“Elezioni comunali? Nel complesso pochi i cambiamenti”

A distanza di due mesi dalle elezioni di maggio, la quasi totalità delle amministrazioni comunali altoatesine si è rinnovata. Ci sono alcuni cambiamenti significativi che riguardano i centri principali e alcune linee di tendenza, che abbiamo pensato di analizzare con il politologo Günther Pallaver.

In maggio i cittadini elettori della provincia sono tornati alle urne per rinnovare sindaci, consigli comunali e giunte. Se n’è parlato molto a livello locale e anche i nostri giornali hanno accolto inserzioni elettorali da parte dei principali candidati. Ora che ogni Comune può contare su un nuovo governo, abbiamo pensato di proporre ai nostri lettori una sintesi di quanto è avvenuto, partendo dal primo dato saltato all’occhio, ovvero l’ulteriore crescita dell’astensionismo. Molta curiosità ha suscitato anche il grande cambiamento avvenuto a Bolzano con la vittoria del nuovo sindaco civico di centrodestra Corrarati, che governerà con l’SVP, e l’elezione a Merano della giovane esponente della Volkspartei Katharina Zeller. Ne abbiamo parlato con Günther Pallaver, nato e residente a Bronzolo, professore universitario emerito di scienze politiche all’Università di Innsbruck.

L’INTERVISTA

Il primo dato da commentare è l’afflusso alle urne. Com’è andata?

Sono stati molto meno a votare, soprattutto italiani. Le elezioni comunali di solito sono caratterizzate da tre elementi: fiducia, identità e soprattutto vicinanza. Ma alle comunali l’afflusso è stato più basso che alle provinciali. Siamo arrivati in media al 60% che diventa il 52% a Bolzano (e il 42% al ballottaggio). A partire dalle comunali dal 2015 abbiamo perso il 5% in ogni tornata elettorale. Si tratta di una grande erosione, che alla base ha sicuramente tutta una serie di macro motivi (individualismo, trasformazione della società, ecc.). 

Quali sono gli altri elementi salienti di questa tornata elettorale?

Abbiamo sempre meno competizione perché ci sono sempre meno attori politici che si mettono a disposizione. Nel 2015 abbiamo avuto 21 comuni con una lista sola, che sono diventati 28 nel 2020 e quindi 36 con un solo candidato sindaco nel 2025. Con un candidato unico e una lista unica non c’è una scelta e non si tratta quindi di una vera e propria elezione. Questo non può che penalizzare la partecipazione al voto. Dobbiamo anche dire che c’è stato un cambiamento anche per quanto riguarda le liste civiche, che sono diminuite. Si tratta di un problema non solo altoatesino, ma europeo: la gente si mette a disposizione sempre meno e lo vediamo anche dal fatto che le liste sono sempre più corte. Sono due cose collegate: se non vai a votare è ovvio che non ti metti nemmeno a disposizione. 

Gli “italiani” come sono andati?

Per quanto riguarda il gruppo linguistico italiano possiamo dire che per motivi demografici è sempre meno presente nelle valli. Il resto lo fa la frammentazione: la sinistra italiana non si mette insieme con la destra italiana e quindi non si riesce a raggiungere il quorum per eleggere rappresentanti nei consiglio comunali. Potrebbe cambiare qualcosa con la recente riforma dell’autonomia, che prevede il diritto di voto non dopo 4 anni di residenza ma dopo 2. 

Occorrerebbe vedere quanti sono stati quelli che non hanno potuto, rispetto a quelli che non hanno voluto votare.  

In ogni caso notiamo che a livello comunale la impermeabilità elettorale è minore rispetto al livello provinciale. Impermeabilità è la tendenza di un gruppo linguistico a votare esclusivamente partiti che lo rappresentano. Ebbene: a livello provinciale c’è circa un 2% di elettori di lingua tedesca che votano partiti di lingua italiana. Questa percentuale sale al 10% per quanto riguarda gli elettori di lingua italiana che votano partiti di lingua tedesca. A livello comunale, come detto, questa tendenza è meno significativa. Poi: alle provinciali nelle liste dei partiti italiani si trovano sempre candidati di lingua tedesca, mentre questo non avviene con la SVP perché il loro statuto non lo prevede. Questo è vero a livello provinciale ma meno vero a livello locale, dove nelle liste della SVP infatti si trovano sempre più spesso candidati italiani. Nel momento in cui si perde consenso, si cercano candidati che consentano di invertire la tendenza. Si tratta di meccanismi irreversibili: una volta che incominci poi non riesci più a tornare indietro. In ogni caso notiamo che la logica etnica a livello comunale è molto diminuita. Lo abbiamo visto a Dobbiaco con Bocher, votato ed eletto per anni perché bravo. Ma è successo anche a Vadena, Salorno e adesso Laives. L’appartenenza etnica non è più un problema insormontabile. 

Com’è andata con la presenza politica femminile nei comuni?

Possiamo dire che c’è stato un piccolo miglioramento, anche se non rivoluzionario. Nel ‘95 avevamo 2 donne sindache e ora ne abbiamo 16. Nei consigli comunali nel 2020 la percentuale femminile era circa del 40%, oggi siamo arrivati al 43/44%. Un dato di fatto è che nei voti di preferenza non succede che le donne votino automaticamente le donne. 

La SVP come sta?

Rimane il partito dei comuni. Su 116 comuni solo 12 non sono della Volkspartei. E non è solo l’attrazione emanata dal partito a fare la differenza, ma anche una questione strutturale. è l’unico partito che ha appunto una struttura in ogni paese. Altrimenti anche a livello locale la SVP deve registrare una erosione, ma grazie anche al fatto che a livello locale gli altri partiti  sono meno presenti, alla fine la Volkspartei vince. 

Ecco. Che fine hanno fatto liste civiche, Freiheitlichen e Südtiroler Freiheit?

Le liste civiche sono diminuite, i Freiheitlichen quasi spariti, gli unici ad aumentare sono stati gli esponenti di Südtiroler Freiheit.  

Stiamo parlando però solo di una presenza, nessuno dei loro candidati sindaci ha potuto pensare di impensierire i candidati della SVP?

