La grande festa entra nel vivo

A Laives è nuovamente tempo di “insanire” e la febbre del carnevale ha già contagiato tutti. Si inizia in anticipo, come ogni anno: domenica 23 febbraio i carri sfileranno lungo la città e porteranno quella musica capace di trasformare la Bassa Atesina in un tripudio di colori. Per la 46esima volta.

La formula è ben più che rodata, ma ciò non significa che la macchina organizzatrice sia stata con le mani in mano, anzi. Per questa edizione, in particolare, oltre al non facile compito di allestire i carri, la sfilata e tutti gli eventi di contorno, il Gruppo Carnevalesco Pineta ha dovuto spendere del buon tempo per rafforzare le misure di sicurezza, che si sono inasprite dopo il recente attentato avvenuto a Monaco di Baviera. 

A dare una mano agli amici del carnevale e delle forze dell’ordine scenderà in campo infatti un piccolo “esercito” formato da una settantina di volontari: gli alpini di Laives e Pineta, l’associazione carabinieri, i vigili del fuoco di Laives e San Giacomo Agruzzo, gli operai del cantiere comunale e i volontari della Croce Rossa. 

Presidente Zenorini, la sfilata dei carri rappresenta per voi la conclusione di un lungo periodo di preparazione: da quanto tempo state preparando la festa?

Da dopo Pasqua. Giusto il tempo di smettere i costumi  di risistemare i carri e ci siamo messi subito al lavoro. Come alla fine di ogni edizione ci siamo recati alla “Mostra mercato dei carnevali d’Italia” a Castelnovo Sotto, in provincia di Reggio Emilia, dove vengono esposte figure in cartapesta utilizzate per le feste più importanti della Penisola. Qui abbiamo la possibilità di scambiare i nostri carri con altri, per avere sempre a disposizione figure nuove e divertenti. Ogni anno, il gruppo lavora sodo per trasformare i carri in fantastici capolavori colorati, ognuno con un messaggio speciale da condividere con il pubblico.

Cosa bisogna aspettarsi da questa 46 esima edizione? 

Tanto divertimento, come sempre. E poi il grande programma di contorno che protrarrà la festa fino a ben oltre il Martedì grasso. E poi quest’anno c’è un particolare molto dolce: i bambini della Scuola dell’infanzia “La Giostra” di Laives, che si travestiranno da piccoli operai: quest’anno sono oltre cento!

E poi ci sarà la tradizionale lotteria…

Esatto: l’estrazione dei biglietti avverrà il 15 marzo alle ore 11 presso il Municipio di Laives. Quest’anno i premi in palio sono esagerati: il primo è un buono vacanza da 1.200 euro, il secondo un buono per un weekend da 500 euro, il terzo un buono wellness da 300; dal quarto all’ottavo premio verranno distribuiti dei buoni acquisto da 100 euro. I biglietti della lotteria sono in vendita presso Elfer, Dal Guerzo, al bar Antares, al panificio Innerkofler e nella cartoleria Perathoner.

Come si svolgerà la sfilata?

Domenica 23 febbraio alle 10 i carri saranno in mostra lungo la parte sud di via Kennedy. Da li alle ore 13 si parte in direzione di Pineta. Una volta giunti davanti alla tribuna montata nei pressi del ristorante “Casagrande”, ci saranno i brindisi con le autorità e le premiazioni per la mascherina più bella. La festa proseguirà poi fino alle 19 in piazza e nel parco musica, dove ci saranno giochi e intrattenimento per i bimbi e tante specialità gastronomiche. Il trenino-navetta effettuerà il servizio gratuito e continuo sulla tratta Laives – Pineta fino al termine della manifestazione.

Autore: Luca Masiello

“Hygge”, la casa degli adolescenti

Hygge è la grande novità per tutti gli adolescenti di Laives: presentato a presso la sede del Centro Don Bosco, si tratta di una sorta di esperimento, uno spazio “controllato” per donare (finalmente) ai giovani della zona un punto di aggregazione alternativo.

Che i centri dell’Alto Adige siano sempre molto attenti a fornire proposte alle esigenze delle famiglie con bambini in età scolare è cosa nota. Dai doposcuola in cui fare anche i compiti ai centri per le attività ludiche gestiti da associazioni o dalle parrocchie, fino alle proposte per l’estate, le giornate dei più piccoli in età compresa tra la scuola materna e la secondaria di primo grado sono sempre piuttosto coperte da attività utili e interessanti. 

Ma quando questi stessi bambini entrano nell’età dell’adolescenza scompaiono dai radar: non più bisognosi di un luogo controllato da adulti mentre i genitori lavorano, fanno spesso della strada, delle piazze e dei parchi il proprio punto di ritrovo dove però, alla lunga, manca la propositività e la noia la fa spesso da padrona, soprattutto in cittadine come Laives, dove i giovani in età da scuola superiore “emigrano” il più delle volte verso il capoluogo, complice anche la frequentazione scolastica. 

Alla ricerca di un progetto

Con il progetto lanciato nell’estate 2022 “Streets of Laivez” il Centro Don Bosco di Laives – da sempre con le orecchie bene aperte alle richieste dei cittadini – ha cercato di intercettare e creare una relazione con quei giovani. Questo esperimento è stato la base preziosa che ha fornito una serie di spunti di riflessione sulle esigenze di questi ragazzi e su come provare a soddisfarle.

Nei mesi e anni successivi quindi, si è cercato di concretizzare tali spunti in qualcosa di concreto, attraverso incontri tra gli operatori e i giovani stessi, che hanno così potuto di volta in volta fornire il proprio punto di vista e “correggere il tiro” sulla base delle loro reali richieste ed esigenze.

E’ nato così, nel corso del 2024, il progetto “Hygge” – concretamente un punto di ritrovo per ragazzi a partire dai 15 anni, aperto 4 volte a settimana, seguito e gestito da educatori. 

Una partenza in “sordina”

Lo spazio è stato aperto già nello scorso mese di settembre, ma i responsabili non hanno voluto fare subito grandi annunci, proprio per poter monitorare l’andamento del progetto rispettando i tempi degli utenti e poter quindi modificare il progetto in itinere registrando le loro reazioni. 

