Il disagio: effetto collaterale del “sistema Alto Adige”

Il dibattito sul cosiddetto “disagio degli italiani” in Alto Adige ha avuto sempre un ampio fondamento di verità e un certo ruolo di propaganda. Il secondo tendenzialmente ha oscurato il primo, lasciando irrisolte le questioni di fondo. Due nodi: l’apprendimento della seconda lingua e il “sistema Alto Adige”.

Già dire “gli italiani” è fuorviante. In provincia, sulla base della categoria linguistica (e prescindendo da un corposo gruppo di cittadini stranieri), ci sono altoatesini o sudtirolesi (per me sinonimi) di lingua tedesca, italiana, ladina o mistilingui, molto diversi tra loro e non necessariamente accorpabili in gruppi omogenei.

Molti altoatesinosudtirolesi di lingua italiana hanno un problema. Non conoscono a sufficienza il tedesco. Questo dipende in parte dalla scelta del singolo (chi vuole lo impara) e in gran parte dal contesto – scuole monolingui, prevalenza del dialetto – che frappone ostacoli all’apprendimento. Oggi meglio che ieri, ma molta strada ancora da fare. L’incapacità di comprendere – sul piano linguistico – cosa accade attorno a te, crea di per sé disagio. La buona notizia: le lingue si possono imparare. La cattiva notizia: più difficile quando sono trattate come elemento ideologico e identitario.

Ciò che produce disagio (degli “italiani”, ma non solo) sono gli effetti collaterali di quello (c’è ma non si vede) che viene chiamato “sistema Alto Adige”. L’affermazione dell’autonomia dal dopoguerra agli anni ‘90 non è stata un percorso facile. Ha comportato tra l’altro un compattamento “a prescindere” di parte della società altoatesina. Questa unità – “Geschlossenheit”, parola che richiama anche l’idea di “chiusura” – si è realizzata attorno al partito di raccolta etnica e ha come componenti organiche le lobby economiche, l’informazione/cultura, pezzi di sociale, di chiesa, di formazione dei giovani. Persino una certa “opposizione”, in questo contesto, è organica al sistema.

Per motivi storici e per scelta più o meno consapevole, il gruppo di lingua italiana è escluso da questo “organismo” (ad esempio non è contemplato che suoi esponenti ricoprano ruoli apicali), non tanto per una questione “etnica” (la cooptazione di persone di lingua italiana è prassi consolidata, purché se ne stiano buoni buoni nel proprio orticello), ma perché strutturalmente non organico al sistema (che ha radici nella “Geschlossenheit” e ha sviluppato una società funzionale alla stessa). Ovviamente la cosa è molto più complessa di quanto si possa dire in poche righe.

La cattiva notizia? L’Alto Adige o Sudtirolo non valorizza le risorse umane e culturali di cui dispone e andrà impoverendosi e provincializzandosi. La buona notizia? Troviamola, c’è da qualche parte.

Autore: Paolo Bill Valente

Bilancio linguistico. Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

Il Barometro linguistico 2025 pubblicato dall’Istituto provinciale di statistica ASTAT offre un quadro ricco e articolato della complessa realtà altoatesina. L’immagine che ne emerge è complessivamente positiva, pur evidenziando la persistenza di alcune sacche di pregiudizio e di atteggiamenti etnocentrici.

Per chi vuole vedere il bicchiere mezzo vuoto, non mancano gli argomenti: la difficoltà di molti altoatesini di lingua italiana nel comprendere e parlare il tedesco; le differenze marcate tra i gruppi linguistici in tema di identità; la presenza di una – seppur ridotta – quota di persone che ritiene poco o per nulla importante conoscere la lingua dell’altro. C’è ancora un 2% che considera inutile o addirittura dannosa la conoscenza di una seconda lingua. Il 6% della popolazione pensa che “si starebbe meglio senza diversità etnica”. Il 28% degli altoatesini ritiene che il proprio gruppo linguistico sia svantaggiato (percentuale che sale al 46% tra gli italofoni). Per il 19% la convivenza è giudicata lacunosa o pessima (28% tra gli italiani). E un quinto degli intervistati nega ai propri concittadini il diritto a una toponomastica bi- o trilingue.

