Manuel Randi e Alex Trebo:la “talèa” della rigenerazione

Un nome decisamente azzeccato quello scelto dai due musicisti altoatesini per intitolare il loro nuovo, fresco, spumeggiante disco come duo. La talèa, in botanica, è quel frammento di pianta che separato dalla pianta madre, piantato e curato, dà vita ad un nuovo esemplare. Randi, bolzanino di stanza a Marlengo, e Trebo, badioto residente a Berlino, si conoscono e si frequentano da anni, hanno anche già registrato insieme nell’ambito di vari progetti, da Play, condiviso con Max Castlunger, alle numerose collaborazioni in seno alle creature musicali di Herbert Pixner (entrambi sono componenti irrinunciabili della Italo Connection, Randi è poi da anni nel Pixner Projekt, che l’anno prossimo si allargherà a quintetto proprio con l’ingresso di Trebo).

È stato però durante il periodo di clausura imposto dal Covid-19 che ha preso forma questa nuova proposta dalla natura assolutamente speciale e unica, in cui il primo ha messo da parte Fender e amplificatore e il secondo ha staccato la spina alle sue tastiere vintage per sedersi al pianoforte e dare vita ad un’esperienza coinvolgente di musica totale che sfugge ad ogni definizione ma brilla per bellezza e piacevolezza.

“Alex ed io – ci racconta Randi – pur avendo lavorato insieme in diversi frangenti abbiamo sempre avuto voglia di fare una cosa insieme con chitarra acustica o classica e pianoforte, senza veli… Alex è un musicista completo, è un bravissimo jazzista, conosce il repertorio classico, è un ottimo arrangiatore. Quando suona qualcosa, nella sua testa la sta già arrangiando. È coautore delle partiture per orchestra usati dall’Herbert Pixner Projekt per il tour con i Berliner Symphoniker. Suonare con lui è un piacere”.

Il disco realizzato dai due è una raccolta di dieci brani, alcuni composti durante la reclusione forzata, alcuni altri scritti in precedenza, e ce n’è anche uno composto in collaborazione. Una volta messo assieme il materiale, Trebo e Randi hanno dovuto trovare il tempo per trovarsi e provarlo insieme, cosa non scontata visto che una volta passato il periodo duro, per entrambi l’attività concertistica o comunque legata alla musica, è ripresa a spron battente. Banco di prova di Talèa sono stati un paio di concerti (sold out) a Monaco, accolti talmente bene da convincere i due a trovare ulteriore tempo per registrarli professionalmente.

“Diciamo – prosegue il chitarrista bolzanino – che entrambi abbiamo scritto i brani proprio in funzione della collaborazione. Io pensando ad Alex e lui pensando a me, trascrivendoli fin dall’inizio, per avere delle tracce precise, poi ci siamo presi due giorni per andare in studio e registrare il tutto. Il Cat Sound Studio è un luogo in cui abbiamo già avuto modo di lavorare, ci siamo recati a Badia Polesine, dove lo studio ha sede e lì è stato messo per così dire, nero su bianco. Senza fronzoli, senza click, in tutta spontaneità. Quello che volevamo era fare un disco che si possa ascoltare, senza che l’ascoltatore debba per forza essere dentro i vari generi musicali che fanno parte del nostro background, che sia il jazz, la musica mediterranea, Bach o le colonne sonore dei film italiani. Trovo che sia un lavoro molto equilibrato”.

L’ascolto del disco, conferma le parole di Manuel Randi, la sequenza dei brani funziona a meraviglia, i due professionisti hanno un’intesa ineccepibile, nessuno dei due cerca di fare più dell’altro, di mettersi in mostra: d’altronde non ne hanno alcun bisogno. Il pianoforte di Trebo sa stare al suo posto quando è Randi a lanciare un assolo, viceversa la chitarra di quest’ultimo si adegua ritmicamente quando a prendere il largo è la tastiera del compare.