“L’obiettivo era anche quello – racconta il presidente del Don Bosco Giancarlo Schiavon – di sperimentare se il tam tam tra i ragazzi stessi avrebbe funzionato, se sarebbero stati loro gli artefici del successo di questo progetto. E così è avvenuto, anche meglio di quanto ci si aspettasse.

È arrivato così il momento giusto per una presentazione ufficiale, avvenuta presso il centro il 18 gennaio, alla presenza di tutti gli operatori coinvolti, compresi Marco Fauni, presidente della Consulta Provinciale degli studenti e gli ideatori del progetto, la psicologa ed educatrice Elisa Lanera e Matthias Cossu, coadiuvati poi dall’esperienza di Florian Thaler del Centro, oltre naturalmente a tutti i giovani coinvolti”. 

Di cosa si tratta

Ma in realtà in cosa consiste esattamente “Hygge”?
Di fatto si tratta di un “bar” aperto a tutti i e le giovani che desiderano incontrarsi e fare amicizia. Il termine “bar” è volutamente virgolettato, poiché servirebbe un termine più adatto che – ad oggi – non è stato individuato. “Bar, in qualità di luogo di aggregazione e di festa, è il termine che più si avvicina all’idea che avevamo di questo luogo – raccontano i responsabili – un luogo fisico in cui darsi appuntamento fisso con gli amici ma solo nell’accezione positiva di questo significato”. Dunque non si vuole identificare Hygge con un luogo esclusivamente ricreativo, perché si desidera farlo diventare un luogo in cui nascano spunti di riflessione e discussione, confronto e, ovviamente, divertimento: dai giochi da tavolo agli articoli di giornale da commentare insieme. 

“Benessere” in danese

Il desiderio che questo luogo diventi tutto ciò, ha fatto cadere la scelta sul nome “Hygge”, un termine che suscita curiosità ma che in lingua danese significa esattamente questo: sensazione di benessere e relax che si prova in un luogo accogliente e amichevole. E Hygge a Don Bosco desidera diventare per i giovani di Laives e non solo tutto questo. Ora, dopo la presentazione ufficiale, tutta la comunità sa che questo luogo esiste – e la speranza è quella di riuscire ad allargare ancora di più la platea, proponendo progetti e idee e crescendo insieme. 

Quando e dove

I ragazzi che hanno contribuito a dar vita al progetto e tutti quelli che man mano lo rendono vivo con la loro presenza, sono la dimostrazione che questa gioventù non è solo quella che finisce più spesso nelle negative cronache quotidiane. Il punto di ritrovo Hygge aspetta i ragazzi tutti i lunedì, mercoledì, venerdì e sabato dalle 18.30 alle 23.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Le piante a scuola, per stare bene

Beate Weyland è professoressa associata di Didattica presso la Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano. Da anni si occupa dell’interazione tra pedagogia, architettura e design per innovare la didattica e creare ambienti di apprendimento più accoglienti e sostenibili. Questa ricerca l’ha portata a sviluppare il concetto di Eden, un laboratorio interdisciplinare che esplora il ruolo delle piante nella progettazione degli spazi educativi.

Professoressa, Lei ha iniziato la sua carriera come designer degli spazi di insegnamento e ha successivamente scoperto il potenziale del verde. Può raccontarci come è nata questa evoluzione?

Il mio lavoro consiste nell’accompagnare le comunità scolastiche – dai nidi alle scuole dell’infanzia, dalla scuola primaria alla secondaria, fino all’università – in un processo di ripensamento degli spazi educativi. L’obiettivo è trasformarli in luoghi accoglienti, che promuovano benessere, resilienza e gioia. Durante questo percorso, ho scoperto un mediatore straordinario: le piante. La loro presenza negli spazi interni, ma anche in quelli esterni come cortili, giardini e boschi, ha un impatto profondo sull’ambiente educativo. Questo approccio si è concretizzato nella creazione di un laboratorio interdisciplinare, dove esploro il rapporto tra pedagogia, architettura e design. L’obiettivo è sviluppare paesaggi educativi di nuova generazione, luoghi in cui si riflette su come costruire un nuovo rapporto con la natura, integrando le esigenze della didattica con quelle della progettazione degli spazi.

Può spiegarci meglio cosa succede in questo processo?

Si tratta di creare una sinergia più forte tra lo spazio interno e quello esterno, e soprattutto di farci sentire parte integrante della natura, in grado di portarla dentro i nostri ambienti e di incontrare il mondo naturale in modo significativo. Tutto parte da un gesto apparentemente semplice: portare una pianta in vaso in classe. Questo piccolo atto, in realtà, è rivoluzionario. Se, ad esempio, invitiamo i bambini a portare ciascuno la propria pianta a scuola, iniziamo a porci e a porre loro delle domande: “Perché hai scelto proprio questa pianta? Dove la posizioneremo? Come ce ne prenderemo cura?”. Da queste domande emergono questioni legate allo spazio e alla sua interazione con chi lo vive. In un certo senso, ci trasformiamo in “interior designer” della scuola: ci accorgiamo che i banchi tradizionali forse non sono ideali per un lavoro cooperativo ed esplorativo, che mancano librerie o supporti adatti per le piante, e così via. Queste riflessioni ci portano a immaginare nuove soluzioni per rendere questi luoghi veramente piacevoli e belli.
Stiamo entrando in una nuova era. In passato, agli insegnanti è sempre stato detto che la scuola era un luogo in cui svolgere attività specifiche, quasi come operai in una “fabbrica dell’istruzione”: entri, fai il tuo lavoro e te ne vai. Oggi, invece, l’idea è diversa: gli insegnanti e gli educatori sono coloro che accolgono gli allievi nei luoghi della cultura e della conoscenza, creando un ambiente il più possibile accogliente e significativo. Questo avviene anche portando dentro la scuola elementi personali, come le piante, che diventano strumenti di appropriazione dello spazio. Questo gesto, apparentemente innocuo, è in realtà potente: è un atto di liberazione e di vitalità per una scuola che oggi fatica a connettersi con il mondo. Le piante possono essere il primo elemento a innescare questo cambiamento, favorendo un approccio più autentico e coinvolgente per tutti.