Ma ci sono più ragioni per vedere il bicchiere mezzo pieno. La competenza in italiano delle persone di lingua tedesca e ladina è nel complesso buona. Cresce il numero di chi si riconosce in identità plurime. Una larga maggioranza considera molto importante conoscere la seconda lingua, e molti percepiscono il multilinguismo come un vantaggio concreto (47%) e un arricchimento personale (36%). Per il 74% la presenza di più gruppi linguistici è – o potrebbe diventare, a determinate condizioni – una ricchezza culturale. Quasi due terzi della popolazione ritengono che il proprio gruppo non sia né avvantaggiato né svantaggiato, e oltre un terzo riconosce pienamente il diritto alla toponomastica bi- o trilingue. Per l’81% la convivenza è soddisfacente o addirittura ottima.

Gli altoatesinosudtirolesi tendono spesso a lamentarsi, talvolta con piena ragione. Eppure il 94% della popolazione – con percentuali simili tra tutti i gruppi linguistici – ritiene che la qualità della vita in Alto Adige, rispetto alle altre regioni italiane, sia uguale, migliore o molto meglio. Solo il 6% afferma di stare peggio o molto peggio. Chissà se questi concittadini insoddisfatti hanno mai messo il naso oltre la Stretta di Salorno.

Autore: Paolo Bill Valente

Nulla è scontato. E la forza sta nelle differenze

Quando si esce dalla stazione centrale di Vienna, la prima piazza che si attraversa è dedicata all’Alto Adige: Südtiroler Platz. Il nome fu assegnato nel 1927 per ricordare il distacco del Sudtirolo dal resto del Paese e come gesto di solidarietà verso una popolazione esposta al nazionalismo del regime fascista.

L’Alto Adige, in realtà, non ha mai fatto parte della Repubblica austriaca. Ha però condiviso pienamente, per quasi sei secoli – da quando la contessa Margherita cedette il Tirolo ai duchi d’Austria – il destino dei territori legati alla corona asburgica.

Oggi chi esce su piazza Alto Adige a Vienna trova una stele rossa che racconta la storia dell’autonomia. Durante l’inaugurazione – il 13 ottobre, a 65 anni dalla risoluzione dell’ONU che invitava Austria e Italia a trovare un accordo – il presidente Arno Kompatscher, insieme al suo omologo viennese Michael Ludwig, ha sottolineato come la stele “vada oltre la classica narrativa vittimistica dell’Alto Adige”. “Racconta la nascita di un’autonomia e mostra come sia possibile superare i conflitti di confine, come si possa rendere concreta una convivenza pacifica.” Non è stata la violenza a prevalere in Alto Adige, ma lo Stato di diritto e la diplomazia. “Questa stele – ha aggiunto Kompatscher – ci ricorda che autonomia e pace non sono scontate, ma richiedono un impegno e un’attenzione costanti.”

Che non si tratti di percorsi scontati e di traguardi acquisiti una volta per tutte lo dimostrano anche le recenti cronache legate a Jannik Sinner. Non passa giorno senza che il ragazzo di Sesto venga interrogato sulla sua “italianità” – a conferma del fatto che molti dei paladini della Costituzione italiana non ne hanno mai letto oltre i primi cinque articoli.

In un’intervista televisiva, Sinner ha affermato di essere felice di essere nato in Italia e non in Austria o altrove, perché dell’Italia apprezza le differenze culturali (“la tutela della diversità”, leggiamo anche sulla stele viennese…). Una tirata d’orecchie, per quanto garbata, gli è arrivata dal comandante degli Schützen, Christoph Schmid. Pur esprimendo disagio per le parole di Sinner (che, in realtà, non ha detto di essere contento di non essere austriaco, ma semplicemente felice di essere nato in Italia), anche Schmid riconosce che “apertura e diversità (Vielfalt) non sono una debolezza, ma una forza”, e che tutti abbiamo la responsabilità di vigilare sulla “consolidata diversità culturale” della nostra terra.

In un mondo che sembra muoversi nella direzione opposta, la tutela delle diversità è un messaggio tanto più necessario. In Europa, in Medio Oriente, in tutto il pianeta.