Proprio così. L’unica eccezione è stato Villandro dove il candidato, consigliere provinciale, è arrivato al 44%. 

La SVP poi è riuscita a riconquistare Merano e a conquistare Laives, dicevamo…

Sì, è un grande risultato. Ma la SVP non si capisce più bene dove va. A Bolzano sono blockfrei, ma poi governano con la destra anche se la maggioranza del loro elettorato aveva votato per il candidato del centrosinistra Andriollo. A Merano invece il PD è andato con la Zeller, mentre appunto la Zeller faceva propaganda per Andriollo su Bolzano. Anche il segretario del partito Steger ha confermato che nel partito esiste un problema con i valori e senza quelli la gente non sa più come orientarsi. 

Forse è il risultato di una politica fatta con continui e alternati colpi al cerchio e alla botte, mentre poi in definitiva a prevalere sono le questioni economiche. 

Sì, e si tratta di un problema che rischia di crescere in futuro. 

A Bolzano poi c’è il cambiamento epocale, con la destra al governo.

Sì. è epocale appunto perché il centrodestra governa per la prima volta. Ma se andiamo a vedere i numeri in sostanza il centrodestra è tornato sui livelli di consenso che aveva già raggiunto a suo tempo con il sindaco Benussi, che però non riuscì a fare la giunta e si dimise.  

Fratelli d’Italia è davvero erede del MSI di una volta? Sembra un partito molto più moderato…

Guardando i programmi elettorali di Fratelli d’Italia vediamo che si tratta di un partito completamente diverso. Non si trova più nulla di antiautonomistico e nessuna riga sulla scuola bilingue che una volta invece era un cavallo di battaglia. Ci sono ancora dei momenti identitari, con Galateo che sfila con Casapound, ma si tratta solo di messaggi lanciati a una parte dell’elettorato. 

L’elettorato di centro a Bolzano dov’è andato?

Probabilmente con la civica di Gennaccaro, ma in parte probabilmente proprio con Fratelli d’Italia. A livello provinciale l’elettorato italiano vota meno di quello tedesco per una percentuale del 20%  e questo si vede anche a Bolzano. Ma ora il fatto che la destra governi a Bolzano potrebbe dare una spinta anche a quei loro elettori che finora sono stati delusi dalla condanna all’opposizione. Vedremo… La SVP ha ottenuto tutto quello che voleva e personalmente sono convinto che il centrodestra a Bolzano riuscirà a governare per questi cinque anni. Lavoreranno senz’altro su alcune iniziative simboliche, ma i simboli non bastano. Se gli autobus non funzionano fai ben poco con i simboli. 

Come vede il sindaco Corrarati?

Lui è un centrista. E il fatto che abbia convinto Salvadori a lasciare dopo lo scivolone social su Goebbels è un buon segno. 

Interessante è la presenza in giunta di un nuovo cittadino “storico” con Tritan Myftiu, di origine albanese. 

Sì, per Bolzano si tratta del il primo assessore con background migratorio. Senz’altro lui non potrà battere il ferro dell’italianità, essendo albanese. La sua presenza in giunta è un passo in avanti non solo per il suo partito, ma per tutta la comunità.

Per il prossimo futuro cosa ci possiamo aspettare?

Secondo me la Volskpartei potrebbe assestarsi sul 30%, rimanendo comunque di gran lunga il partito più votato. Basta guardare la provincia: con il 35% dei consensi sono riusciti comunque a fare una giunta in cui hanno quasi l’80% degli assessori, come quando avevano la maggioranza assoluta. è comunque indubbia un’erosione dell’elettorato tedesco e sappiamo che Kompatscher se ne andrà alla fine di questa legislatura. Vedremo chi arriverà. A me preoccupa l’avanzamento della destra di lingua tedesca (Südtiroler Freiheit), perché potrebbe riaccendere i conflitti etnici. Penso inoltre che Fratelli d’Italia manterrà questo livello di consenso. Nei prossimi anni quindi non vedo in arrivo grandi cambiamenti. Centrale sarà come sempre la Volkspartei che però, come detto, è disorientata. Non si sa in quale direzione si muova. E in un sistema politico in cui questo partito è così importante, davvero è essenziale capire dove va e se è capace di mantenere la sua coesione. Kompatscher cerca di uscire dalla sua esperienza politica con la riforma dell’autonomia. Ma di questa riforma, sventolata come una grande riforma, in realtà rimane poco. è tanto fumo e poco arrosto. Qualche mese fa abbiamo avuto un meeting con insigni giuristi costituzionali e loro hanno detto la stessa cosa. 

Autore: Luca Sticcotti

Da settant’anni col cappello alpino

Era il 1955, quando un gruppo di reduci di guerra di Laghetti decise di riunirsi nel preciso intento di convincere Antonio Piffer a fondare la sezione alpini del paese. Da allora sono trascorsi settant’anni, ma lo spirito di solidarietà, servizio e fratellanza che animava quel gruppo è rimasto lo stesso.

Nella lunga storia degli Alpini di Laghetti, è doveroso ricordare i momenti di profondo impegno, come l’aiuto prestato durante il terremoto del Friuli, o la costruzione del monumento ai caduti; ma anche quell’occhio particolare nei confronti di chi, in paese, si trova in difficoltà. 

Così, per celebrare l’importante traguardo dei settant’anni, nei giorni scorsi è andata in scena una grande festa in località Pinara, alla quale ha partecipato un’ampia rappresentanza dei gruppi Ana altoatesini e del vicino Trentino. 

Tra gli ospiti d’onore, le penne nere di Collalbrigo a rappresentare la sezione di Conegliano (Treviso).

“Con loro abbiamo un legame sincero e profondo – racconta Claudio Toniatti, capogruppo a Laghetti da vent’anni -. Ci siamo conosciuti all’adunata di Bolzano del 2012 e ci siamo ritrovati a Trento. Solo una settimana fa eravamo loro ospiti per il centenario.”

Durante la festa in paese, un momento speciale è arrivato dal premio a sorpresa conferito a Johannes Bortolotti, comandante della compagnia degli Schützen di Laghetti, con i quali gli Alpini hanno instaurato un rapporto di collaborazione ormai consolidato. “Sia Johannes che io ricopriamo lo stesso ruolo da vent’anni – racconta Toniatti – e ogni anno ci aiutiamo reciprocamente nelle rispettive feste sociali. È nata una bellissima sinergia che ci impegniamo a portare avanti anche nel futuro”.