C’è un messaggio finale che vorrebbe lasciare ai nostri lettori, magari anche a chi è curioso di avvicinarsi a questo progetto ma non sa da dove iniziare?

Certo, il messaggio che vorrei lasciare è che le piante non sono solo un elemento decorativo, ma un vero e proprio strumento di cambiamento. Questo approccio non solo rende gli spazi più belli e accoglienti, ma trasforma la didattica in un’esperienza viva, esplorativa e coinvolgente. Per i bambini, le piante diventano un compagno di gioco e di scoperta. Attraverso il gioco, i bambini imparano a conoscere il mondo, e le piante possono essere un mediatore straordinario per farli entrare in contatto con la natura. Giocare a dare un nome alla pianta, a descriverla con un aggettivo, a osservarne le caratteristiche, sono tutte pratiche che costruiscono un rapporto emotivo e affettivo. E questo non vale solo per i bambini: anche gli insegnanti, i genitori e chiunque si avvicini a questo progetto può riscoprire il piacere di guardare il mondo con occhi curiosi. Questo approccio sta già ispirando realtà educative in tutta Italia: abbiamo avviato collaborazioni con scuole e istituzioni in diverse regioni e stiamo lavorando a una piattaforma online per raccogliere esperienze e creare una rete di scambio. Inoltre, stiamo progettando un master dedicato a questi temi, che finalmente sta prendendo forma.
Il mio invito è a provare, senza paura di sbagliare. Non serve essere esperti di botanica o di design: basta iniziare con un gesto semplice e lasciarsi guidare dalla curiosità. Se volete approfondire, nel libro “Eden. Educare (ne)gli spazi con le piante” trovate molte riflessioni e spunti pratici. Inoltre, il nostro laboratorio, l’Eden Lab, è sempre aperto a nuove collaborazioni.
Siamo a Bressanone, nella Facoltà di Scienze della Formazione della Libera Università di Bolzano, e chiunque sia interessato può visitare il sito https://edenlab.unibz.it/  o scrivermi (beate.weyland@unibz.it).

Autore: Till Antonio Mola

Truffe: i carabinieri fanno chiarezza

È una piaga che sta prendendo sempre più piede, ed il problema più grande è che i malviventi si stanno specializzando sempre di più per raggiungere i propri intenti: il fenomeno delle truffe ai danni delle fasce più vulnerabili della popolazione purtroppo non si arresta, e sono tantissimi i casi registrati in provincia di anziani raggirati da truffatori senza scrupoli, i quali sono riusciti a farsi consegnare cospicue somme di denaro e anche gioielli. Così, per aiutare almeno a tenere sempre gli occhi aperti, le forze dell’ordine organizzano ciclicamente degli incontri con i Seniores, spiegando loro come districarsi fra le nubi dei raggiri.

C’è la “truffa del call center”, quella del “finto maresciallo” e quella del “nipote che si trova nei guai”, ma con molta probabilità i truffatori stanno studiando per trovarne altre. Ed è anche per questo motivo che nei giorni scorsi si è tenuto presso il Centro Anziani di Laives un pomeriggio istruttivo e ricco di contenuti, dove il Maresciallo capo Federico Ragusa, comandante della Stazione dei Carabinieri locale, insieme al Brigadiere capo Manfred Stuppner del Nucleo operativo e radiomobile dei Carabinieri di Egna, ha condotto un incontro informativo rivolto alla prevenzione di truffe e furti.

L’iniziativa si è svolta nelle due lingue, ha ha preso parte anche il Sindaco di Laives Giovanni Seppi, ed ha visto la partecipazione di numerosi anziani che hanno seguito con grande interesse e partecipazione. I due sottufficiali hanno offerto consigli pratici e preziosi su come riconoscere e difendersi dalle insidie dei malintenzionati. Hanno presentato in modo chiaro e accessibile le principali modalità con cui i truffatori agiscono, fornendo ai presenti gli strumenti per proteggere sé stessi e i propri beni da potenziali rischi. Dai falsi operatori delle utenze domestiche ai truffatori che si spacciano per carabinieri, l’incontro ha rappresentato un’importante occasione di sensibilizzazione e formazione, finalizzata a rafforzare la sicurezza personale.

Il coinvolgimento degli anziani è stato entusiasta e attivo, a dimostrazione dell’importanza di eventi di questo tipo per la comunità locale. L’incontro ha inoltre contribuito a rafforzare il legame tra l’Arma dei Carabinieri e il territorio, sottolineando il ruolo fondamentale delle forze dell’ordine non solo come garanti della sicurezza, ma anche come punto di riferimento per la cittadinanza, specialmente in un periodo in cui la consapevolezza sui rischi quotidiani è fondamentale.

Al termine dell’incontro, il Maresciallo Ragusa e il Brigadiere Stuppner hanno ribadito l’importanza di mantenere alta l’attenzione e di non esitare a rivolgersi alle forze dell’ordine in caso di situazioni sospette. Hanno ricordato a tutti i presenti che ciascun cittadino può e deve contribuire alla sicurezza collettiva, con la collaborazione e l’allerta costante come strumenti decisivi per prevenire i crimini.

Autore: Luca Masiello

Archeologia e scambi culturali: Alto Adige da sempre crocevia di civiltà

Viviamo in una terra che è da sempre una terra di incontri, scambi e influenze culturali, come dimostrano le testimonianze archeologiche che emergono dal suo sottosuolo. A guidarci in questo viaggio nel passato è il professor Umberto Tecchiati, bolzanino, archeologo e docente presso il Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano. 

Dalle tracce di contatti con il mondo etrusco ai reperti che raccontano l’evoluzione delle comunità locali, Tecchiati ci offre uno sguardo approfondito su un territorio che, ben prima dell’epoca romana, era già parte di una fitta rete di scambi. Un racconto che ci permette di riscoprire le radici più antiche del nostri territorio e di comprendere come la sua storia sia sempre stata segnata dalla multiculturalità e dall’innovazione.