Autore: Paolo Bill Valente

L’università di Bolzano diventa “più internazionale”

L’Università di Bolzano nei primi decenni della seconda autonomia fu un argomento tabù. L’idea di un ateneo plurilingue nel cuore dell’Alto Adige confliggeva con la dottrina del “quanto più ci divideremo, tanto meglio ci capiremo” e con un sistema scolastico che viaggia anche oggi su binari paralleli.

Quando nel 1997, nell’era del pragmatismo durnwalderiano, UniBz fu fondata davvero, per molti fu un sogno che si era avverato. Oggi essa è un (piccolo) ateneo trilingue e internazionale, con cinque facoltà, oltre 40 programmi di laurea e master, circa 4.100 studenti iscritti, di cui l’11 per cento proviene dall’estero. Il 27 per cento del corpo docente è classificato come “internazionale”.

Recentemente abbiamo “letto sul giornale” un titolo che suona un po’ così: “L’Università di Bolzano diventa di nuovo ‘più tedesca’”. Nell’articolo si riferisce del fatto che la presenza di docenti di lingua tedesca nell’ateneo bolzanino non è al livello che dovrebbe. Per questo il governo italiano ha approvato una misura, grazie alla quale il 10 per cento (per ora) dei membri del corpo docente (17 su 179 professori) potrà essere reclutato da Paesi di lingua tedesca, anche se i professori non hanno ancora una cattedra. L’obiettivo è fare in modo che in futuro il 70 per cento dei docenti provenga dall’estero.

Si può naturalmente discutere sulla bontà di questo provvedimento. Qualcuno fa notare che esso può incidere negativamente sulla qualità del corpo docente. Di fatto aiuta certamente l’università a diventare “più internazionale”.

Due osservazioni. La prima: a dispetto del titolo (“più tedesca”, espressione del resto messa tra virgolette), l’Alto Adige non ha bisogno di essere “più tedesco” o “più italiano”. Serve che sia plurale. Più interculturale, più plurilingue.

La seconda: quando la convivenza tra lingue e culture diventa un valore fondante (anziché un’anomalia da cancellare) allora si trovano i modi, anche a livello giuridico, per farla crescere e consolidarsi.

Autore: Paolo Bill Valente

La democrazia ha bisogno di percorsi di mediazione

In Alto Adige si sta discutendo di riformare la legge provinciale n. 22/2018, che disciplina gli strumenti di democrazia diretta, partecipazione e formazione politica nella Provincia autonoma di Bolzano. Obiettivo: superare le criticità accumulate nella pratica e rendere più effettivi i diritti di iniziativa e referendum.

La votazione sulle proposte di riforma è prevista per novembre. Nel frattempo, si vuole trovare una mediazione tra le diverse posizioni.

Diciamo innanzitutto che la Costituzione italiana riconosce la democrazia diretta come strumento complementare alla democrazia rappresentativa, prevedendo alcuni istituti che permettono ai cittadini di partecipare direttamente alla vita politica, come i referendum e le leggi di iniziativa popolare. A monte di questo riconoscimento c’è il primo articolo della Carta, che afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Ci si potrebbe chiedere come mai i Padri (e le Madri) costituenti hanno previsto dei “limiti” alla sovranità popolare. In realtà questi limiti altro non sono che una tutela. Una garanzia. Almeno nelle intenzioni. Si aveva in mente la deriva populista che aveva portato il mondo sull’orlo del baratro.

È come per l’informazione. Bello che ognuno, sui social, possa scrivere quello che vuole. Ma informare è un’altra cosa. Ecco perché i giornalisti, per esercitare il loro mestiere, devono garantire di essere costantemente formati, perché da questo dipende la qualità dell’informazione (che è alla base della partecipazione). Così la democrazia. Non si tratta solo di votare sì o no (spesso senza cognizione di causa), ma di prendere decisioni per il bene comune. Per questo si eleggono dei rappresentanti che, si presuppone, siano all’altezza di questo compito.

Personalmente credo che la priorità – per la qualità della nostra democrazia – stia in un’adeguata formazione dei cittadini e dei loro rappresentanti. La democrazia diretta non può essere un’alternativa alla democrazia rappresentativa, ma può a volte rappresentarne una buona integrazione.

