digitale è una forma di aggressività sociale molto pericolosa perché, sfruttando la tecnologia, internet e i social media può diventare più veloce, pervasiva, diffusa, distruttiva e anonima. Si giunge velocemente alla public shaming, che è l’umiliazione pubblica di un individuo.

Quali sono i ruoli nel bullismo?

Il bullismo è un fenomeno di gruppo e sei sono i ruoli identificati: il bullo/la bulla, l’aiutante del bullo, il sostenitore del bullo, la vittima, il difensore della vittima, l’esterno.

Il bullismo è un comportamento solo maschile?

Da sempre il bullismo è stato trasversale ai generi ma a partire dal 2019 il bullismo al femminile ha avuto un vistoso aumento.

La scuola può contrastare il bullismo e il cyberbullismo? Come interviene?

I doveri dei dirigenti scolastici e degli insegnanti – in quanto Pubblici Ufficiali – sono in primo luogo l’elaborazione e l’utilizzo del “Il Protocollo di prevenzione del bullismo e del cyberbullismo”, documento indispensabile che viene condiviso con i genitori. Molto importante è anche l’istituzione del Team Antibullismo costituito dal dirigente scolastico e dai referenti per il bullismo-cyberbullismo, dall’animatore digitale e da altre professionalità presenti all’interno della scuola (psicologo, pedagogista, operatori).

Se tali risorse non fossero sufficienti?

Il dirigente scolastico, l’insegnante, il genitore, l’educatore devono attivare senza ritardo le autorità competenti: i Servizi minorili, le Forze di Polizia e l’Autorità Giudiziaria attraverso: modalità quali la segnalazione, la denuncia, la querela, l’ammonimento.

Cosa si intende per segnalazione?

La segnalazione è un atto redatto da qualsiasi persona o istituzione che sia venuta a conoscenza di una situazione lesiva o pericolosa per la salute psichica o fisica di un minore con cui si comunica ai Servizi Sociali, a un Ufficiale di Polizia Giudiziaria o all’Autorità Giudiziaria una preoccupazione relativa alla situazione di pericolo per uno studente.

Cos’è la “denuncia”?

È la segnalazione obbligatoria con la quale il Pubblico Ufficiale rende noto all’Ufficiale di Polizia Giudiziaria o all’Autorità Giudiziaria un fatto che può costituire un reato perseguibile.

Cos’è la “querela”?

È uno strumento che prevede un “richiamo” da parte dell’Autorità di Pubblica Sicurezza all’autore di cyberbullismo. Si può presentare al Questore la richiesta di ammonire uno o più minori (di età compresa tra 14 e i 18 anni non compiuti), autori delle condotte sopracitate.

Una marmotta nel parcheggio del negozio


Qualche mese fa un grifone; adesso una marmotta: pare proprio che la zona di Laives piaccia agli animali selvatici: nei giorni scorsi, infatti, una marmotta di quasi due anni è stata trovata e catturata nel garage di un supermercato di San Giacomo. Era sana ed è stata liberata sul Corno Bianco.

Il Servizio forestale della Provincia è stato allertato venerdì scorso: c’era una marmotta nel garage di un supermercato di San Giacomo di Laives. “I vigili del fuoco volontari avevano già catturato l’animale e lo avevano messo in una gabbia per il trasporto”, riferisce Alberto Palmarin, del Posto di gestione fauna selvatica sud del Servizio forestale. Secondo il biologo faunistico Davide Righetti, che ha assistito a un sopralluogo in loco, si trattava di una marmotta autoctona subadulta, in parole semplici un animale al secondo anno di vita.

“Non c’è una spiegazione logica su come la marmotta sia finita a San Giacomo. La colonia di marmotte più vicina si trova a circa 15 chilometri di distanza in linea d’aria, nella zona di Passo Oclini”, spiega Righetti.

Le ipotesi sono molteplici e vanno dal trasporto involontario da parte di un veicolo (camion o altro) alla migrazione spontanea dell’animale, alla perdita di orientamento. Non è stata ancora trovata una spiegazione plausibile. Ma non è la prima volta che una marmotta viene trovata in cattive condizioni a fondovalle, ad esempio alla confluenza dei fiumi Talvera e Isarco.

L’animale era spaventato e lo esprimeva fischiando forte; è stato poi liberato in natura dal personale del Servizio forestale nell’area del Corno Bianco, a Passo Oclini.

