L’isola che non c’è ma che potrebbe esserci (almeno un po’)

Nel 1525 – proprio 500 anni fa – il Tirolo fu sede di una rivolta contadina scoppiata sull’onda di quanto stava accadendo in altre parti d’Europa. Nel mirino anche fatti più contingenti, come lo stile di governo del vescovo di allora, ritenuto arbitrario, e le disuguaglianze di una società ancora divisa in caste.

Riuniti a Merano nel mese di giugno 1525, sotto la guida di Michael Gaismair, i contadini rivoltosi stesero una lista di 64 articoli – scritti in tedesco e in italiano – che chiedevano tra l’altro l’uguaglianza di tutti di fronte alla legge e la stesura per questo di un codice di norme, come è normale in uno stato di diritto. Poi l’eliminazione dei privilegi della nobiltà. L’elezione dei giudici e la loro indipendenza, da garantire attraverso uno stipendio e non con le entrate legate alla gestione dei processi. Sull’onda della Riforma protestate si chiedeva l’abolizione del potere temporale della chiesa e l’elezione dei pastori da parte delle comunità. Infine, le decime, raccolte in chiesa, si sarebbero dovute destinare a interventi caritativi e di carattere sociale.

Fatte le dovute contestualizzazioni storiche, si può capire che queste richieste furono respinte definitivamente non appena le circostanze lo permisero e anche Michael Gaismair fu presto dimenticato – o fatto dimenticare – anche perché nel suo programma non stavano Gott, Kaiser und Vaterland (Dio, imperatore e patria) a differenza di altri personaggi assurti invece a eroi, presunti combattenti per la libertà. Naturalmente quando fu il tempo sia Michael che Andreas furono tirati per la giacchetta da questo o da quel movimento politico come si fa in questi casi.

A Gaismair e ad altri protagonisti delle Guerre dei contadini si associa spesso la parola “utopia”, nome assegnato da Tommaso Moro, proprio in quegli anni, all’isola che non c’è. Le società ideali, infatti, non esistono se non nei trattati dei filosofi e negli statuti dei rivoluzionari. Però esistono le società reali. Quanto esse si possano avvicinare a un ideale di giustizia e pace, quanto esse siano rispettose dei più deboli, eque nella distribuzione delle risorse, attente a valorizzare i talenti di tutti i loro cittadini, dipende in gran parte proprio dalle cittadine e dai cittadini stessi e dal loro grado di consapevolezza e di partecipazione. Sapendo che – come sembra insegnare il destino di un Gaismair o di un Moro – ci sono sempre dei rischi da correre.

È più comodo convincersi che l’isola della pace e della giustizia non c’è e non ci potrà mai essere.

Autore: Paolo Bill Valente

Il pensiero lento, profondo e dolce di Alexander Langer

Il tratto che più caratterizza la personalità di Alex Langer – e che più ci manca – è la libertà di pensiero. Una libertà autentica, capace di andare oltre schemi preconcetti, pregiudizi, posizioni condizionate al senso di appartenenza. Un pensiero critico, non distruttivo, curioso. Idee che volevano poter abitare la realtà.

Qualcuno, per crearsi un alibi, lo definì un “bastian contrario”, ma non lo era affatto. Di fronte a una realtà segnata dal male, cercava le vie alternative. In questi trent’anni che ci separano dal suo tragico addio (3 luglio 1995), credo non ci sia stata occasione importante in cui non mi sia chiesto io stesso quali domande si sarebbe posto Alex. Non quali risposte. Quali domande.

Ricordiamo tutti quelle parole pronunciate, non a caso, ad Assisi, in alternativa alla cultura della superficialità efficientista: “Io vi propongo il lentius, profundius e soavius, cioè di capovolgere ognuno di questi termini [Citius, altius, fortius: più veloci, più in alto, più forte, ndr.], più lenti invece che più veloci, più in profondità, invece che più in alto e più dolcemente o più soavemente invece che più forte, con più energia, con più muscoli, insomma più roboanti. Con questo motto non si vince nessuna battaglia frontale, però forse si ha il fiato più lungo”.

Il fiato e il pensiero lungo, in un mondo che, già allora, si avviava alla pratica del pensiero breve, perdendo testa, fiato e cuore.