Non poteva mancare un tributo a chi, da decenni, è parte integrante della vita del gruppo: e dunque il direttivo ha voluto consegnare un attestato di riconoscimento ai soci Floriano Pellegrin, Claudio Defrancesco e Bruno Cristofori (detto Gigelo), consiglieri da oltre 40 anni nel sodalizio. 

Dunque la solidarietà, così come l’amicizia e la tradizione, sono i valori che, ieri come oggi, guidano gli Alpini di Laghetti. Sono meno le forze rispetto al passato, ma la determinazione è la stessa di sempre nell’essere una presenza attiva, discreta e preziosa per il prossimo.

L’INTERVISTA

Capogruppo Claudio Toniatti, secondo lei lo spirito alpino dei nostri giorni è cambiato tanto rispetto a quello di un tempo? 

Non penso sia cambiato, se mai sono cambiati altri fatti: i gruppi sono sempre più vecchi da quando la naja è stata abolita, quindi nuove leve non ce ne sono più. Chi ha fatto il servizio militare negli alpini e poi si è iscritto alle nostre associazioni va avanti con la mentalità che ci distingue. 

Qual è lo stato attuale del vostro gruppo parlando di soci e di simpatizzanti? 

Come gruppo Laghetti, ultimamente, siamo una trentina di soci e un paio di amici degli alpini.

Quali sono le attività che proponete, o all’interno delle quali collaborate, per supportare la vostra comunità? 

Nell’iniziativa “Paese Pulito” promossa dal Comune di Egna ci occupiamo di preparare il pranzo ai volontari. In questi ultimi anni sono sempre un’ottantina che partecipano al pulire vie, strade, argini. Noi, appunto, prepariamo il pranzo. Da un paio d’anni organizziamo poi una piccola festa in piazza Dürer, proponendo il piatto tipico Erengrestel.

L’anno scorso abbiamo anche partecipato al sabato in piazza, evento che viene proposto ogni anno e parte del ricavato va in beneficenza. 

Il 6 gennaio organizziamo poi la festa della Befana. Una volta si faceva in canonica, adesso i bambini in paese sono pochi e in questi ultimi anni l’abbiamo accorpata al nostro pranzo sociale.

Per un compleanno così, solitamente, si augurano altrettanti anni di vita, quindi cosa vi augurate per il futuro? 

Sperando che i soci attuali stiano sempre in salute, quindi fin che possiamo andare avanti… andiamo avanti! Poi, chi lo sa… staremo a vedere, magari arriveremo al punto che dovremmo fondare un gruppo più grande.

Autore: Daniele Bebber

“Cervelli in fuga”: perché molti giovani decidono di lavorare all’estero?

Lo chiediamo a Jacopo Prescianotto, che si è laureato in triennale all’Università di Trento e ha frequentato un corso magistrale diviso tra Madrid e Rennes. Ora vive a Berlino dove lavora in una start-up nel mercato dell’energia.

Qual è la tua professione?

La start-up in cui lavoro produce un software per il mercato del gas naturale liquido. Io svolgo molti ruoli differenti: passo, quindi, dal settore business a quello più tecnico dello sviluppo del software in base alle necessità.

Come sei arrivato a Berlino e a questa posizione?

Tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024 ero alla ricerca di un tirocinio, obbligatorio per il mio corso di laurea. L’obiettivo era trovarlo in Spagna oppure nella Svizzera tedesca, meta appetibile, dove avrei avuto il vantaggio del tedesco imparato a Bolzano e la vicinanza all’Alto Adige. La ricerca è stata molto complicata e mi ha sorpreso la quantità di porte chiuse che ho incontrato. L’opportunità nella capitale tedesca è arrivata per caso tramite un messaggio su LinkedIn: in una settimana ho firmato il contratto. Ho fatto i miei sei mesi di tirocinio e il giorno seguente alla sua conclusione ho potuto iniziare a lavorare per l’azienda come full time indeterminato. 

Pensi che avresti potuto trovare una posizione simile in Italia?

È difficile paragonare l’Italia all’estero. L’unico luogo forse paragonabile a livello di opportunità è Milano. Tuttavia il rapporto tra il costo della vita e il salario per posizioni simili, per come conosco io la situazione milanese, è peggiore rispetto a quello che si può trovare nel resto d’Europa. Questo è importante, soprattutto per un giovane a inizio carriera che non ha molti soldi messi da parte e cerca una stabilità. 

La tua idea era rimanere all’estero sin dall’inizio?

La mia idea era studiare e fare il tirocinio all’estero per un periodo limitato. Vivendo all’estero e iniziando a conoscere le opportunità offerte da altri paesi in relazione ai miei progetti mi sono reso conto che tornare in Italia nel breve periodo non conviene. Tornerei per la famiglia e i miei cari però dovrei rinunciare a grandi opportunità. Io amo l’Italia e cerco di tornare a casa spesso avendo anche la possibilità di lavorare in smart working. Mi mancano i miei parenti e i miei amici di sempre però il mio obiettivo è trovare un lavoro che mi piaccia e che mi faccia sentire realizzato cosa difficile da raggiungere in Italia. Ho trovato la mia strada all’estero, per ora. Al momento non vedo l’Italia come un luogo che mi possa dare le stesse possibilità nonostante la voglia di tornare e contribuire in maniera positiva alla crescita del mio Paese. Non è facile andare via, lo si fa perchè si cerca qualcosa che a casa purtroppo non si può trovare, vorrei poter avere le stesse possibilità in Italia per poter stare vicino alla mia famiglia e ai miei amici e vivere nel paese che amo nonostante i suoi difetti; la voglia di tornare e portare la mia esperienza c’è, ma si scontra con la probabilità di dover penalizzare altri aspetti della vita altrettanto importanti.

Com’è il trattamento riservato ai giovani appena laureati in Germania?