Non succede spesso, ma gli animali selvatici si avventurano nelle aree abitate. “Nel Servizio forestale esiste un ufficio separato per la gestione degli animali selvatici. I dipendenti tengono d’occhio lo sviluppo delle varie specie di animali selvatici protetti e cacciabili, la loro salute, il loro numero e i danni che causano”, spiega Luis Walcher, assessore provinciale all’Agricoltura e alle Foreste. Le marmotte sono una specie cacciabile in Alto Adige e la caccia a questi roditori è strettamente regolamentata. Da un lato, esistono habitat protetti in cui la caccia è generalmente vietata. La caccia è aperta per 30 giorni a settembre: un numero fisso di animali può essere abbattuto prima nelle aree danneggiate e poi nelle aree di caccia.

Debutto perfetto per il contest musicale


Sono i “Carpa and Band”, da Trento, i vincitori del il HoE Contest 2024, un concorso per gruppi musicali e solisti emergenti autori e interpreti di musica originale andato in scena nel corso della Sagra del pesce di Bronzolo. Alla Pinara Thomson. Secondo classificato Dirlinger, da Cattolica, e terzo Deghejo da Treviso.

La Cooperativa Sociale Home Of Expression (HoE) di Laives promuove la musica e l’arte in generale, dando spazio a chi cerca un modo per esprimersi e sensibilizzando sulla tematica sociale; l’obiettivo principale è di aiutare i giovani talentuosi ad emergere, fornendo loro un supporto reale per sviluppare la propria musica.

Presentate da Chiara Sartori, venerdì 12 luglio a Bronzolo si sono esibite sette band provenienti da tutta Italia, con la presenza di giurati di talento, tra cui Claudio Pisoni, Eva Massardi, Martina Capovin, MardRe e Katia Tenti.

Inoltre sono state create opportunità per i partecipanti del concorso di esibirsi in altre località italiane grazie alla collaborazione tra associazioni e cooperative simili a HoE Contest in tutto il paese. Il progetto inoltre ha offerto un podcast curato da Tommy Roses, che ha fornito supporto e feedback ai partecipanti del contest.

Il progetto principale di HoE per quest’anno si chiama “Cultivate your Passions”, progetto ideato da Ruben Sadei (presidente del Centro Giovanile Flowers) che ha unito le forze di alcune associazioni e cooperative locali per sensibilizzare sui temi sociali rivolti ai giovani dai 13 ai 25 anni. L’obiettivo è utilizzare le loro passioni ed interessi per avvicinarsi ai giovani e offrire loro un ambiente guidato e attento per esprimere la loro creatività e passione. L’evento è stato una grande occasione per chi desiderava condividere la propria passione per la musica in un ambiente di socialità e relazione.

Inoltre la Sagra del Pesce ha offerto l’opportunità di provare la cucina locale per tre giorni consecutivi e la possibilità di diventare volontari nell’organizzazione del progetto. HoE Contest 2024 e la Sagra del Pesce hanno dimostrato l’importanza di unire le forze tra associazioni e cooperative per promuovere la musica e la cultura locale.

Orienteering, in natura e in città

L’orienteering è uno sport che coniuga abilità fisiche e mentali, portando i partecipanti a misurarsi in ambienti naturali e urbani attraverso percorsi studiati nei minimi dettagli. Oggi ci immergiamo in questo mondo, esplorando le attività del Gruppo Orientisti di Bolzano con l’aiuto di Enrico Frego, tecnico federale ed esperto in questo campo. Per chi non conosce l’orienteering, il primo segnale distintivo sono le lanterne colorate disseminate lungo il percorso di gara.

L’INTERVISTA

Enrico Frego, cos’è l’orienteering? E come funziona?

L’orienteering è una disciplina che viene chiamata anche sport dei boschi perché si pratica all’aperto, prevalentemente nel bosco. è nata circa duecento anni fa in Scandinavia. In un certo senso è un gioco adatto a tutti, in cui si utilizzano una carta topografica – realizzata appositamente con segni convenzionali unificati in tutto il mondo – ed una bussola. Si può gareggiare individualmente o in squadra, transitando attraverso diversi punti di controllo posti sul territorio. Quando si raggiunge il punto di controllo, contrassegnato dalle lanterne, ci si registra con il proprio testimone. Vince chi impiega il tempo minore. In questo sport, però, non vince necessariamente il più veloce, ma chi è in grado di orientarsi più rapidamente o chi si organizza meglio, cioè chi fa le scelte di percorso migliori. Si divide in quattro discipline: corsa orientamento, mountain bike, e nella versione invernale, con sci da fondo. La corsa è la regina delle pratiche sportive dell’orientamento, con percorsi molto lunghi, medi e brevi. I percorsi brevi generalmente si tengono nei centri storici delle città. La quarta disciplina è il trail-O detto più semplicemente orientamento di precisione. è nata per dare spazio anche a disabili, ma è praticata insieme a persone normodotate, creando gare interessanti dove tutti sono posti sullo stesso livello; è riconosciuta dal Comitato Paralimpico. Le gare nelle quattro specialità si svolgono su tutto il territorio nazionale ed internazionale, creando un interessante binomio di sport e turismo.