Passava da una parte all’altra, Alex, non come fanno gli opportunisti voltagabbana, ma perché bisogna essere “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Perché occorrono “traditori della compattezza etnica”, o di qualsiasi altro tipo di appartenenza che disumanizza quando antepone l’io, il gruppo, alla comune natura umana (e non solo). Traditori “ma non transfughi”.

Langer fu un uomo dal pensiero libero. Non vincolato a un’ideologia, non chiuso nella gabbia di un’appartenenza etnica, privo di pregiudiziali e di tabù, come nel campo della bioetica, della pace, della politica. Non un fanatico con la verità in tasca, ma l’uomo delle domande che possono far male, in primo luogo a chi le pone. E che a volte, per un maledetto istante, tolgono il fiato.

Autore: Paolo Bill Valente

Uomini e caporali. Quando i padri pagano per i figli

Si dice che le colpe dei padri le pagano i figli. Capita pure che i figli scarichino sui padri le loro mancanze. È frequente che una generazione (come la nostra) agisca senza curarsi di chi verrà.  Altrettanto facile emettere giudizi su chi, da morto, non può difendersi. In entrambi i casi c’è qualcosa che, umanamente, non va bene.

Nella mia personale galleria di “padri” il vescovo Joseph Gargitter è nel reparto dei “testimoni”, non in quello degli “imputati”. La sezione dei “giudici” e degli “infallibili” è vuota, anche se ogni tanto qualcuno vorrebbe bussare a quella porta. Il vescovo Gargitter è un uomo che ha dato tutto , perché la sua, la nostra terra potesse avere un futuro diverso da quello di un campo di battaglia. La creazione (strategica), nel 1964, della diocesi plurilingue di Bolzano-Bressanone è opera sua. Sua e di chi ebbe il coraggio, non scontato, di accompagnarlo (allora come oggi). Gargitter fu un uomo capace di leggere e toccare la storia con mano. Visse dentro le dittature del Novecento e la guerra. Esercitò il suo servizio nell’Alto Adige “a pezzi” del dopoguerra. Divenne vescovo di Bressanone nel 1952, raccogliendo la controversa eredità di Johannes Geisler, un pastore in balia del suo gregge, tristemente ostaggio del vicario generale. Fu tra i “padri” che condussero la Chiesa al Concilio vaticano II, che riempirono il Concilio di contenuti e che poi innestarono quei contenuti nel tronco della Chiesa locale. Noi, oggi, viviamo (inconsapevoli) di rendita. Raccogliamo (ingrati) quello che lui ha seminato. Gargitter fu un uomo consapevole della realtà e della missione a cui era chiamato. Le scelte lungimiranti le vedono in pochi. Si capiscono dopo. “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi…”. Il destino del profeta è la solitudine. Anche da morto. Nessuno che ti dica grazie per quello che fai e per quello che sei. Un tratto estremamente evangelico. Così per Joseph Gargitter che ebbe pochi amici (ma fedeli e autentici) e molti detrattori. La diffamazione, la caccia alle streghe sono le armi dei vili e in quegli anni ve ne furono parecchi. Nel descrivere il ruolo della comunità cristiana in Alto Adige – l’intervista fu pubblicata nel 1970 – disse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo (lo spessore ndr.) della Chiesa locale”. Nelle ore buie, direbbe Totò, si distinguono gli uomini dai caporali.

IL FATTO

A fine gennaio la diocesi presentava un rapporto sugli abusi sessuali che sollevava interrogativi rispetto all’adeguatezza dell’operato dei vescovi nell’affrontare e nel prevenire il fenomeno. Nel clima di sospetto che si è generato il premio triennale dedicato al vescovo Gargitter è stato sospeso.

Autore: Paolo Bill Valente

Simboli e diavoli. Alto Adige, nevrosi da confine

Secondo la Costituzione (art. 12), “la bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni”. È dunque la bandiera “della Repubblica”. Non il feticcio identitario dei “meranesi di lingua italiana”. La Repubblica è una casa comune e tutela le differenze linguistiche.

“Simbolo” è una parola interessante. Deriva dal greco antico “symballo” che significa “mettere insieme, far coincidere”. È qualcosa che unisce, che dà la possibilità di identificare l’altro come un amico. Quasi all’opposto c’è la parola “diavolo” (“diabolos”) che significa propriamente “calunniatore” e deriva dal greco “diaballo”, ovvero “gettare attraverso, calunniare”, in senso lato: separare. C’è una terza parola, “dialogo”, che è simile alla seconda, ma solo in apparenza.