L’INTERVISTA

Tecchiati, si possono individuare influenze e connessioni tra le comunità protostoriche locali, pensiamo ai Reti, e le popolazioni italiche?

Oltre a una serie di oggetti di artigianato riconducibili alla manifattura italica, emergono anche evidenze archeologiche meno appariscenti ma altrettanto significative. Un esempio in tal senso proviene dall’insediamento dell’Età del Ferro di Bressanone, attivo tra il VI e il I secolo a.C., dove sono stati rinvenuti resti di animali non appartenenti alla tradizione locale, come l’asino e il pollo. Questi ritrovamenti indicano chiaramente importazioni da aree esterne. Per quanto riguarda l’asino, possiamo ipotizzare un collegamento con insediamenti etruschi come Adria o Spina. Il caso del pollo è più complesso, poiché la sua presenza è attestata in quell’epoca anche a nord delle Alpi, rendendo difficile stabilire con certezza la sua provenienza. Tuttavia, l’insieme delle testimonianze archeologiche suggerisce un forte legame con il mondo etrusco, in particolare con l’area padana, lasciando intendere che tali introduzioni abbiano influito sull’economia e sulla gestione delle risorse animali della regione.

Quali sono i siti archeologici più significativi in provincia per ricostruire la storia e l’identità di questa terra?

La domanda è un po’ complessa, poiché l’archeologia dell’Alto Adige è molto ricca e copre un ampio arco temporale. Si può partire dai cacciatori-raccoglitori del Mesolitico, che sono ben documentati, soprattutto nelle zone alpine, dove si trovano importanti stazioni di caccia estiva, come quelle dell’Alpe di Siusi. Sono numerosi anche i siti neolitici legati ai primi agricoltori e allevatori. L’Alto Adige è stato abitato intensamente fin dall’antichità, anche durante l’Età del Rame e quella del Bronzo.
Fino a buona parte dell’Età del Bronzo, la nostra terra partecipava a culture più ampiamente estese, condividendo aspetti diffusi sia nell’arco alpino che nella Pianura Padana. In questo periodo, il territorio era dunque inserito in un contesto culturale più vasto. Tuttavia, a partire dalla fine dell’Età del Bronzo, intorno al 1200 a.C., si sviluppa una cultura locale autonoma: la cultura di Luco (dalla località presso Bressanone).
Pur mantenendo contatti con altri territori, questa cultura si distingue per la sua originalità e indipendenza. È la base degli sviluppi successivi dell’Età del Ferro, con la cultura retica. Possiamo quindi dire che, almeno dal 1200 a.C., la presenza umana nel nostro territorio è caratterizzata da espressioni culturali proprie, documentate attraverso gli scavi archeologici. Si tratta di una cultura autonoma, ma al tempo stesso inserita in vaste reti di contatti e scambi, capace di esprimere un’identità ben definita rispetto alle aree circostanti.
Nel 15 a.C., i popoli alpini vengono assoggettati dai Romani, anche se già dalla seconda metà del II secolo a.C. sono attestati scambi che si intensificano nel corso del I secolo a.C. Questi incontri segnano l’inizio di una commistione di lingue e culture che diventerà una caratteristica distintiva del nostro territorio, visibile anche nell’epoca medievale, moderna e fino ai giorni nostri.
Quindi, sebbene non esista un sito archeologico specifico che possa ricostruire un’identità unica e consolidata nell’Alto Adige, ciò che emerge chiaramente dai vari siti è la presenza di una multiculturalità che è una delle caratteristiche fondamentali della nostra terra anche oggi.

Ci può raccontare la storia delle botti di legno, risalenti al V secolo a.C. e scoperte a Bressanone?

Sì, è stata una scoperta affascinante che ho avuto modo di fare quando lavoravo come archeologo presso l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Bolzano, molti anni fa. A Bressanone, in una casa incendiata risalente all’inizio del V secolo a.C., intorno al 450 a.C. ca., abbiamo trovato tutti gli arredi lignei carbonizzati in un violento incendio. Tra questi, c’erano anche botti in legno di larice, con le doghe e le cinghie ancora perfettamente distinguibili.
Oltre alle botti, c’era un tino e una serie di recipienti ceramici che probabilmente contenevano vino. È molto probabile che almeno una parte di questo vino fosse prodotta localmente, considerato che il clima del V secolo a.C. era particolarmente favorevole agli insediamenti umani e alle attività agricole anche in area alpina.
Tuttavia, è plausibile che in parte il vino provenisse dall’area egea: il vino greco arrivava in Pianura Padana e da lì risaliva l’Adige e arrivava poi, grazie ai commerci, fino ai prìncipi celtici dell’Età del Ferro a nord delle Alpi, molto interessati alle materie prime, ai prodotti alimentari e alle manifatture del mondo greco e mediterraneo.

Tornando alle botti, come possiamo essere certi che fossero una produzione alpina?

Abbiamo un’importante attestazione nell’enciclopedista latino Plinio il Vecchio, dai cui scritti sappiamo che i popoli alpini producevano vasi di legno tenuti insieme con cinghie, che non potevano essere altro che botti.
Questa testimonianza è posteriore rispetto alle botti di Bressanone, ma rappresenta un riferimento essenziale. Inoltre, le botti di Bressanone sono le più antiche mai scoperte: non esistono ritrovamenti simili della stessa epoca in altre zone. Gli studiosi di recipienti antichi ritengono che siano stati proprio i Reti gli inventori di questo tipo di contenitore, destinato a un successo straordinario nei secoli successivi.

Autore: Till Antonio Mola

Elisa Morra e il mestiere della cardiologa, vissuto con grande passione

Elisa Morra è stata sostituto del direttore e responsabile della struttura prove funzionali dell’Unità Operativa Complessa di Cardiologia dell’Ospedale di Merano. Nell’ambito del club Soroptimist si è già spesa molto per porre l’accento sulle malattie cardiovascolari nel sesso femminile sottolineando come esse siano la prima causa di morte e ne ha evidenziato le differenze sia sul piano clinico che anatomopatologico rispetto al sesso maschile.