Lei è anche un esperto nel posizionamento dei percorsi, giusto?

Sono tecnico abilitato alla creazione di percorsi agonistici, ma ho una grande propensione nella ideazione di percorsi a titolo divulgativo di questo meraviglioso sport.

Prima accennava al Comitato Paralimpico. L’orienteering è uno sport olimpico?

Questo è un progetto su cui si lavora molto anche grazie anche alle nuove tecnologie, (droni, gps, maxi schermi ecc.), ma ci  sono molte difficoltà logistiche, che rendono difficile l’intento..

Come GOB, Gruppo Orientisti Bolzano, siete molto noti per la vostra accoglienza e specializzazione nella divulgazione di questo sport. Cosa fate esattamente?

Pur essendo la squadra attiva più antica d’Italia, oggi siamo noti più per la nostra attività divulgativa, formativa e ludica che agonistica. Quest’anno, ad esempio, abbiamo coinvolto ragazzi e genitori organizzando dodici incontri utilizzando varie ”arene” bolzanine come il Parco Petrarca, le passeggiate del Guncina, Il Parco Firmian, il Bosco dei Bricconi, la Sport City a Bolzano. Ma ci siamo mossi anche nei dintorni come ad esempio al Colle o a Maso Ronco, ma anche al Grand Hotel di Dobbiaco per una due giorni di immersione nell’orientamento.

Parliamo degli appuntamenti nel centro storico di Bolzano.

Da anni proponiamo percorsi tematici in centro, che uniscono all’orientamento la possibilità di scoprire aspetti della nostra città. Si tratta di temi adatti a tutti, dai più piccoli ai “bambini” di 90 anni. La proposta spazia dalle piccole curiosità a temi legati all’ambiente, come il verde e l’acqua: ma può riguardare sconosciute “opere d’arte” fino a veri e propri percorsi didattico-artistici o storici, molto richiesti dalle numerose scuole che ogni anno raggiungono la nostra città per visitare Oetzi e che “giocando” prospettano una nuova divertente forma di visita ai propri insegnanti e scolari. I percorsi sono frutto di una minuziosa raccolta dati, effettuata ancora nel 2010 – insieme a oltre 2000 fotografie catalogate di particolari punti del centro storico – unitamente al continuo lavoro di aggiornamento della mappa, adattabili di volta in volta alle esigenze del richiedente di turno. I vari punti servono sì a scoprire parti sconosciute o quasi della nostra città, ma soprattutto a far riflettere e a far nascere domande in modo che il partecipante incuriosito possa in autonomia approfondire i temi proposti. Scopriamo spesso che altre realtà utilizzano le nostre mappe. Questo non ci infastidisce, anzi, ci fa piacere, ma gradiremmo che si citassero le fonti o, meglio ancora, che ci interpellassero direttamente, in modo da fornire loro materiale aggiornato. Quando prepariamo delle mappe per i bambini delle elementari, ci assicuriamo di predisporre percorsi sicuri, sempre in accordo con le loro maestre o maestri, evitando attraversamenti pedonali e cantieri. Tuttavia, c’è chi utilizza ancora mappe nostre di qualche anno fa, che segnano elementi architettonici della città, alcuni dei quali, a causa di lavori, non esistono più. Per questo preferiamo essere contattati, non solo per correggere le mappe, ma soprattutto per predisporle in modo tale da non perdere di vista lo scopo ultimo: migliorare la capacità di’orientamento, divertendosi.

Chi è interessato alla vostra attività dove può documentarsi? Come si entra in contatto con voi?

La cosa più facile per trovarci, almeno per chi ha Facebook, è seguire la pagina del Gruppo Orientisti Bolzano, dove pubblichiamo tutte le informazioni relative alle varie attività man mano che vengono svolte. Si può anche scrivere una mail al seguente indirizzo:
gob.bolzano@gmail.com

Autore: Till Antonio Mola

Attenzione alla truffa online

La sorpresa è grande, quando si apre la propria casella di posta elettronica e si vede una comunicazione urgente da parte della Polizia; e non da un commissariato qualsiasi, ma dall’Europol, Agenzia dell’Unione europea che contrasta fra le altre cose anche la criminalità informatica. E l’accusa che viene rivolta al destinatario è di aver commesso una frode su internet. Ma il destinatario nel caso specifico è la redazione del quindicinale QuiBassaAtesina, e abbiamo voluto vederci chiaro.