Premetto che, da meranese, ringrazio Dario Dal Medico per il lavoro svolto in questi anni a servizio della città e sono fiducioso che Katharina Zeller saprà fare del suo meglio per confermare a Merano il ruolo di una città inclusiva ed europea. Credo che entrambi siano rimasti vittima di dinamiche che li precedono (“nevrosi da confine”, la definì Piero Agostini) e che si siano trovati a dover gestire loro malgrado una situazione non voluta e non prevista.

Torniamo al tricolore. L’equivoco di fondo è pensare che sia il simbolo di una “nazione”. La Costituzione, nonostante l’età, è più avanti di tutti noi e ci corregge ricordando che essa è “la bandiera della Repubblica”. Di quella Repubblica che tutela le minoranze linguistiche (art. 6). Se identifichiamo il tricolore (ma vale anche per il bicolore provinciale) con un gruppo linguistico, allora non è più un simbolo. Anziché unire, divide. Diventa strumento “del diavolo”.

Si dice che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Nel nostro caso la pentola è l’Autonomia (a livello più ampio, la Repubblica). C’è, è bella, è efficace. Ma non è detto che abbia il coperchio. Il coperchio è il rispetto per tutte le sue componenti, la partecipazione reale, la reciproca conoscenza, una buona comunicazione. Insomma, il “dialogo”, dal greco “dia” e “logos”. “Logos” vuol dire parola, ragione, senso. “Dia” significa “in mezzo a”. In altri termini: la ragione – in Alto Adige – non è solo mia né solo tua, ma un percorso comune. Diavolo permettendo.

Autore: Paolo Bill Valente

Da Francesco a Leone. La gioia della pace che disarma

Quella tra Francesco e Leone è una staffetta. Persone diverse, stili diversi, ma in relazione e continuità. La “pace disarmata e disarmante, umile e perseverante” è quanto di più francescano ci si possa immaginare. Fa venire in mente la “perfetta letizia” del racconto i cui protagonisti si chiamano, non a caso, Francesco e Leone.

Si narra che frate Francesco (d’Assisi) chiamò l’amico frate Leone e gli disse: “Frate Leone, scrivi che cos’è la vera gioia (nell’originale: perfetta letizia). Metti che un messaggero arrivi e dica che tutti i grandi maestri dell’università di Parigi sono entrati nell’Ordine francescano: non è questa la vera gioia.
Oppure che tutti i vescovi e gli arcivescovi d’Oltralpe, e perfino il re di Francia e quello d’Inghilterra si siano fatti frati: non è nemmeno questa la vera gioia. Anche se sentissi dire che i miei frati sono andati fra i non cristiani e li hanno convertiti tutti, oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da compiere miracoli e guarigioni… ti dico che neppure in tutto questo si trova la vera gioia”. Frate Leone allora chiese: “E qual è, allora, la vera gioia?” Francesco rispose: “Immagina che io stia tornando da Perugia in piena notte, con un inverno freddissimo e fangoso. Il mio abito è gelato, i bordi della tonaca ghiacciati mi feriscono le gambe fino a farle sanguinare. Arrivo finalmente alla porta del convento, stanco e infreddolito, busso a lungo e chiedo di entrare. Un frate viene alla porta e mi chiede chi sono. ‘Sono frate Francesco’. E lui: ‘Non è il momento adatto per venire in giro, vattene’. Io insisto e lui risponde: ‘Tu sei un ignorante, un sempliciotto, non c’è più posto per te. Qui dentro siamo abbastanza e non abbiamo bisogno di te’. E io: ‘Per amore di Dio, lasciatemi entrare almeno per stanotte’. Ma lui insiste: ‘No, vai piuttosto dai Crociferi a cercare un riparo’. Ecco, se in quel momento io avrò saputo restare calmo, non mi sarò arrabbiato né turbato e avrò accettato tutto con umiltà e pazienza, allora sì, quella sarà la vera gioia, quella è la vera virtù e la salvezza dell’anima”.
Per (papa) Francesco la vera gioia è “la gioia del Vangelo” che “riempie il cuore e la vita intera”. Per (papa) Leone la vera pace è, come la perfetta letizia, “disarmata e disarmante, umile e perseverante”.