Dottoressa Morra lei è una cardiologa, qual è il corso di studi che conduce a questa difficile professione?

Dopo la maturità classica conseguita a Mantova dove abitavo, ho effettuato il successivo percorso di studi presso la università di Padova, scelta motivata dalla vicinanza alla residenza e dal prestigio dell’ateneo.  Il corso di laurea è della durata di 6 anni cui è conseguito un periodo di tirocinio postlaurea e poi il corso di specializzazione in cardiologia della durata di 4 anni. Allora non esisteva ancora il numero chiuso per l’accesso alla facoltà, eravamo 3000 matricole, la selezione è stata molto dura con un numero elevato di abbandono, tanto che alla fine del corso ci conoscevamo tutti. Comunque nella nostra professione non si finisce mai di studiare e di imparare, l’aggiornamento deve essere continuo perché la medicina fa enormi passi sia in campo diagnostico che terapeutico.

Lei è emiliana, cosa la condusse a Bolzano e quando?

Potrei rispondere con il titolo di un libro, ovvero “va dove ti porta il cuore “. Ho conosciuto mio marito a Padova, frequentavamo lo stesso corso di studi, lui è di Bolzano, di madrelingua tedesca, aveva già conseguito il patentino di bilinguismo e vinto un concorso presso l’ospedale di Bolzano, per cui nel 1983 ci siamo sposati e da allora vivo a Bolzano.

Per la sua professione dovette studiare il tedesco? Fu dura? Quali strategie di studio le consentirono in breve tempo di ottenere il patentino? 

Ho studiato il tedesco partendo dalle basi, ho fatto un corso a Padova presso il Goethe-Institut durante la specializzazione in cardiologia, poi a Bolzano i corsi organizzati dalla provincia e anche lezioni private. Non la ho trovata una lingua così difficile come dicono, forse perché avendo studiato latino per 7 anni sono stata facilitata per le regole grammaticali. Indipendentemente dal risultato che avrei conseguito, ho sempre ritenuto che   l’apprendimento di una lingua straniera sia un arricchimento culturale oltre che una grande opportunità.

Da donna e da italiana come fu accolta dai colleghi in reparto? 

Sono stata sempre ben accolta dai colleghi nonostante fossi donna e di madrelingua italiana.

Quali ostacoli riuscì ad infrangere a quali invece le impedirono di evolvere nella sua carriera? 

Pur essendo donna in un ambiente di lavoro a quel tempo prevalentemente maschile, sono riuscita a rapportarmi positivamente con tutti i colleghi/e di ambedue i gruppi linguistici e con i pazienti. Un ostacolo che mi rallentò nella progressione della carriera è stata la rigida attuazione a quei tempi della proporzionale etnica.

Lei è anche madre e oggi nonna felice, cosa significò la sua maternità in ambito lavorativo? Rientrata al lavoro dopo il consueto periodo di maternità dovette cambiare qualcosa nel ritmo e nell’impegno? 

Io ho avuto un solo figlio quando svolgevo libera professione facendo guardie mediche in val di Fiemme e supplenze dei medici di base per cui il mio periodo di assenza dal lavoro è stato molto breve. Nel 1989 sono stata assunta all’ospedale di Merano quando mio figlio aveva 4 anni e frequentava già la scuola materna. Conciliare lavoro e famiglia è stato molto difficile anche perché mio marito aveva lo stesso impegno nell’ospedale di Bolzano. Ho avuto la fortuna di avere suoceri ancora giovani e in buona salute che ci hanno aiutato molto.

Questo la penalizzò sul piano della carriera? 

Nel mio caso la maternità non ha influito sulla carriera ma mi ha imposto di conciliare al meglio, direi quasi al minuto, la vita familiare e lavorativa 

Come medico e come donna cosa vorrebbe raccomandare alle ragazze e alle giovani donne? 

Considerando che 1/3 del nostro tempo lo trascorriamo al lavoro, consiglio alle giovani di scegliere una professione che piaccia, non basata esclusivamente su prospettive di carriera e guadagno. Se le persone sono motivate – e le giovani di oggi lo sono spesso, si possono raggiungere comunque, pur con mille difficoltà gli obiettivi, che si sono proposti.
A loro posso dire di non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e non demordere. La vita non è sempre facile e le difficoltà aiutano anche a crescere.

Se dovesse ricominciare da zero cosa cambierebbe? 

Non cambierei nulla, ho amato il mio lavoro e penso di averlo svolto con impegno e dedizione. Per me che lo ho scelto resta un lavoro meraviglioso. Quello del lavoro è stato un periodo  anche molto faticoso, sia fisicamente che psicologicamente, ma sono stata ricompensata dalla fiducia e dalla gratitudine dei pazienti.

Autrice: Rosanna Pruccoli

A spasso fra le fontane di Salorno

Sono belle, apprezzate e anche molto preziose le fontane che caratterizzano la storia e l’architettura di Salorno. Si tratta di piccoli monumenti che vogliono ricordarci ricordano che la nostra memoria  scorre anche attraverso l’acqua.

Facendo due passi tra le vie storiche di Salorno, salta all’occhio che molte fontane sono risalenti al XVIII e al XIX secolo. Il valore pratico di questi oggetti all’epoca era inestimabile e ancora oggi sono in grado di raccontarci il passato agricolo e commerciale del borgo. Di fatto il legame tra la comunità e le sue fontane ha radici molto profonde. “Un tempo le fontane erano divise in due – racconta Manfred Joppi, esperto del settore -. Per legge l’acqua si versava nella prima fontana, quella solo adibita all’abbeveraggio del bestiame, e chi sporcava l’acqua veniva multato. Poi l’acqua passava nella seconda fontana, quella utilizzata per il lavaggio dei panni. Le fontane servivano anche come approvvigionamento per l’antincendio”. Nel Medioevo, invece, erano essenziali al sostentamento quotidiano degli abitanti e degli animali da soma. Con il passare dei secoli c’è stata un’evoluzione verso un valore soprattutto culturale e simbolico da preservare. 