“Il disco – conclude Randi – lo presenteremo il 15 dicembre prossimo, alle 20, presso l’Haus der Kultur di Bolzano. Ovviamente rispetto al disco, nei concerti viene fuori molto altro, c’è la parte tecnica, e c’è quella fisica della performance. Poi c’è anche la sfida di salire su un palco proponendosi con due strumenti che a detta di molti non stanno bene assieme, perché chitarra e pianoforte sono due strumenti a corda, si annullano… non è una cosa facile da combinare. Noi però la cosa l’abbiamo già collaudata e non la vediamo come un problema”.

E non si fa fatica a credere alle parole di Manuel Randi, che nel frattempo ha già cominciato a registrare il suo nuovo disco da titolare unico, oltre che ad essere pronto per imbarcarsi in un tour europeo con la Italo Connection a gennaio e di seguito a prepararsi per quello dell’Herbert Pixner Projekt in versione quintetto, con Trebo appunto in entrambe le situazioni.

Autore: Paollo Crazy Carnevale

Le offerte creative del (gruppo o collettivo) Supermarket

A chi segue le vicende della scena musicale bolzanina non può essere sfuggito che nonostante l’offerta sia ostentatamente ricca, per un buon ottanta percento le produzioni dei nostri artisti, soprattutto quelli più giovani, sono storie solitarie, costruite spesso davanti allo schermo di un computer, con l’ausilio di mezzi modernissimi e accessibilissimi che rendono sempre più semplice la realizzazione di un brano arrangiato e pronto ad essere consumato.

È un po’ sparito il concetto di musica d’insieme, di gruppo, non vogliamo fare riferimento all’epoca dei complessi beat, ma il fare musica è sempre stato un affare collettivo, anche per i cantautori.
Nel nuovo mondo sembra che ci sia sempre meno spazio per le band, soprattutto, come si notava poc’anzi nell’ambito dei giovanissimi.
Tra coloro che fanno eccezione ci vengono in mente Shanti Powa e Polemici, che pur non essendo più ragazzini, fanno una musica indirizzata ad un pubblico che conta anche teenager.
E poi c’è il Supermarket. O se preferite ci sono i Supermarket: a seconda che vogliamo considerare la formazione un gruppo o un collettivo aperto.
L’idea è saltata fuori poco più di un anno fa, anche se le basi sono state gettate al termine della pandemia e i due padri fondatori sono Marco Di Stasio e Thomas Traversa.
“Diciamo che i primi passi li abbiamo fatti una volta calmatasi l’emergenza – ci racconta Di Stasio –, eravamo stati costretti in casa troppo a lungo e avevamo voglia di socialità. A me e Thomas piaceva fare musica e ci siamo riproposti di fare qualcosa insieme, nella sua saletta. In più abbiamo una certa familiarità con i computer. Ognuno di noi sapeva delle cose diverse e abbiamo cercato di mettere insieme le nostre conoscenze. Poi, sentendo di pari passo anche il bisogno di fare aggregazione, ci siamo messi in cerca di altri ragazzi con le stesse esigenze”.
“L’idea era di mettere insieme un gruppo di persone accomunate dall’interesse e dall’amore per la musica, senza per forza essere una band – aggiunge Traversa –. Un gruppo di appassionati di musica per intenderci, con cui trovarci, condividere ascolti ed esperienze e, perché no, fare anche musica insieme”.
Nel giro di un mese il collettivo era già bell’e che formato, Thomas, Marco e gli amici che erano riusciti a raccogliere per il loro progetto hanno cominciato a trovarsi, grazie all’associazione Be Young hanno potuto avere a disposizione degli spazi più capienti rispetto alla saletta di Traversa; hanno cominciato a scrivere le proprie canzoni, per lo più in italiano e, secondo un cliché abbastanza comune, nello stile parlato derivato dai rapper, con la differenza però che la musica è tutta suonata dal vivo, con l’aiuto delle tecnologie soprattutto per creare i suoni, certo, ma comunque destinata ad essere eseguita con l’aiuto di una band, come accade nei loro concerti e con l’obiettivo di essere in tanti sul palco.
“Anche se alla base per ogni brano c’è comunque un autore principale – prosegue Traversa –, nell’esecuzione cerchiamo di avere una persona che si occupa della strofa, un’altra che canta il ritornello e via dicendo, nell’intensa stagione live che abbiamo trascorso prima di realizzare il nostro disco, abbiamo strutturato gli spettacoli lasciando all’inizio a ciascuno lo spazio per proporre tre brani, cercando poi di concentrare il resto dello show sulle collaborazioni”.
Alla fine dell’estate è infatti stato pubblicato on line il primo disco del Supermarket, una raccolta di otto brani originali in cui ciascuno contribuisce con la propria cifra artistica, chi cantando, chi scrivendo, chi anche solo sedendo in regia a produrre. Sempre senza perdere di vista l’obiettivo di divertirsi passando del tempo assieme.
“Un esempio di come funzioni il nostro modo di lavorare – è di nuovo Di Stasio a parlare – è verificabile in un brano come Maniche larghe, che è stato prodotto da Thomas, si tratta di un pezzo elettronico, quasi house, ovvero di un genere con cui prima Thomas ha davvero avuto poco a che fare: la frequentazione del collettivo, Fanta, Iando e gli altri hanno reso naturale il suo cimentarsi con una cosa diversa da quelle che aveva fatto fino ad ora”.
Il messaggio è chiaro, Supermarket (Supermarket vol.1 è il significativo titolo del disco e un carrello per la spesa è il simbolo di questi ragazzi) è un gruppo di amici che ama passare tempo insieme facendo musica.
Il nome poi è quanto mai esplicito e indica un contenitore capace di avere dentro di sé tutti i vari prodotti musicali scaturiti da ogni componente, proprio come lo scaffale di un supermercato.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Il groove in crescita della Jugendbigband Südtirol