Autore: Paolo Bill Valente

Quando Francesco indicò Josef come testimone e modello

Ricordiamo papa Francesco per molte cose ma c’è un aspetto, direttamente legato all’Alto Adige, che molti hanno dimenticato. Si tratta del riconoscimento da parte sua che Josef Mayr-Nusser è stato un martire e, di conseguenza, è da ritenersi “beato”. Testimone della fede. Martire ovvero testimone della coscienza.

Il decreto della Congregazione delle Cause dei Santi che riconosceva Mayr-Nusser come martire, cioè come testimone, e che il suo martirio era avvenuto “in odio alla fede” giunse l’8 luglio 2016.
Forse non è un caso che la Lettera apostolica di papa Francesco che lo dichiara beato porti la data del 13 marzo 2017. Francesco fu eletto proprio il 13 marzo, quattro anni prima. E Josef Mayr-Nusser diede la sua testimonianza – che lo condusse al martirio – il 4 ottobre del 1944, nella ricorrenza di san Francesco di Assisi, il santo di cui il pontefice aveva assunto il nome.
“Concediamo – scriveva il papa – che il venerabile Servo di Dio Josef Mayr-Nusser, fedele laico, padre di famiglia e martire, il quale, fedele alle promesse battesimali, riconobbe come unico Signore Gesù Cristo, di cui fu testimone sino ad offrire la propria vita, d’ora in poi sia chiamato beato”.
Dopo decenni di damnatio memoriae (salvo il piccolo ma tenace gruppo dei suoi amici) il 24 febbraio 2006 (anniversario della sua morte nel treno che lo stava portando al lager di Dachau) il vescovo Wilhelm Egger aprì la causa diocesana di beatificazione, che si concluse il 19 marzo 2007, festa di san Giuseppe, onomastico di Josef.
A rilanciare convintamente il messaggio di Pepi Nusser fu il vescovo Karl Golser, che il 27 dicembre del 2009 (nel giorno della nascita del futuro beato), inaugurò l’anno diocesano dedicato a Josef Mayr-Nusser.
Durante il sinodo diocesano (2013-2015) fu proposto (ma invano) di nominare Mayr-Nusser simbolicamente il 260° delegato (i delegati diocesano erano 259).
Il 19 marzo 2017 (ancora una volta a San Giuseppe, festa dei papà), il giorno dopo la cerimonia di beatificazione, papa Francesco disse all’Angelus queste parole: “Ieri, a Bolzano, è stato proclamato beato Josef Mayr-Nusser, padre di famiglia ed esponente dell’Azione Cattolica, morto martire perché si rifiutò di aderire al nazismo per fedeltà al Vangelo. Per la sua grande levatura morale e spirituale egli costituisce un modello per i fedeli laici, specialmente per i papà, che oggi ricordiamo con grande affetto”.

Autore: Paolo Bill Valente

Antisemitismo. Fenomeno che richiede consapevolezza

“L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei”. Spesso chi ha un atteggiamento antisemita non se ne rende affatto conto. L’odio contro gli ebrei, nella storia, si è manifestato in vari modi anche nella nostra regione. Un fenomeno che richiede attenzione e consapevolezza.

Le immagini che giungono da Gaza e dalla Cisgiordania, le narrazioni a senso unico, la polarizzazione che ne deriva, portano a una sovrapposizione tra Stato di Israele, Governo israeliano, popolo ebraico e persone ebree. Ciò, anche quando si è in perfetta buona fede, apre a una nuova deriva antisemita. Un antisemitismo che spesso si nasconde dietro affermazioni di apparente buon senso.
Antisemitismo: ma che cos’è?
Dal 2017 la Commissione Europea utilizza la definizione operativa, giuridicamente non vincolante, adottata dall’Alleanza internazionale per la memoria dell’Olocausto (IHRA) secondo la quale “l’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può essere espressa come odio per gli ebrei” e le “manifestazioni di antisemitismo verbali e fisiche sono dirette verso gli ebrei o i non ebrei e/o alle loro proprietà, verso istituzioni comunitarie ebraiche ed edifici utilizzati per il culto”.
Si chiarisce bene e subito che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. Lo diventano quando lo Stato d’Israele viene attaccato perché “concepito come una collettività ebraica”. In questo senso la stessa espressione “Stato ebraico” è fuorviante.
“L’antisemitismo si esprime nel linguaggio scritto e parlato, con immagini e con azioni, usa sinistri stereotipi e fattezze caratteriali negative per descrivere gli ebrei”. Esempi contemporanei di antisemitismo sono, oltre l’incitamento alla violenza contro gli ebrei, la loro demonizzazione, la diffusione di stereotipi, l’attribuzione agli ebrei in generale di crimini compiuti da poche persone, la negazione o la banalizzazione della Shoa, una certa avversione preconcetta verso lo Stato di Israele, “fare paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei nazisti”, “considerare gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni dello Stato di Israele”.
Tutto questo non ci riguarda?
Il documento della “Strategia nazionale per la lotta contro l’antisemitismo” rivela che “circa un quinto degli italiani nutre sentimenti antisemiti” e un terzo “coltiva pregiudizi e stereotipi tradizionali”.
In questa Settimana Santa che coincide con la Pasqua ebraica un vivo augurio di liberazione: dal pregiudizio, dall’odio, dall’ignoranza.