Autore: Paolo Bill Valente

(In)formare coscienze capaci di scelte consapevoli

Ricorre in questi giorni la memoria di Josef Mayr-Nusser, che la Chiesa cattolica ha proclamato beato nel 2017. Il 4 ottobre del 1944 Josef dichiarava davanti ai suoi commilitoni ammutoliti che non avrebbe pronunciato il giuramento di fedeltà a Adolf Hitler. La cerimonia era prevista per il giorno dopo.

Fare memoria non significa semplicemente ricordare. Nemmeno ritualizzare una ricorrenza. Non si tratta di organizzare eventi e fare discorsi di circostanza, ma di declinare il messaggio di una vita nella realtà di oggi. L’oggi è il prodotto del passato e il futuro dipende dalle scelte del presente.

Tra i molteplici temi che Mayr-Nusser ci ha lasciato in eredità, c’è quello del sapersi informare per formare la propria coscienza, allo scopo di compiere la scelta giusta anche, come nel suo caso, a costo della vita. L’informazione libera e completa viene meno in situazioni come le dittature e la guerra. Due realtà che hanno accompagnato la vita di Josef e che, drammaticamente, si mostrano anche i giorni nostri. 

Le dittature sopprimono la libertà di pensiero e nascondono la verità. La guerra usa le notizie come armi, strumentalizza il lavoro dei giornalisti e diffonde senza alcuno scrupolo bugie e mezze verità. 

Sappiamo che attraverso i social media, ma non solo, la disinformazione tattica è particolarmente facile. Tanto più che i fruitori dei social in gran parte non sono più in grado di distinguere il falso dal vero.

Che cosa sappiamo veramente di quanto accade in Ucraina, in Russia, in Israele e Palestina, negli altri oltre cinquanta scenari di guerra? Poco. Nulla. Soprattutto quando siamo convinti di sapere tutto, siamo stati forse abilmente manipolati.

Josef Mayr-Nusser, assieme alla sua comunità, è stato capace, malgrado due dittature, di raccogliere gli elementi necessari a sviluppare un giudizio e a formare la propria coscienza.

Ci vedeva chiaro. Ad esempio, quando scrisse (parole che suonano di una qualche attualità): “Osserviamo oggi con quanto entusiasmo, anzi spesso con quale cieca passione e dedizione incondizionata le masse si consegnano ai capi (Führer). Ci tocca oggi assistere a un culto del capo che rasenta l’idolatria. Tanto più può meravigliare questa fede appassionata nei leader, dal momento che siamo in un’epoca piena delle più straordinarie realizzazioni dello spirito umano in tutti i campi della scienza e della tecnica, in un’epoca piena di scetticismo in cui il singolo non vale niente, ma conta solo la massa, il numero”.

Autore: Paolo Bill Valente

Così è (se vi pare). Il passo più lungo della verità

Alcuni anni fa, quando gli organismi diocesani discussero dell’opportunità di avviare una (costosa) indagine sugli abusi sessuali avvenuti in diocesi, alcuni sostenevano la necessità di riesumare i casi del passato, altri sottolineavano l’importanza di investire soprattutto sulla prevenzione, guardando al presente e al futuro.

Si è scelto, tempo dopo, di cominciare occupandosi del passato. Questo comporta dei rischi, quando mancano gli strumenti per un’indagine storica di spessore e quando ci si occupa di storia con la foga del giustiziere (cha ha sempre il passo più lungo della verità), anziché con la saggezza dello storico. Per un’indagine sul passato non basta rovesciare i cassetti, sfogliare fascicoli e giustapporre ritagli di giornale. Per ricostruire la verità storica si parte da tutti i documenti disponibili, si raccolgono le testimonianze, si vanno a cercare (tutti) i pezzi mancanti, si incrociano le fonti. Senza queste cose nessuno storico responsabile esprime un giudizio sui tempi e sulle persone. E nessuno storico giudica né condanna il passato con le categorie del presente.