Appena arrivato in Germania ero insicuro e mi chiedevo se sarei stato all’altezza del lavoro però con la sicurezza delle mie capacità. Questa mia sicurezza di avere delle competenze e la capacità di apprenderne di nuove è sempre stata altamente ricompensata. Non sono mai stato penalizzato per il mio essere giovane e non ho mai ricevuto un trattamento diverso perché ero quello con meno esperienza. Con il tempo ognuno ha la possibilità di ritagliarsi il proprio spazio senza partire con un debito iniziale. Qua mi sento valorizzato per ciò che so fare ora e le responsabilità proporzionate a questo mi vengono sempre date. Questo mi dà un incentivo a continuare a migliorare. 

Autrice: Anna Michelazzi

Un libro dedicato ai “corridoi”, umanitari ma non solo

Nei giorni scorsi per la casa editrice EMI è uscito un libro intitolato “L’altra strada: i corridoi umanitari, universitari, lavorativi”. Il volume – a cura di Oliviero Forti e del vicedirettotore di Caritas Italiana Paolo Valente, meranese – è una bussola nel mare agitato della mobilità umana contemporanea. Raccoglie analisi, numeri, racconti e voci, tracciando con chiarezza la traiettoria di una “altra strada” percorribile: quella dei corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Del libro ne abbiamo parlato con Paolo Valente, collega giornalista e nostro collaboratore da anni per la rubrica “Senza Confini”. 

Come è nato questo libro e qual è il suo scopo?

Papa Benedetto disse che quelle della Caritas devono essere delle opere “parlanti”. Il libro vuole essere uno strumento in più per dare al progetto dei Corridoi la possibilità di trasmettere il suo messaggio.

Le cronache schizofreniche di questa epoca ci parlano di calo delle nascite in Europa e necessità di importante manodopera, a tutti i livelli, per mantenere livelli di produttività e stato sociale. Allo stesso tempo però molta parte della politica identifica lo straniero e l’immigrato in particolare come uno dei principali problemi sociali da cui difendersi. In che misura il libro “L’altra strada, i corridoi umanitari, universitari, lavorativi” può indicare una via per tornare ad una razionalità nell’approccio alle dinamiche dell’immigrazione, in grado di tenere conto anche della solidarietà, fino a prova contraria elemento costitutivo delle nostre democrazie?

Il libro racconta storie e racconta il loro contesto. Un contesto fatto di idee e di forti convinzioni, come quella di dover lavorare per il bene comune e non solo per l’interesse di pochi privilegiati. Papa Francesco ci ha chiesto di accogliere, proteggere, promuovere e integrare le persone. I corridoi umanitari sono un’“opera-segno”, ovvero un progetto che da solo non risolve tutti i problemi, ma indica una strada. Nel nostro caso “l’altra strada”, come dice il titolo. Cioè non la strada della mercificazione e della morte delle persone, dei viaggi disperati attraverso il deserto e il Mediterraneo, ma la strada della vita.

Come sono state raccolte le storie presenti nel libro?

Il libro racconta da un lato le vicende di persone che sono arrivate in Italia (a Ragusa, a Firenze e a Milano) attraverso i corridoi umanitari, universitari e lavorativi. Sono anche le storie della comunità che ha accolto. E che si è lasciata interrogare e trasformare da questa esperienza. 

“Integrare” deriva da “integro”, cioè “intero”. Esprime la consapevolezza che le nostre società, le nostre comunità non sono mai intere, complete. Non bastano a se stesse. Manca sempre un pezzo. Questo pezzo sono i bambini che nascono, le persone in difficoltà che trovano il loro spazio, le persone migranti che bussano alla porta e, in buona parte, contribuiscono al benessere di tutti.

Qual è l’attuale contesto normativo e politico europeo che riguarda i “corridoi”? Nel libro viene spiegato?

L’Unione Europea riconosce la validità dello strumento del corridoio umanitario. In particolare, promuove percorsi per le persone bisognose di protezione legati allo studio o al lavoro attraverso il finanziamento di appositi progetti. Tuttavia, data la sensibilità (e le strumentalizzazioni) del tema, molto è demandato alla buona volontà dei singoli Stati membri e resta forte la spinta a difendere i confini piuttosto che a guardare oltre.

Qual è il meccanismo con cui Caritas Italiana si relaziona con le altre sedi nazionali nel mondo per portare promuovere la “strada dei corridoi”?   

Caritas Italiana opera all’interno della rete Caritas globale, composta da 162 membri nazionali, coordinati da Caritas Internationalis. Vuol dire che in quasi tutti i Paesi del mondo c’è una Caritas con la quale siamo in contatto diretto. Questo è essenziale per lo scambio di informazioni, per l’attuazione di progetti comuni, per gli interventi in caso di emergenze (purtroppo molte, ultimamente). Anche per i corridoi hanno grande valore queste relazioni. La prima parte del percorso avviene infatti nei Paesi di prima accoglienza. È lì che i nostri operatori incontrano le persone, verificano le situazioni più adatte al progetto e cercano di superare, con l’aiuto dei colleghi del luogo, le barriere burocratiche. Il corridoio umanitario presuppone l’esistenza di una solida rete sia all’estero che in Italia. Per questo quelle che raccontiamo non sono solo storie di singole persone, ma storie di comunità e società che si sono attivate.

Autore: Luca Sticcotti

A Trento inizia la programmazione estiva del Teatro Capovolto

Inserzione pubblicitaria – Manca ormai poco all’arrivo dell’estate, e per il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento è arrivato il momento di dare il via alla nuova programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Giovedì 3 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 30 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il concorso di poetry slam, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti particolarmente articolata, distribuita su quarantatré serate, che per il sesto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste insolita, ormai entrata nel cuore e nelle abitudini del pubblico trentino e non solo.