Autore: Paolo Bill Valente

Da Cipro all’Alto Adige. Cercansi scavalcatori di muri

C’è un’isola, nell’angolo sudorientale del Mare Nostrum, stretta tra l’Asia e l’Europa, che ha ancora il suo muro. Una “linea verde” divide a metà la capitale Nicosia. Il confine che divide i ciprioti è presidiato dai caschi blu, che non si limitano a fare la guardia, ma aprono spiragli a chi vuole guardare al di là.

“Come fate voi a sostenere credibilmente la possibilità di un nuovo ordine internazionale, se l’Europa non è in grado di risolvere uno dei suoi problemi annosi come quello di Cipro?”. Lo aveva chiesto nel lontano 1991 un giornalista ad Alexander Langer, molto prima che la piccola Repubblica entrasse a far parte dell’Unione Europea (maggio 2004). Una domanda che a tutt’oggi non ha trovato la sua risposta e non la troverà presto in questo mondo governato da folli.

La Sezione Affari Civili dell’UNFICYP (la Forza ONU a Cipro) è stata istituita nel 1998 per lavorare all’interno della zona cuscinetto tra le due partizioni dell’isola (quella greco-cipriota e quella turco-cipriota). Una storia assai diversa da quella altoatesina, ma con tratti comuni. Ci fu ad esempio un tempo in cui i due gruppi gestirono insieme il governo dell’isola, resasi indipendente dalla Gran Bretagna, basandosi su regole come la rappresentanza obbligatoria dell’altro gruppo nelle istituzioni e l’assegnazione dei posti pubblici in base a un calcolo proporzionale. A far fallire la convivenza furono i nazionalismi e le mire imperialistiche di governi totalitari.

Così la divisione provvisoria di Cipro dura ormai da molti decenni. Ne hanno fatto esperienza diretta la settimana scorsa rappresentanti delle Caritas e di Organizzazioni della società civile di una ventina di Paesi del Mediterraneo (e Corno d’Africa) all’interno del progetto PeaceMed, promosso da Caritas Italiana allo scopo di sviluppare insieme strumenti per la soluzione pacifica dei conflitti.

La Sezione Affari Civili promuove attività “intercomunitarie”. Collaborando con singole persone e con la società civile, inventa luoghi e occasioni di incontro e di scambio. È un lavoro che – come in Alto Adige – riesce a coinvolgere solo una minoranza della popolazione. Che però può essere lievito nella pasta. Pagandone qualche conseguenza.

Anche per Cipro vale ciò che scrisse Langer nel suo decalogo per la convivenza: “In ogni comunità etnica si valorizzino le persone e le forze capaci di autocritica, verso la propria comunità: veri e propri ‘traditori della compattezza etnica’, che però non si devono mai trasformare in transfughi, se vogliono mantenere le radici e restare credibili”.

Autore: Paolo Bill Valente

Volontari. Servire il prossimo senza servirsi del prossimo

C’era anche un po’ di Alto Adige il 9 marzo in piazza San Pietro a celebrare insieme ad altre 25mila persone il Giubileo del mondo del volontariato. Grande assente papa Francesco. Assenza fisica, ma presenza forte, con la testimonianza e le parole dell’omelia e dell’Angelus. I sogni dei pellegrini di speranza.