// Di Luca Masiello

La coscienza è a posto, ma il tasto del mouse non sempre fa quello che si vorrebbe: basta cliccare per sbaglio su una finestra  qualsiasi, magari mentre ci si sta rilassando in rete, oppure un “accetto” di troppo sull’ennesimo Pop-up che abbaglia lo schermo e il gioco è fatto, o quasi; anche il cibernauta più cauto non può fare molto contro chi di “mestiere” truffa il prossimo usando internet. 

L’antefatto

Nei giorni scorsi all’indirizzo redazione.bassa@quimedia.it, quello del nostro giornale, è arrivata proprio una di queste mail. 

Nell’oggetto si legge “Richiesta di spiegazioni – Polizia Europol”, e anche l’indirizzo che appare, scritto tutto in stampatello maiuscolo, è indicato come “Polizia Europol”, e nell’allegato c’è un atto giudiziario da parte dell’agenzia europea, con tanto di timbri e firma di Catherine De Bolle, agente di Polizia belga conosciuta per essere la prima donna a ricoprire il ruolo di Direttrice esecutiva di Europol e la prima donna, e la persona più giovane, a diventare Commissario generale della Polizia federale in Belgio. Ed è stata la dottoressa Myriam Quemener (un altro magistrato realmente esistente) a firmare l’ordine di arresto, intimando di “recarsi alla gendarmeria più vicina per l’arresto e per registrarsi come delinquente sessuale (…). Ora sei avvisato”.
Le accuse sono “sollecitazione online ed estorsione sessuale, sito pornografico, cyberpornografia, pedofilia, esibizionismo”.

Lo spavento è immediato, è inutile negarlo; nel caso della mail arrivata all’indirizzo del giornale, magari no, per una serie di motivi, primo fra tutti: come si può arrestare un giornale? 

Ma se arriva al proprio indirizzo privato la tentazione è di rispondere, di chiedere spiegazioni, tanto è solo una mail, magari si sono sbagliati. Cosa mai potrà accadere?

Eh no.

Cosa fare

La prima cosa da fare, quando arrivano queste lettere, è analizzare il contenuto, iniziando dall’indirizzo: il “nickname” è “Polizia Europol”, ma l’indirizzo è quello dell’agenzia? No, e nel nostro caso è un indirizzo che sembrerebbe thailandese, 0943048890@opsmoe.go.th

Poi la forma italiana: va bene, la mail arriva dalla polizia federale olandese, ma l’atto giudiziario sembra tradotto con uno di siti  online da quattro soldi: “Per tua informazione, la legge del marzo 2007 aumenta le sanzioni in caso di tentativi di minori, aggressioni sessuali o stupri potrebbero essere stati commessi utilizzando internet, lo sei per favore fai sentire la tua voce via email”, e segue un altro indirizzo farlocco, questa volta un po’ più credibile ma comunque falso. Che lingua è? 

I capi d’accusa, poi, sono a dir poco esileranti: che reato è “sito pornografico”?

Cosa può accadere

Già questo basterebbe a capire che questa mail è un falso. Anche perché, come spiegano gli esperti della Polizia postale, bisogna sempre diffidare da simili messaggi: “nessuna forza di Polizia contatterebbe mai direttamente i cittadini, attraverso email o messaggi, per chiedere loro dati personali o pagamenti in denaro, con la minaccia procedimenti penali a loro carico”. Eppure c’è chi – in preda al panico, perché si sollecita una risposta entro 72 ore – risponde alla lettera. Cosa succede?

Nel caso migliore alla mail ne segue un’altra, in cui si intima di pagare una cifra (alta) per una sporta di oblazione: si paga e l’Europol si dimentica dei reati ascritti. 

Nel caso peggiore può arrivare una risposta con un link, con il quale – se cliccato- entra in funzione un malaware, e la sicurezza del proprio computer (della propria carta di credito e del proprio conto in banca) è minata.

Come comportarsi

Le azioni da intraprendere, in questi casi, sono poche ma certe: indicare la mail come tentativo di Phishing, segnalandola alla polizia postale attraverso il link www.commissariatodips.it cercando l’area “segnalazioni”. E comunque non rispondere. Mai.  

Autore: Luca Masiello