Sono trascorsi dieci anni da quando Helga Plankensteiner, musicista, cantante, insegnante di musica tra le più note nel panorama jazzistico, ha avuto l’idea di mettere insieme una poliedrica formazione con le caratteristiche delle storiche big band a base di fiati. Diciamo subito che il nome del gruppo è riduttivo rispetto a quello che questa band è in realtà, visto e considerato che la partecipazione non è solo limitata e riservata ai ragazzi della provincia di Bolzano.

“L’idea di partenza – ci racconta la Plankensteiner – è stata quella di portare la musica jazz in un ambito in cui non era conosciuta o suonata, con l’intento di diffonderla e possibilmente raggiungere il risultato di farla piacere ai giovani. All’inizio non è stato facile, abbiamo fatto delle audizioni, e il livello non era proprio altissimo, ma si è capito da subito che qualcuno con le giuste doti, c’era. E questo ci ha spinto ad andare avanti”.
In una regione come la nostra, in cui molti ragazzi cominciano da piccoli a suonare uno strumento a fiato, magari per entrare nella banda musicale del paese, ci sono decine di possibili futuri membri di una big band come questa. Con un lavoro meticoloso per trasmettere agli allievi la sua passione, Helga Plankensteiner è riuscita nell’intento di assemblare un numero sufficenti di allievi interessati al jazz e al progetto.
“La nostra orchestra è costantemente in crescita e mutante – prosegue la musicista – dei tre ragazzi più dotati dei nostri albori, due sono ancora con noi, altri se ne sono aggiunti e tra una difficoltà e l’altra siamo riusciti fin dal primo anno a farli suonare in pubblico, nonostante fossero allievi che provenivano da varie zone della regione, con distanze chilometriche notevoli da coprire per poter partecipare a prove e concerti. Devo dire che abbiamo avuto la fortuna che per molti di loro ci fossero anche dei genitori molto disponibili ad accompagnarli.”
In questi giorni è uscito un doppio CD che celebra il decennale della Jugendbigband Südtirol, intitolato significativamente Groove’n’Grow: vi sono raccolte due performance, una registrata nel febbraio scorso in studio a Campo Tures ed una dal vivo presso l’auditorium della RAI nel novembre del 2019. La particolarità del progetto, sia dell’orchestra che del disco, è che oltre a puntare sul talento di questi giovani musicisti, alcuni sono ancora teenager, altri hanno poco più di vent’anni, è il fatto di aver scommesso su un repertorio basato sulle composizioni di musicisti e autori della nostra regione, per valorizzarne il lavoro.
“Per me è stata molto importante questa scelta – precisa Helga –, con una big band di giovani provenienti da Alto Adige e Trentino mi è sembrato naturale valorizzare la musica scritta da autori di queste regioni e del Tirolo. Mi piace molto il concetto di Euregio e ho voluto metterlo alla base del mio lavoro. Non è stato possibile inserire nel disco tutti i compositori di cui la band ha eseguito le musiche in questi dieci anni, ma nel disco ci sono composizioni di Stefano Colpi, di Michl Lösch, Fiorenzo