Il card. Michael Czerny ha sostituito il pontefice, degente da diversi giorni all’ospedale Gemelli di Roma, e ha letto il testo dell’omelia preparata da Francesco, ringraziando innanzitutto i volontari perché “voi servite il prossimo senza servirvi del prossimo”. Lo fanno “per strada e tra le case, accanto ai malati, ai sofferenti, ai carcerati, coi giovani e con gli anziani”, la loro “dedizione infonde speranza a tutta la società. Nei deserti della povertà e della solitudine, tanti piccoli gesti di servizio gratuito fanno fiorire germogli di umanità nuova”. È quel “sogno di Dio” così lontano dal presente che si sta vivendo. Anziché il “giardino che Dio ha sognato e continua a sognare per tutti”, il fragore delle armi e la fiducia smarrita.

“Nelle nostre società”, ha scritto il Papa nel testo per l’Angelus, “troppo asservite alle logiche del mercato, dove tutto rischia di essere soggetto al criterio dell’interesse e alla ricerca del profitto, il volontariato è profezia e segno di speranza, perché testimonia il primato della gratuità, della solidarietà e del servizio ai più bisognosi”.

Benché non si doni il proprio tempo per essere ringraziati, il grazie di Francesco arriva forte e chiaro: “Grazie per l’offerta del vostro tempo e delle vostre capacità; grazie per la vicinanza e la tenerezza con cui vi prendete cura degli altri, risvegliando in loro la speranza!”.

Parole ancora più vere perché pronunciate da qualcuno che egli stesso, come aggiunge nel suo messaggio, sperimenta la premura del servizio e la tenerezza della cura. “E mentre sono qui, penso a tante persone che in diversi modi stanno vicino agli ammalati e sono per loro un segno della presenza del Signore. Abbiamo bisogno di questo, del ‘miracolo della tenerezza’, che accompagna chi è nella prova portando un po’ di luce nella notte del dolore”.

Autore: Paolo Bill Valente

Degasperi e la politica capace di guardare lontano

L’accordo Degasperi-Gruber del settembre 1946 è riconosciuto oggi da molti come la base su cui si è potuta sviluppare l’Autonomia dell’Alto Adige. Per uno dei due firmatari, Alcide Degasperi, si è conclusa a Roma, lo scorso 28 febbraio, la fase diocesana del processo di beatificazione. C’è bisogno di politica lungimirante.

Abbiamo tutti ancora negli occhi la strana scena andata in onda dallo Studio ovale di Washington. Soffriamo da anni dell’assenza di una classe politica che sia capace, a livello globale, di porre mano ai mali che attanagliano l’umanità: le guerre, le disuguaglianze, la fame, i cambiamenti climatici. Malgrado l’evidenza, prevalgono i negazionismi indotti dai detentori di interessi economici e da uomini di potere (simili a bambini capricciosi) per i quali è preferibile un mondo alla deriva, piuttosto che un’umanità pacificata.

Di fronte a questa situazione Degasperi usava citare una frase di James F. Clarke (tanto che poi fu attribuita a lui stesso): “Un politico guarda alle prossime elezioni; uno statista guarda alla prossima generazione. Un politico pensa al successo del suo partito; lo statista a quello del suo Paese”. Parole, non a caso, pronunciate da un pensatore statunitense del 19° secolo che suonano quanto mai attuali se riferite proprio agli Stati Uniti (e non solo, sia chiaro) del 21°.

“Uno dei tratti distintivi del suo carattere era la capacità di affrontare le difficoltà con serenità e speranza”, ha detto il cardinale vicario di Roma Baldassarre Reina di De Gasperi. “La sua visione dell’Europa, fondata sulla cooperazione tra i popoli, rifletteva un approccio inclusivo e lungimirante, in netto contrasto con le divisioni nazionalistiche che avevano segnato il continente nei decenni precedenti. Per lui, il confine non era una barriera divisoria, ma un ponte tra culture diverse”.

In particolare, “Degasperi fu tra i primi a comprendere che la cooperazione tra gli Stati europei fosse la chiave per garantire pace e stabilità. Il suo contributo al progetto europeo è oggi più attuale che mai”. “In un’epoca segnata dalla polarizzazione e dal populismo, il metodo di Degasperi, fondato sul confronto costruttivo e sulla ricerca di soluzioni condivise, appare come un approccio necessario per ricostruire la fiducia nelle istituzioni”.

Autore: Paolo Bill Valente