Anche quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con concerti che vedranno protagonisti artisti di caratura internazionale come la stella del desert blues Bombino, il prodigioso pianista carioca Amaro Freitas, l’incantevole voce dell’artista franco-caraibica Adi Oasis e la Vegetable Orchestra (in collaborazione con il MUSE-Museo delle Scienze), la prima orchestra tutta vegetale di Vienna, oltre a musicisti provenienti dal panorama musicale italiano come Paolo Jannacci, con un repertorio che include anche le canzoni più amate di suo papà Enzo, I Patagarri e l’artista trentina Caterina Cropelli. E ancora, cori, bande, in collaborazione con alcune tra le più prestigiose realtà musicali del territorio regionale come il Conservatorio “F.A. Bonporti” di Trento e Riva del Garda, l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento, e l’Associazione Musica Riva e il Corpo Musicale Città di Trento, senza dimenticare il concerto dei Jemm Music Project, formazione guidata dal percussionista altoatesino Max Castlunger, il progetto innovativo che riunisce East Coast Cats, Christelle Pascal e la musicista non vedente Ciara Moser, concludendo infine con l’orchestra di legni HoBla-O, un ensemble formato da quasi cinquanta giovani musicisti provenienti da tutto l’Alto Adige.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta, una serata realizzata con la Federazione Trentino Danza che vedrà protagonisti i migliori talenti provenienti dalle scuole di danza della Provincia, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare al teatro, con quattro monologhi tutti al femminile all’insegna della comicità, interpretati da quattro brillanti attrici: ci sarà la stand up comedian Alice Mangione con il suo primo spettacolo da solista “Cruda e nuda”, Arianna Porcelli Safonov con il suo nuovo e divertente progetto “Alimentire”, Lucia Raffaelli Mariani con “Freevola – Confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, e Gioia Salvatori con “Cuoro”, oltre al monologo tutto da ridere intorno al tema del vino di Lucio Gardin, che avrà il compito di inaugurare il calendario.

E poi, come ogni anno, ad accompagnare i due mesi estivi del Teatro Capovolto ci saranno i consueti appuntamenti dedicati al cinema realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a offrire il meglio del cinema italiano ed europeo, tra cui il pluripremiato “Vermiglio” di Maura Delpero.

Infine, a completare la ricca programmazione del Teatro Capovolto ci sarà spazio per gli eventi dedicati alla poesia con il poetry slam e la quarta edizione del premio intitolato a David Wilkinson, poeta, letterato e docente scomparso nel 2021, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario di due giorni, realizzato in collaborazione con la Libreria Ubik, che quest’anno avrà il piacere di ospitare due importanti attori. L’ospite della prima giornata sarà Andrea Pennacchi, che prima presenterà il suo libro omaggio a Shakesperare, “Se la rosa non avesse il suo nome”, per poi proseguire con “Carta Bianca”, altro momento di spettacolo dedicato al Bardo, con le musiche dal vivo di Giorgio Gobbo. Il giorno seguente, infine, sono in calendario due momenti di incontro e spettacolo dedicati all’indimenticata scrittrice Anna Banti, che vedranno protagonista l’attrice Michela Cescon, vincitrice di un David di Donatello nel 2012, che aprirà il pomeriggio con un incontro dal titolo “Riprendersi il tempo. La narrativa di Anna Banti” (insieme a Giuliana Misserville), per dare successivamente vita a “Lavinia Fuggita”, melologo tratto dall’omonimo racconto di Anna Banti. Il lavoro di Michela Cescon è inserito all’interno del progetto “Lessemi”, prodotto dal Teatro Dioniso, il cui obiettivo è quello di ricostruire l’esperienza e la storia delle donne partendo dalla loro letteratura.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2025 – Un’estate, una città”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento. 

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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Scoprire la vallata con l’ornitologo

Negli ultimi sei anni Enrico Bissardella, ornitologo di Vadena, ha accompagnato con passione i cittadini alla scoperta del territorio. Le sue escursioni, promosse dal Comune tramite il servizio bibliotecario e con il supporto dell’associazione “La secondaluna”, sono aperte a tutti e soprattutto gratuite. L’obiettivo? Far conoscere le bellezze naturali e storiche, che sono spesso sfuggenti, pur trovandosi a pochi passi da casa.

“Ogni anno propongo un nuovo itinerario con l’idea di stimolare la curiosità e sensibilizzare i cittadini al rispetto per l’ambiente – racconta Enrico Bissardella -. Tutti i percorsi si svolgono tra la Bassa Atesina e l’Oltradige, un territorio ricchissimo di biodiversità e storia”. 

In sei anni sono state realizzate la bellezza di dodici escursioni partendo dal Monte di Mezzo, nel territorio comunale di Vadena, per poi toccare luoghi come i laghi di Monticolo, il Colle Olmo, Castel Feder e, lo scorso anno, la vecchia funivia per la Val di Fiemme. 

L’edizione 2025 ha condotto i partecipanti, una ventina in tutto, alla scoperta della forra del torrente Rastenbach, spettacolare canyon naturale che scende dalle pendici di Castelvecchio fino a sfociare nei pressi di Caldaro. “È un ambiente affascinante dove si può osservare una ricca fauna, tra cui la salamandra e, in uno dei pochi luoghi dell’Alto Adige, il gambero di fiume”, spiega Bissardella. 

Ascoltare la voce della natura

Negli ultimi anni l’accessibilità del sito è stata migliorata grazie alla realizzazione di nuove scalinate in metallo e terrazzamenti panoramici, che sostituiscono le vecchie strutture in legno deteriorate dall’umidità. I balconi naturali offrono scorci mozzafiato sulla Bassa Atesina, l’Oltradige e il lago di Caldaro. 

Durante la camminata, priva di particolari difficoltà, Bissardella ha alternato momenti d’osservazione naturalistica a spiegazioni su vegetazione e fauna. “Abbiamo distinto insieme i suoni del bosco, ascoltato i richiami e avuto la fortuna di osservare rapaci in volo, come la poiana e perfino un falco pellegrino intento in un’azione di caccia”. Non è mancato l’aspetto storico, perché alla sommità del percorso sorgono le rovine della basilica paleocristiana di San Pietro, risalente al VI secolo d.C. 

Ne rimangono visibili i muri perimetrali, l’abside e tracce di antichi affreschi. Poco distante si trovano una vasca scavata nel porfido, probabilmente un fonte battesimale, e un dosso con coppelle, incavi circolari usati secondo alcune teorie per scopi rituali o pratici. A conclusione dell’escursione, i partecipanti hanno potuto ammirare il paesaggio dalla terrazza panoramica di Castelvecchio, tra commenti entusiasti e promesse di tornare. “Mi ha fatto piacere – conclude Bissardella – sentire nei giorni successivi alcuni escursionisti parlarne ancora con stupore nei bar del paese. È segno che questa iniziativa riesce davvero a lasciare il segno”. 