Alcune fontane sono caratterizzate da linee semplici e dall’essere costruite con materiali locali. Altre sono impreziosite da dettagli gotici e barocchi, rivelando l’influenza delle correnti artistiche che hanno attraversato la zona. Oltre essere testimoni silenziose della vita del borgo, le fontane sono state punti d’incontro, e quindi di socialità, e oggi sono luoghi in cui passato e presente si intrecciano armoniosamente. Recentemente sono state restituite all’antica bellezza grazie a importanti lavori di restauro, e continuano ad offrire acqua potabile ai passanti. “Sono dieci, ma in origine erano sette, tutte collegate all’acquedotto centrale – continua Joppi – Sono stati investiti molti soldi per la costruzione e per la manutenzione.” 

Tra le più significative spicca la Fontana dei Delfini: con la propria eleganza marmorea si erge dinanzi all’edificio comunale. Realizzata in marmo bianco, in una nota sul sito del comune è ricordato che “si ispira all’originaria fontana barocca (1776) di Antonio Giongo, scultore di chiara fama e figlio di Francesco Giongo, famoso autore della fontana del Nettuno in Piazza Duomo a Trento”.

“La fontana originaria, posizionata nella piazza del paese basso e ormai perduta, era completata dalla statua di un Ercole. L’eroe, vestito con la pelle di leone, brandiva la clava e poggiava su dei delfini – prosegue il testo -. Il tema iconografico dell’Ercole vittorioso sulle acque, simboleggiate dai delfini, è da collegare agli sforzi che in quegli anni furono intrapresi per regolare il corso dell’Adige, dopo le infinite e disastrose alluvioni che colpirono più volte il paese. L’originale è stato smontato durante l’invasione francese e la statua di Ercole è sparita”. 

“In quegli anni la popolazione compì grandi sforzi per fare i lavori necessari a domare l’Adige – prosegue Joppi -. La convinzione era quella di far vedere che l’intelligenza umana aveva vinto sulle catastrofi naturali. Ma non fu così perché un’altra alluvione colpì la zona. Venne rifatta la piazza e si pensò bene di non mettere più l’Ercole ma tenere i delfini. Questo perché si spera che la statua mancante venga ritrovata”.  Un’altra fontana, oggi riprodotta con dimensioni più ridotte e moderne, si trova a lato dell’incrocio nord di via Trento. Osservando una vecchia fotografia ritrovata alcuni anni fa dall’amministrazione comunale, si scopre che era centrale nella disposizione urbanistica del paese. “Fino agli anni 60 era fuori dalla Locanda alla Rosa. Poi è stata tolta, perché ostruiva il traffico”, ricorda Joppi.

Autore: Daniele Bebber

L’identità alpina e le grandi migrazioni

In un’epoca in cui si discute quotidianamente di “migranti”, ci si sofferma poco su un’altra domanda cruciale: chi sono veramente i “nativi” o “Ureinwohner” attorno a noi? Qual è il segreto che si cela nella loro storia personale e collettiva? E, soprattutto, siamo davvero così stanziali come ci piace pensare? 

La scienza moderna e approfonditi  studi linguistici ci offrono risposte sempre più sorprendenti ed esaustive, raccontando la storia delle migrazioni che hanno plasmato l’identità europea – e quindi nostra – attraverso l’analisi del Dna e della lingua dei nostri antenati.

Circa 60000 anni fa, un gruppo di “sapiens” lasciò l’Africa, dando il via alla colonizzazione del pianeta. Dopo 15000 anni, i loro discendenti raggiunsero l’Europa centro-meridionale attraverso il Medio Oriente. Erano persone dalla carnagione scura e con occhi chiari. L’Europa era in gran parte ricoperta da un imponente strato di ghiaccio e nei pochi luoghi vivibili si erano ritirati gli uomini di Neanderthal, arrivati dall’Africa moltissimo tempo prima. I primi Europei “moderni”, cacciatori e raccoglitori, vissero dunque fianco a fianco con costoro per molti millenni fino alla loro misteriosa scomparsa, avvenuta circa 40000 anni fa. Ciò nonostante, il loro Dna non si è del tutto estinto: ancora oggi il 2% del genoma degli Europei proviene dai Neanderthal, che dunque si sono sicuramente “mescolati” con i sapiens. Solo gli Africani rimasti in Africa ne sono privi.

Dopo il graduale ritiro dei ghiacciai wurmiani e il conseguente riscaldamento climatico, circa 14500 anni fa questi primi Europei iniziarono a spostarsi anche verso nord. Si parla di poche migliaia di persone, che seguirono i fiumi e attraversarono il continente nuovamente ricoperto di fitte foreste. Tracce significative di queste popolazioni sono state trovate anche nella valle dell’Adige, che prima di allora (mesolitico) non risulta essere mai stata frequentata: in misura maggiore in Trentino ma anche in Alto Adige. Le spedizioni estive dei cacciatori “trentini” raggiunsero in particole località lungo la cresta della Mendola e della Val di Non: Sas de la Prieda, Rifugio Mezzavia, Monte Roen, Malga Romeno, Macaion, Penegal sono solo alcuni siti in cui è dimostrato il passaggio e il soggiorno sottoroccia di queste primordiali comunità specializzate nella caccia a caprioli, camosci e cinghiali. Nel fondovalle, i siti rinvenuti sono tuttora pochi ma significativi: San Giacomo di Laives e Castel Firmiano i più importanti.