Si è detto che fare luce su vecchie storie serve per capire quali sono le dinamiche che non hanno impedito il verificarsi degli abusi e che solo partendo da ciò si può poi impostare un valido sistema di prevenzione. Tuttavia, in particolare nella Chiesa, le dinamiche di trenta o cinquant’anni fa non sono affatto le stesse di oggi. Il mondo, anche quello delle parrocchie, è radicalmente cambiato. Aver messo alla gogna vescovi e sacerdoti ormai morti (e impossibilitati a difendersi) – oppure preti come don Giorgio Carli (ho già spiegato altrove perché lo ritengo innocente), agnello spacciato per lupo da lupi travestiti da agnello – ha condotto a un clima tossico di paura e sfiducia, anziché a quella fiducia e a quel coraggio della verità che richiede un’efficace azione di prevenzione delle violenze (presenti nella Chiesa come in tutta la società). Le “verità” che si agitano nel vortice dei social media sono quelle di un pirandelliano “così è (se vi pare)”.

Ognuno oggi (con qualche eccezione) si riempie la bocca dei peccati (altrui), ma forse il vero peccato è quello di appiattire la storia su un presente a una dimensione e di costringere le vicende personali negli schemi di un diritto senza diritti, zigzagando tra accuse e pregiudizi, esibendo un’insolita intransigenza che sa tanto di accanimento, in balia di un’opinione pubblica manipolata e viziata da trent’anni di populismi e di pensiero breve.

Autore: Paolo Bill Valente

Vivere insieme è meglio. La Giornata dell’Autonomia

Il 5 settembre si celebra la Giornata dell’Autonomia. Solo un rito di poco interesse riferito a un tema che appassiona solo gli storici? Magari fosse così. L’Autonomia è oggi più che mai una risposta possibile, forse doverosa, a molte delle crisi che insanguinano il mondo e che si fondano, in buona parte, sul nazionalismo.

Ucraina e Israele/Palestina sono due esempi che, pur con le loro differenze e particolarità, contengono molti elementi che ritroviamo nella storia altoatesina: la negazione dell’altro, la strumentalizzazione delle differenze etniche e linguistiche, l’arroganza del più forte, lo spostamento dei confini, la volontà di dividere, l’erezione di muri.

Hanno in comune anche altri aspetti. Ad esempio, la presenza di persone – sempre minoritaria, in questi casi – che indicano nel vivere insieme la soluzione, anziché nella separazione. Persone convinte che uno Stato laico e democratico debba essere in grado di garantire pari diritti a tutte le minoranze che in esso convivono, a tutte le espressioni culturali, linguistiche, religiose.

C’è poi, da ricordare e da sottolineare, il ruolo delle Istituzioni sovranazionali nella vicenda altoatesina. Furono le Nazioni Unite negli anni Sessanta a riportare Austria e Italia al tavolo delle trattative. Fu il processo di unificazione europea a offrire ai due Stati un linguaggio comune. Oggi ONU e UE sono in crisi. Speriamo sia una crisi di crescita.

Infine, il ruolo della diplomazia e della politica. Mentre qualcuno fece ricorso alle armi e altri rivendicavano la loro supremazia culturale, un patto internazionale – l’Accordo Gruber-Degasperi firmato appunto il 5 settembre del 1946 – pose le basi dell’Autonomia. All’indomani di una tragica guerra. La politica, pur non essendo sempre all’altezza (nemmeno oggi), fu però capace di produrre e attuare lo Statuto di Autonomia (1948) e la sua riforma (1972).

Niente di tutto ciò è esportabile? Almeno l’idea di fondo – vivere insieme è meglio – forse sì.

Autore: Paolo Bill Valente

Nomi plurilingui. Segno dell’accettazione dell’Altro

Il fatto che la toponomastica sia un campo di battaglia, ormai da molti decenni, si può spiegare in diversi modi. Nazionalismo, etnocentrismo, riserve mentali, malafede, inettitudine, cattiva volontà sono alcune parole chiave. E non se ne esce col buon senso, ma con l’accettazione dell’Altro.

L’accettazione dell’Altro si succhia in buona parte col latte materno. Se fin da piccolo mi hanno insegnato che l’Altro è un intruso, non è come noi, sarebbe meglio che non ci fosse, ci vuole fare del male e via di questo passo, anche quando sarò svezzato da tempo sarà difficile liberarmi del pregiudizio. E se sono un politico, un insegnante, un uomo/donna di cultura, quel pregiudizio finirà col contaminare, in modo più o meno razionale, le mie scelte, le mie parole, le mie azioni.