Obiettivo benessere

Sempre presente anche la vicesindaca Martine Parise, che da anni sostiene attivamente il progetto, credendo fermamente nel suo valore ambientale, culturale e sociale. “Oltre questa iniziativa, con Enrico organizziamo i corsi di Quyi Gong. Il bello di queste iniziative è che sono totalmente gratuite per permettere a tutti di partecipare e mirano al benessere psicofisico dei nostri cittadini – riferisce Parise -.  Spesso si promuovono attività culturali e musicali, che vanno benissimo, però quello del benessere fisico e della salute mentale è un tema di cui si parla ancora troppo poco. Con quest’attività, non ci siamo fermati nemmeno durante il periodo della pandemia. Prendendo le dovute cautele e misure necessarie, abbiamo offerto tra molti ringraziamenti la possibilità di muoversi all’aria aperta, pur rimanendo entro i confini comunali”.

Autore: Daniele Bebber

Teatro Stabile: la cultura come un servizio

La nuova stagione del Teatro Stabile si avvicina. La campagna abbonamenti – in corso fino al 12 ottobre – sta andando benissimo, ma ci sono ancora ancora posti disponibili. Il calendario degli spettacoli che si svilupperà tra la fine del 2025 e la prima parte del 2026 sarà come sempre ricchissimo e ve lo abbiamo presentato nel dettaglio nello scorso numero del nostro giornale. Della salute del Teatro Stabile ne parliamo invece oggi con il direttore, Walter Zambaldi.

Quest’anno si sta rivelando un vero successo la campagna abbonamenti, vero?

è proprio così. Abbiamo dei numeri eccezionali per quanto riguarda i rinnovi degli abbonamenti. Su Bolzano abbiamo una base di 2000 abbonati in crescita. Sono poi 150 a Vipiteno, 110 a Brunico, 230 a Bressanone e 300 a Merano.Si tratta di cifre veramente alte rispetto ad altri territori di riferimento. A Roma dovrebbero essere 80.000 gli abbonati, in proporzione. La prospettiva è dunque quella di un tutto esaurito anche per la prossima stagione. E riuscire ad esaurire il Teatro Comunale dal giovedì alla domenica, con 13/14 spettacoli all’anno è davvero una cosa importante. 

Quali sono i motivi di questo successo?

La progettualità, il concepire il teatro come servizio pubblico, lavorare sulla grandissima qualità delle produzioni, essere appetibili dal punto di vista produttivo sia a livello nazionale che a livello locale. Occorre naturalmente promuovere una confidenza con il teatro fin dalle generazioni più giovani. Non si deve mollare una virgola sulla necessità che la gente possa accedere agli spettacoli, non elaborando una proposta troppo d’élite e nello stesso tempo però non seguendo troppo le logiche del mercato. Insomma: bisogna riuscire a fare una fotografia reale del teatro contemporaneo e produrlo essendone i fautori.  

è una medaglia con tante facce, virtuose.

Sì e poi quando per tanti anni si vendono bene gli spettacoli prodotti agli altri teatri, si ha anche la possibilità di aumentare l’attività, investendo. Noi abbiamo giustamente l’obbligo del pareggio di bilancio e riuscire a distribuire virtuosamente i nostri spettacoli sul territorio nazionale è un fattore molto importante in questo senso.  Ci sono poi continue sinergie e collaborazioni con i principali teatri d’Italia. Questo il pubblico lo sente. Sa che a Bolzano la stagione è di alto livello, tra l’altro a fronte di prezzi che non hanno pari rispetto al resto d’Italia. 

Al di là della stagione, il Teatro Stabile porta avanti tutta una serie di progetti collaterali. Quanto sono importanti per voi?

Sono fondamentali, stanno nel mondo reale e completano la nostra presenza nelle viscere della società, nel suo tessuto civile. Il nostro compito è proprio quello di lavorare con la cittadinanza. 

Il nostro compito non è solo quello di aspettare la gente in teatro, ma anche di andare da lei. Questo perché non siamo un teatro commerciale bensì progettuale. è il motivo per cui frequentiamo ad esempio le carceri e le case di riposo. Portiamo dell’aria da respirare. Collaboriamo con molte realtà per utilizzare il teatro come strumento e non come puro intrattenimento. Nelle scuole siamo diventati materiali scolastica.

Interessante è anche il vostro slogan di quest’anno che definisce il teatro “il social più antico del mondo”. Ognuno di noi può fare una riflessione personale sul proprio modo di stare al mondo…

Sì, molti pensano di stare al mondo ma magari non lo sono in realtà. L’intimità sociale che si vive nel rito collettivo è vera perché ti riguarda come essere umano, ma è anche sociale perché hai vicine delle persone che respirano insieme a te. 

Proseguono le collaborazioni con le realtà del territorio? 

Sì, la lista è infinita e ogni anno la integriamo.

Qual è l’età media del vostro pubblico?

Il pubblico giovane è in continuo aumento. Penso sia anche il frutto delle iniziative che proponiamo nella piattaforma  Officina Teatro che ogni anno raggiunge 45.000  studenti e studentesse in tutta la provincia. 

Avete un grande supporto da parte degli enti pubblici?

Sì, Provincia, Comune, Regione e Ministero. Al Ministero dobbiamo garantire quantità e qualità e il nostro lavoro viene passato al setaccio ogni giorno. Non possiamo sbagliare nulla ed è giusto così. I numeri che dobbiamo fare preservano dei requisiti che valgono sia a livello territoriale che nazionale. Dobbiamo tenere sulla tradizione e innovare nello stesso tempo. La nostra è una funzione complessa. Rispetto a un megaconcerto da 100.000 spettatori con tutto il suo forte impatto, noi di spettatori in un anno ne facciamo 250.000, ma attraverso un lento… rilascio di cultura.

Sono dosi omeopatiche? 

Sì, ma in realtà neanche tanto, visto che i nostri spettacoli in sala grande vengono visti in media da 3.000 persone. Abbiamo più spettatori noi che il Calcio Südtirol. Sono dati SIAE. Il teatro è un servizio, un antico mestiere fatto da persone che condividono sul palcoscenico delle storie con la città. è una cosa molto poetica, dalla tradizione millenaria e che non può essere persa.