Circa 8.000 anni fa, una seconda ondata migratoria arrivò dall’Anatolia, nell’odierna Turchia. Questi uomini e donne erano agricoltori. La cosiddetta rivoluzione neolitica trasformò l’Europa, portando una nuova economia basata sulla coltivazione dei campi e l’allevamento di animali. I contadini neolitici si insediarono nei loro villaggi non più in altura ma sui conoidi del fondovalle, i terrazzamenti e a mezzacosta.  Circa 5.400 anni fa, dovettero accogliere una nuova cultura, portata dai guerrieri nomadi Yamnaia provenienti dalle steppe russe e ucraine. Con sé portarono la ruota e i carri, i cavalli e, purtroppo, anche la peste, che decimò la popolazione locale. Questi nuovi abitanti si mescolarono con i contadini neolitici, imponendo la loro lingua proto-indoeuropea che ancora oggi forma la base di molte lingue moderne come le lingue latine, germaniche e slave. 

Non fanno parte di questa famiglia linguistica il Basco, l’Etrusco e il Retico della zona alpina, che probabilmente sono sopravvissuti dall’epoca anatolica e possono essere considerate lingue “autoctone”. Per quale ragione questi idiomi non-indoeuropei siano sopravvissuti ancora non si sa – ed anche questa sarebbe una storia interessante da scoprire e raccontare.

Insomma, è evidente che siamo tutti figli di viaggiatori, il risultato di migrazioni e mescolanze che hanno attraversato millenni. Dai cacciatori e raccoglitori africani ai contadini anatolici, dai nomadi Yamnaia agli uomini di Neanderthal, il nostro Dna è una testimonianza vivente di come i confini culturali e biologici siano sempre stati fluidi.

Autore: Reinhard Christanell

Tra Benin e Togo nel nome della pace

“Bonne arrivée! Accomodatevi, arrivo subito con dell’acqua così poi possiamo cominciare a parlare…”. Con un sorso d’acqua, ovvero un piccolo gesto di ospitalità. È così che sono cominciati molti degli incontri che alcuni soci dell’associazione Pozzo di Giacobbe Jakobsbrunnen e i giovani scout di Merano – sette persone in tutto – hanno vissuto nel loro recentissimo viaggio tra Benin e Togo.

Siamo partiti con qualche domanda, ma siamo tornati con il doppio degli interrogativi, se non il triplo. In un certo senso, quindi, ci siamo arricchiti – riconosce Sofia Rizzi, la più giovane della delegazione – “Alle persone che abbiamo incontrato abbiamo chiesto ‘cos’è per te la pace concreta?’, proprio perché prima di partire, anche con gli altri ragazzi scout, ci siamo detti che spesso tra pace e guerra c’è una ‘zona grigia’, fatta di paci effimere, di dialoghi mancati e di indifferenza. Quindi quale occasione migliore per approfondire il tema della pace raccogliendo i punti di vista addirittura da un altro continente”.

La pace ha bisogno di incontro, di scambio; ha bisogno di “saltatori di muri”, come direbbe Alex Langer, e di andare oltre se stessi. E “andare oltre” qualche volta significa anche viaggiare.
Il rischio è, però, quello di viaggiare con superficialità, e la sfida, quindi, è viaggiare “con stile”, cioè senza pregiudizi o, comunque, consapevoli di averne, e quindi nella libertà di mettersi continuamente in discussione.

Natitingou

“I primi giorni siamo stati alla casa-famiglia di Christine e Andrè a Natitingou, in Benin. Ciò che mi ha veramente colpito – racconta Matteo Ghione – è stata la loro filosofia di tenere le porte aperte a chiunque, offrendo calore familiare o anche solo un pasto a chi ne ha bisogno”.
Christine e Andrè hanno vissuto per diverso tempo in Italia, però poi hanno deciso di tornare, di spendersi completamente per la propria comunità e in particolar modo per i più vulnerabili. Oltre alla casa-famiglia, gestiscono un eco-centro: per puntare sulla raccolta e il riciclaggio di rifiuti, ma anche sulla formazione e la sensibilizzazione su temi ambientali. Una sfida urgente e quanto mai attuale.

La pace, l’ambiente, sono concetti dal sapore quotidiano per chi ha la promessa scout nel cuore. “Paradossalmente è grazie all’incontro con altri scout, dall’altra parte del mondo, che ci rendiamo conto di quanto sia importante questa proposta: i valori che l’accompagnano e che danno un orizzonte a questi bambini e ragazzi, educandoli alla cura della comunità, degli altri, dei più deboli. – spiega Nicola Balzarini – È qui che ci si misura, che si può fare la differenza: allenandosi all’attenzione verso i più piccoli e coloro che stanno ai margini. Ci siamo ritrovati gli uni accanto agli altri, come se fossimo parte di un’unica famiglia, rinvigoriti da un senso di fraternità, per esempio, durante la marcia della pace del primo dell’anno”.

Djougou

Dopo l’ospitalità di Christine e Andrè e lo scambio di visioni con gli scout, il viaggio è proseguito verso Djougou, sempre in Benin, per incontrare vecchi e nuovi amici, e visitare il pozzo realizzato in memoria di Lia Marzoli.

“Siamo arrivati al calar del sole – ricorda Ester Orso, nipote di Lia – in motocicletta, perché la strada è un sentiero che attraversa la savana. Abbiamo visto come la condivisione di un bene primario come l’acqua possa essere lo strumento ideale per favorire la coesione sociale. Ma è stato anche toccante vedere con i propri occhi come la nostra comunità, riunita intorno alla morte della nonna, abbia potuto realizzare una trasformazione concreta a favore di un’altra comunità in un altro angolo del mondo”.

Aniè

Sono ore e ore di strada, un confine e parecchie peripezie – per utilizzare un eufemismo – ciò che separa Djougou da Aniè, città nel centro del Togo dove è direttore scolastico don Emmanuel, prete e insegnante per vocazione.

Don Emmanuel parla cinque lingue molto bene, sei con il francese, l’italiano, si fa capire in inglese, e sa pure qualche frase in tedesco… In più riesce a comunicare ancora in un paio di altre lingue locali. “È davvero importante che i giovani sappiano le lingue, per riuscire a trasmettere il proprio messaggio. Come puoi farlo se non conosci le lingue? Imparare le lingue è necessario per entrare in sintonia”, bacchetta don Emmanuel, mosso dalla sua indole pedagogica. Si tratta senz’altro di un’affermazione che dà da pensare a un gruppo di sette meranesi-sudtirolesi, che si interrogano sulla pace e sul dialogo.

