Thanatos e il volto silenzioso di Merano, la città delle molte fedi

Esiste una Merano che non compare nelle cartoline del Kurhaus, dei portici o delle passeggiate lungo il Passirio. È una città silenziosa, nascosta tra alberi secolari, lapidi scolpite e sentieri che invitano a rallentare il passo. Qui la storia non si racconta attraverso le facciate degli alberghi o le architetture della Belle Époque, ma attraverso i nomi incisi nella pietra, i simboli religiosi e le date che racchiudono intere esistenze. È la Merano dei cimiteri: luoghi nei quali il mito di Thanatos, la personificazione greca della morte, incontra la memoria collettiva di una città da sempre sospesa fra culture diverse.

Nella mitologia greca Thanatos è il figlio della Notte, Nyx, e fratello gemello di Hypnos, il Sonno. Non è propriamente il dio degli Inferi, ruolo che appartiene ad Ade, ma l’incarnazione della fine della vita, il passaggio inevitabile che accomuna ogni essere umano. Nella tradizione antica la sua figura non coincide necessariamente con quella del male: rappresenta piuttosto una legge universale, il confine oltre il quale l’esistenza terrena si conclude e comincia il mistero dell’ignoto.

I cimiteri, in questa prospettiva, sono luoghi in cui Thanatos incontra la necessità umana di dare un significato alla perdita. La morte vi assume forme differenti secondo le credenze, le tradizioni e le culture, ma conserva sempre una funzione comune: ricordare che ogni vita lascia una traccia e che il ricordo è uno dei modi con cui gli esseri umani affrontano la propria finitezza.

Patrimonio storico-culturale.

A Merano questa riflessione acquista un significato particolare. Città di cura, di villeggiatura e d’incontro fra mondi culturali, la località altoatesina ha accolto nel corso dell’Ottocento e del Novecento persone provenienti da diverse regioni d’Europa. Così, con lo scorrere del tempo, accanto alla comunità cattolica si sono sviluppate comunità evangelica, ebraica, anglicana e ortodossa, ciascuna con le proprie tradizioni funerarie e il proprio modo di interpretare il rapporto fra i vivi e i morti. Questa pluralità si riflette nei luoghi di sepoltura, che costituiscono un patrimonio storico e culturale di straordinario interesse. 

La città delle molte fedi.

Il cimitero evangelico, è uno dei luoghi più suggestivi per comprendere questa storia. La sua origine risale al 1861, quando la comunità protestante ottenne un proprio spazio funerario, in un’epoca in cui la presenza di visitatori stranieri, molti dei quali non cattolici, era in costante crescita. Merano era già una rinomata località di cura e accoglieva ospiti provenienti da tutta Europa, alcuni dei quali vi trascorrevano gli ultimi mesi della propria vita.

Il cimitero evangelico divenne così molto più di un luogo di sepoltura: rappresentò il riconoscimento di una comunità e un segno concreto di convivenza religiosa. Trasferito nell’attuale sede lungo il Passirio, fu inaugurato nel 1897.

I “racconti” delle lapidi.

In generale, per tutti, sotto gli alberi le lapidi raccontano vicende personali e legami internazionali, restituendo l’immagine di una Merano cosmopolita, capace di accogliere tradizioni differenti. Al suo interno trovano spazio anche le memorie delle comunità anglicana e russo-ortodossa. 

Il cimitero ebraico di via San Giuseppe custodisce un altro capitolo fondamentale della storia cittadina. Utilizzato dal 1908, raccoglie le tombe di medici, commercianti, albergatori e personalità che contribuirono allo sviluppo della comunità ebraica meranese. Tra queste figure emerge la memoria di una comunità profondamente inserita nella vita economica e culturale della città, ma anche segnata dalle persecuzioni del Novecento.

Autrice: Rosanna Pruccoli