Autore: Luca Sticcotti

Tre giorni assieme per aiutare l’ambiente

I genitori insegnano i bimbi a prendersi prendersi cura di se stessi; ma spesso ci si dimentica che quel “se stessi” non indica solo la propria persona, ma tutto l’ambiente che ci circonda. È con questo spirito che opera “Plastic Free”, ed è con questa filosofia che Ornella Libardoni, referente per Laives, Bronzolo e Vadena del sodalizio ha organizzato assieme al Centro don Bosco tre giorni di sensibilizzazione con i ragazzi più giovani.

Signora Libardoni, come è andato il progetto?

È sempre un piacere incontrare i più giovani; ogni volta resto stupita da quanto si sentono coinvolti e indignati nel vedere quello che viene abbandonato lungo le vie cittadine, soprattutto pacchetti di sigarette e relativi mozziconi, cartacce, scontrini, incarti di caramelle e altre delizie. Nel corso delle tre giornate abbiamo organizzato dei giochi interattivi che simulano gli effetti della pioggia nei tombini: abbiamo mostrato loro che tutto quello che viene gettato in essi arriva al mare, con conseguenze disastrose. E, a proposito di mare, abbiamo anche ricreato una spiaggia con della sabbia piena di microplastica nascosta in profondità quando camminiamo su di essa. 

Avete anche organizzato quello che chiamate “clean up”?

Sì: durante il primo giorno abbiamo ripulito il parchetto adiacente al cimitero, dove i giovani hanno trovato i resti di un compleanno con tanto di palloncini scoppiati e abbandonati, e poi abbiamo compiuto una passeggiata ecologica fino al parco giochi di via Marconi, dove abbiamo trovato decine di resti di palloncini a terra, carte di merendine patatine e caramelle, lattine di bibite varie,un ombrello e perfino un pannolino. Nel terzo e ultimo incontro abbiamo coinvolto il gruppo delle classi quarta e quinta presso il centro giovanile don Bosco, e dopo la lezione didattica sul problema della plastica ci siamo fiondati a caccia di oggetti da raccogliere nel tratto di strada Nazionale che va dal semaforo adiacente il centro don Bosco a quello alla Crosara. 

Non deve essere stato semplice, considerando anche le temperature…

Non è lo stato, anzi, ma i ragazzi sono stati instancabili nonostante il caldo. Per noi adulti, poi, non è stato uno scherzo: organizzare operazioni simili richiede tanti sacrifici, basti considerare tutto il materiale che portiamo agli incontri, fra attrezzatura e vestiario, che poi deve essere lavato, chiaramente. Costa fatica, è vero, ma la soddisfazione di aver fatto il proprio dovere per aiutare il Pianeta è immensa.

Autore: Luca Masiello

Terme di Levico, dove l’acqua cura

Inserzione pubblicitaria – Specializzazione in dolori articolari e reumatici, cura della fibromialgia, cura del sonno.

PATOLOGIE ARTROREUMATICHE
Dolori alle articolazioni e alle ossa:
• artrosi generalizzata
• artrosi localizzata, primaria
• artrosi non specificata, sede non precisata
• fibromialgia e reumatismi extra articolari
diffusi, non specificati

TERAPIE
Immersione in acque termali e/o applicazione di fanghi sulle articolazioni colpite:
• ciclo di 12 fanghi
terapeutici o
• ciclo di 12 bagni
terapeutici o
• ciclo di 12 fanghi

  • 12 bagni
    terapeutici

FIBROMIALGIA
Un percorso dedicato a pazienti affetti da sindrome fibromialgica, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 6 trattamenti massofibro
• 3 sedute di psicoterapia collettiva
-possibile abbinamento con consulenza nutrizionale
• possibile integrazione con fango termale

CURA DELL’ANSIA E DEL SONNO
Per una migliore qualità della vita, dalla Ricerca scientifica delle Terme di Levico la conferma del ruolo complementare dell’Acqua Forte nel trattamento dell’ansia e dei disturbi del sonno.

TERAPIE
• 6 Bagni termali
• 3 sedute di dry floating experi ence con percorso guidato di meditazione
• 3 massaggi in acqua
• possibile abbinamento con 3 trattamenti di crioterapia sistemica.
I percorsi sono personalizzabili.

ACCESSO IN CONVENZIONE
Per accedere alle terapie delle Terme di Levico in convenzione con il Servizio Sanitario Nazionale è necessario:
• prenotare la visita medica di ammissione al numero 0461-706077 oppure scrivendo a info@termedilevico.it ;
• presentarsi alla visita medica presso le Terme con l’impegnativa rilasciata dal medico di base o specialista, l’eventuale documentazione clinica, un documento di identità e la tessera sanitaria.

L’INTERVISTA

Artrosi, fibromialgia, ansia e sonno non riposante si curano alle Terme di Levico. Vi proponiamo un’intervista al direttore sanitario Patrizia Manica.
La dottoressa Patrizia Manica è direttore sanitario delle Terme di Levico dal 2012. È specialista in idrologia medica, autrice e co-autrice di numerose pubblicazioni scientifiche in medicina termale.

Dottoressa, quali sono le comuni e più diffuse patologie artroreumatiche?
Nel linguaggio comune questa patologia la chiamiamo artrosi, localizzata oppure generalizzata. è caratterizzata da infiammazione agli arti, ai muscoli ed alle ossa, e provoca dolore e progressiva difficoltà di movimento, anche la deformazione degli arti.

I trattamenti praticati alle Terme di Levico curano le artrosi?
Sono particolarmente indicate perché hanno azione anti-infiammtoria, analgesica e miorilassante con riduzione del dolore. Importante è la visita medica di ammissione in quanto individua lo stadio della patologia prescrivendo i trattamenti più adeguati.

Quali sono le terapie adatte per la cura delle patologie artroreumatiche?
Fanghi e bagni, meglio se in abbinata, ma è il medico al momento della visita inziale a decidere quali dei due è adeguato o se è bene siano abbinati. Un suggerimento pratico: meglio è se l’impegnativa prevede il trattamento in abbinata fango con bagno per poter scegliere quello più adatto.