Pensieri

“Il mio primo pensiero? Atterrata in Africa, la sensazione è stata quella di essere tornati in un posto del mondo che puoi inspiegabilmente considerare ‘casa’. I colori, gli odori e la natura ti catapultano in una nuova e diversa realtà. – confida Ester, al suo secondo viaggio assieme al Pozzo di Giacobbe – Poi mi colpisce quel bisogno di ritornare a una dimensione comunitaria, ricca di solidarietà”, aggiunge.

Sofia è, invece, in difficoltà “perché il primo pensiero che ho avuto è stato: ma come racconto questo? Come faccio a raccontare quello che vedo, quello che sto vivendo? Ho paura di perdermi qualcosa o di semplificare troppo”.

“Forse abbiamo due percezioni del tempo diverse, – ammette Adele Aderenti – si dice che in Europa abbiamo l’orologio, mentre in Africa hanno il tempo. Questo inno alla lentezza è incarnato da molti, e a volte si scontra con la nostra frenesia. Appena si esce dalle metropoli, come Lomé e Cotonou, il tempo è ancora scandito dalla natura: il giorno e la luce, la notte e il buio, le piogge, la semina dell’igname e la raccolta dei manghi. Noi ci siamo scordati del ritmo della natura”.

Viaggiare “con stile” permette sempre di aggiornare la propria visione del mondo, affinché rimanga malleabile, “perché dobbiamo abbandonare quella presunzione di riuscire a capire il mondo in un batter d’occhio, soltanto guardandolo di sfuggita o leggendo un post scritto male”.

Tirando le somme: “belli i tramonti, i maestosi baobab, gli sparvieri che solcano i cieli annebbiati dalla polvere del Sahara, ma poi c’è dell’altro, in un’ottica di scambio, di relazione. Il rischio è di riempirsi gli occhi di un’Africa da romanzo, oppure di atteggiarsi da piccoli Babbi Natale, riducendo il “fare del bene” a un “mi fa sentire meglio”. Il desiderio, invece, è quello di incontrare, di instaurare relazioni autentiche con le persone, con cui realizzare uno scambio vero, allontanando quella tossica convinzione che “noi” abbiamo solo da dare e solo da insegnare”.

Autore: Marco Valente

“Il tennis è la mia vita, con un futuro ancora da scrivere”

Nicolò Toffanin ha ventun anni, e la sua vita si intreccia indissolubilmente con il tennis, un amore che è nato da bambino e che lo ha portato a conquistare i primi punti ATP, un traguardo che ha reso il suo sogno professionale sempre più concreto. Lontano dal frastuono dei grandi centri sportivi, Nicolò è cresciuto a Laives, ma la sua carriera l’ha portato a esplorare orizzonti sempre più ampi. Oggi andremo ad intervistarlo per conoscere meglio questo giovane talento, che con sacrificio e passione sta costruendo il suo cammino nel mondo del tennis.

Nicolò, raccontaci un po’ di te… 

Sono nato e cresciuto a Laives, ma ho frequentato la scuola a Bolzano, prima alle elementari e medie alla scuola privata Marcelline, poi i primi due anni di liceo al Toniolo, con indirizzo scientifico sportivo. Durante gli ultimi tre anni, ho cambiato scuola e sono passato all’Istituto Walther, una scelta che mi ha permesso di allenarmi la mattina e il pomeriggio e andare a scuola la sera, seguendo la mia passione per il tennis.

Come hai iniziato a giocare a tennis?

Ho cominciato a giocare all’età di quattro anni, ai campi di tennis di Laives, che purtroppo oggi non esistono più. A sette anni mi sono trasferito al circolo tennis di Caldaro, dove c’erano più bambini e allenatori. A dodici anni ho deciso di dedicarmi seriamente al tennis e ho conosciuto il Tc Rungg, dove mi alleno tutt’oggi. Credo sia la struttura più completa dell’Alto Adige e tra le migliori d’Italia per l’attività agonistica.

Chi ti ha ispirato a intraprendere questa carriera?

Mio nonno e mia mamma! Entrambi hanno giocato, ma mai a livello professionistico. Sono sempre stati molto vicini a questa disciplina, e credo che siano stati loro a trasmettermi l’amore per questo sport.

Quali pensi siano le caratteristiche più importanti per un tennista?

Sicuramente la forza mentale e la perseveranza. Questo sport richiede molta determinazione, e se non hai una mente forte, rischi di non andare lontano. Poi c’è la parte fisica, che oggi è sempre più determinante. Il talento tennistico arriva infine come un elemento aggiuntivo, ma senza le prime due caratteristiche, non si va lontano.

Hai fatto molta strada in poco tempo. Quali sono i tuoi risultati più significativi finora?

L’anno scorso è stato molto positivo: ho conquistato il mio primo punto ATP, e successivamente altri due. Alla fine dell’anno, ho ottenuto il mio miglior ranking, 1539° al mondo. Questo mi ha dato una grande soddisfazione, e mi ha fatto capire che posso alzare il mio livello di gioco.

Quali sono i tuoi obiettivi per il futuro?

Quest’anno mi sono reso conto di aver alzato molto il mio livello di gioco, ma so che ora la sfida è riuscire a mantenerlo costante e a esprimerlo su più partite possibili. Voglio continuare a crescere e a migliorare.

Consiglieresti il tennis ad altri ragazzi?

Assolutamente sì. Il tennis è uno sport che ti insegna molto, non solo sul piano atletico, ma anche nella vita. Ti mette di fronte a sfide che devi affrontare da solo, e questo ti aiuta a sviluppare una grande resilienza. È un’esperienza che ti forma, e credo che ogni ragazzo dovrebbe provarlo.

Hobby al di fuori del tennis?

I miei hobby sono l’hockey, che ho praticato da bambino fino a otto anni, e gli sport automobilistici, una passione che seguo con grande entusiasmo. 

Autore: Niccolò Dametto