A monte della questione toponomastica ci sono una storia complessa (ma poi complicata ad arte da chi ha bisogno di tener vivi i conflitti) e qualche riserva mentale. Non serve guardare i cartelli sui sentieri (molti dei quali sono perfettamente bilingui, segno che là dove si vuole, si può), basta camminare per le vie di alcuni dei nostri paesi per ritrovarsi in una “via Dorf” (“traduzione” di Dorfstrasse), in una “via Unterdorf” o in una “via Bach”. Dove “Bach” non sta per Johann Sebastian, ma per “torrente”. Capita pure di incamminarsi per Vallesina (in tedesco Versein, frazione di Meltina) percorrendo una “via Verseiner” (in tedesco Verseinerstrasse). È solo uno dei molti possibili esempi che dimostrano, tra l’altro, quanto poco senso abbia la distinzione tra micro e macrotoponimi.

Si può anche fare una passeggiata in alcuni quartieri anche centrali del capoluogo altoatesino per rendersi conto che il bilinguismo – nelle insegne dei negozi, ad esempio – non è per nulla un fatto acquisito. Per intendersi: tutto solo in italiano. E non apriamo qui il capitolo dell’odonomastica di matrice patriottarda antiaustriaca (24 maggio, Piave, Vittoria e così via).

Nelle situazioni di convivenza le questioni non si risolvono cancellando, ma integrando. Non sottraendo ma aggiungendo. Quanto ai nomi non sono essi il problema, ma chi li usa (come anche la lingua, le scuole, i costumi, la storia) come corpo contundente.

Conoscendo la natura umana e le possibili derive della politica, chi ha firmato e approvato Accordo di Parigi e Statuto di autonomia ha sancito il bi-trilinguismo (anche nella toponomastica) come uno dei criteri di fondo della buona convivenza, segno dell’accettazione dell’Altro.

Autore: Paolo Bill Valente

Ecologia integrale per tornare a sperare nel futuro

Il nostro non è più un mondo attento all’ambiente e preoccupato per i cambiamenti climatici, il contrasto ai quali richiede scelte politiche che l’economia non vuole. Non l’economia “normale”, che da sempre valorizza le risorse e placa i bisogni delle persone, ma l’economia che “uccide”.

Quella che uccide, disse papa Francesco, è l’“economia dell’esclusione e della inequità”. “Oggi tutto entra nel gioco della competitività e della legge del più forte, dove il potente mangia il più debole”.

A dieci anni dalla pubblicazione dell’enciclica Laudato sì’ (2015) “sulla cura della casa comune”, alla cura si preferiscono il terrorismo, le guerre, i dazi, alla casa comune le patrie e le nazioni (da far diventare great again). L’immagine di casa che oggi ci offrono i mass media è quella sbriciolata nell’inferno di Gaza. Il diritto e le istituzioni internazionali sono neutralizzati dalla legge del più forte.

Pace e tutela dell’ambiente sono strettamente correlate. Guerra e crisi ambientale anche. Non a caso Francesco insisteva sul concetto di “ecologia integrale”, “dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale”.

Nel fare memoria dei quarant’anni della tragedia di Stava, il presidente Sergio Mattarella sottolinea che “qui non è stata la natura a distruggere, a uccidere”. La strage è stata “causata artificialmente dall’uomo”, “a determinarla fu l’indifferenza al pericolo per le persone. Sulla base di una errata concezione del rapporto uomo-ambiente, con quest’ultimo considerato risorsa da sfruttare e non da porre, doverosamente, in favore della comunità, come un valore al suo servizio”.

I costi umani, sociali, ambientali delle guerre e dell’economia che uccide sono sotto gli occhi di tutti. Ma sono occhi abbagliati, i nostri, dal fulgore delle esplosioni e delle scie dei missili che solcano i cieli del nostro immaginario. Le coscienze sono confuse. I grandi del mondo sono nani folli che giocano con la vita dei più poveri e indifesi, negando un pianeta vivibile alle prossime generazioni.

Mattarella cita Alex Langer, “personalità acuta e inquieta”, che “parlava di ‘conversione ecologica’ per indicare un processo che deve coinvolgere contemporaneamente cultura, istituzioni, economia, società”.