Dottoressa, cos’è la fibromialgia?
è una patologia che appartiene alle reumatiche, caratterizzata da dolore diffuso e sintomi di stanchezza profonda, da sonno non riposante, colon irritabile, digestione difficile, sensazione di memoria labile, ecc.

Perché le Terme di Levico sono particolarmente adatte per la cura della fibromialgia?
Perché le terapie che vi si praticano sono ben tollerate. Infatti, riducono l’intensità del dolore e sono di supporto al controllo del sonno.

Qual è la terapia specifica per la cura della fibromialgia?
Soprattutto la balneoterapia, validata scientificamente da ricerche mirate, effettuate presso le nostre terme.

Alle Terme di Levico si pratica anche la cura dell’ansia e del sonno. Con quale terapia?
La balneoterapia è un toccasana in proposito, particolarmente consigliata per chi soffre di tali disturbi. Tanto più che le patologie derivate da ansia e sonno non riposante sono assai diffuse e sono aumentate nel periodo post-pandemico.

TERME DI LEVICO
Viale Vittorio Emanuele, 10
38056 – Levico Terme (TN)
Ufficio informazioni e prenotazioni
Dal lunedì al venerdì
ore 8 – 12.30 e 14 – 17.30
Il sabato ore 8 – 12.30
Tel. 0461 706077
info@termedilevico.it
www.termedilevico.it

(inserzione pubblicitaria)

BattBull, un’app contro il bullismo

“Se sto bene a scuola, ho voglia di imparare. Se sto male, anche quella voglia lì svanisce” : parte da qui il ragionamento di Marco Fontana, dirigente scolastico dell’Istituto Battisti di Bolzano. Il benessere scolastico non è un lusso accessorio, ma la base di ogni apprendimento. E nel mezzo di questa consapevolezza nasce BattBull, un’app ideata e realizzata da un gruppo di studenti per segnalare episodi di bullismo.

L’Istituto Battisti, racconta il dirigente, è una piccola Bolzano: studenti di ogni provenienza e storia che si incrociano ogni giorno tra le aule e i corridoi dell’edificio scolastico. Con tutte le potenzialità, ma anche le tensioni, che un microcosmo del genere porta naturalmente con sé. “Non parliamo solo di bullismo conclamato”, spiega, “ma anche di quelle piccole prevaricazioni che spesso passano sotto traccia: scherzi maldigeriti, paure, tensioni. Tutti segnali di un disagio che va preso sul serio. Sempre e comunque.” E se stare bene a scuola viene prima di imparare, allora serve agire. Non a parole, ma con strumenti concreti. Da questa intuizione è nata la app BattBull, una efficace combinazione tra “Battisti”, “battersi” e “bullismo.

Più visibilità, non meno problemi

È qui che entra in scena BattBull, l’app contro il bullismo. “BattBull non ha cancellato il disagio. Chiaramente. Ma ci ha permesso di vederlo meglio e di lavorarci insieme. Soprattutto, ci ha convinti a mettere gli studenti al centro”, sottolinea il dirigente “perché è da loro e con loro che bisogna agire.”

È uno dei tratti più interessanti del progetto: non è stato semplicemente calato dall’alto. È nato dai ragazzi, per i ragazzi, con il sostegno e l’entusiasmo contagioso della professoressa Tina Iuzzolino, ideatrice, e del professor Leonardo Martino, che ha fatto da coach programmatore… talvolta fino a notte fonda.

Una piccola software house in classe

“Io sono stato il referente tecnico”, racconta il professor Martino. “Ho insegnato loro a programmare il front-end, il back-end… mentre per la grafica erano già molto autonomi.

La parte più bella? Vederli lavorare come in una vera software house. Discutere, confrontarsi, trovare compromessi.”

Dietro le righe di codice, infatti, si sono sviluppate anche quelle competenze trasversali, le famose soft skills, che a scuola come nella vita sono essenziali. Il lavoro di squadra, la gestione dei conflitti, la resilienza. E pure un po’ di ironia:

“Sì, perché quando alle tre di notte mi arrivava una mail con ‘prof, ci aiuta con questo bottone?’, io rispondevo con un video tutorial, magari con gli Iron Maiden in sottofondo.”

Dall’idea alla realtà (nazionale)

Simone Sartore lo dice senza troppi giri di parole: “Non pensavo sarebbe andata così. Pensavo a una cosa utile per la scuola, magari un po’ popolare qui a Bolzano. Ma poi… il ministro Valditara, il premio nazionale, lo stand a Firenze… mai me lo sarei immaginato.”

In effetti l’app non è solo rimasta confinata dentro le mura scolastiche, ma si è aperta anche ad altre realtà. Altre scuole italiane sono già in contatto con il gruppo di lavoro di BattBull, pronte ad adottare o replicare l’esperienza.

E nel futuro? Chissà. Il progetto continua a evolversi. Magari ci saranno nuove lingue, nuove funzionalità, una nuova generazione di studenti pronti a prenderne il testimone.

Uno strumento semplice ma potente

“BattBull serve a segnalare atti di bullismo. Anche in forma anonima. Ma è stata usata anche per altre segnalazioni, come comportamenti illeciti. È facile da usare, gratuita, accessibile a tutti”, racconta Raffaele Di Sarno.

Ma oltre la tecnologia, c’è qualcosa di più. 

“Questa app dà voce a chi ha paura di parlare. A chi si sente solo. È uno strumento che aiuta davvero. E noi lo abbiamo creato partendo quasi da zero” afferma con orgoglio Sharon Limoncella.

Ed è forse questo l’aspetto più potente: che una classe di ragazzi, armata di entusiasmo e nottate insonni, abbia trasformato un’idea in qualcosa che può davvero fare la differenza.

Scriveva Don Milani in Lettera a una professoressa: “Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne da soli è l’avarizia, sortirne insieme è la politica.”

Ecco, BattBull è tutto questo. È un piccolo atto politico, nel senso più nobile del termine. È un’educazione alla responsabilità condivisa. Perché “se sto bene a scuola, ho voglia di imparare”.

Autore: Marco Valente