Zeni, Martin Ohrwalder, Demetrio Bonvecchio e altri, inclusa me. Ovviamente ho dovuto fare delle selezioni, ci sono brani che sono composti per formazioni d’altro tipo, come trio, quartetto e via dicendo. Una big band è qualcosa di diverso. Qualcosa è stato composto e arrangiato appositamente per noi, per qualcos’altro ci siamo dovuti adattare. E abbiamo anche avuto la soddisfazione di vincere un concorso indetto dalla SIAE, cosa che ci ha permesso di tenere parecchi concerti quell’anno. Sono ragazzi molto simpatici, umani, bravi; il dilemma è che ora molti sono andati via per studiare e trovarsi per fare i concerti è sempre più difficile”.
Il disco verrà presentato il 24 novembre prossimo, la mattina con un concerto per le scuole, la sera con uno nell’ambito della rassegna del Laurin, a Bolzano: sarà un’occasione per ascoltare una piccola grande realtà della musica regionale.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Intingoli di fine stagione

L’estate appena conclusa, in attesa delle proposte musicali autunnali (l’autunno è sempre stato, tradizionalmente, il momento delle uscite discografiche da lanciare in vista del Natale imminente) ci ha consegnato una manciata di nuovi singoli che è opportuno tenere d’occhio, anche perché in più d’un caso si tratta di anticipazioni riguardanti lavori più completi.

Imperdibile è il nuovo singolo di Hubert Dorigatti, Talking Down (youtu.be/iow6Dw4q31Q): il chitarrista pusterese, tra un concerto e l’altro, oltre a dedicarsi alla costruzione della sua casa, sempre documentata via social, ha registrato questo singolo rispolverando per l’occasione la denominazione Bayou Side, usata per il suo ottimo disco del 2017. L’intuizione molto interessante di Dorigatti, è stata quella di usare come strumento di complemento alla sua sempre apprezzata chitarra, anche uno strumento atipico come la tuba: per l’occasione è stato coinvolto il musicista austriaco Christian Deimbacher mentre la batteria è stata suonata da Matthias Bäuerlein. Il risultato è un brano di blues dalle atmosfere funky che ricorda esperimenti analoghi fatti oltre cinquant’anni fa dal grande Taj Mahal. Esperimenti che agli occhi di Dorigatti, che oltre che un chitarrista sopraffino è anche un filologo della materia, non potevano passare inosservati. E mentre stiamo pubblicando queste righe, la notizia bomba è che il nostro, con la band al completo si trova a Nashville per registrare un EP sotto la produzione di Zach Allen, esperto producer che ha lavorato con Keb Mo’, pochi anni fa titolare di un disco proprio con Taj Mahal, ecco così che il cerchio con perfezione si va a chiudere.

Su un fronte musicale decisamente diverso troviamo la piacevolissima sorpresa del nuovo singolo degli Skankin’ Drops, una delle più interessanti formazioni reggae della nostra regione. Aizzate è il loro brano disponibile da circa metà estate (skankindrops.bandcamp.com/track/aizzate) ed è la conferma della sempreverde vena creativa di questa formazione. Il singolo, prodotto dai loro amici Shanti Powa (il sassofonista salentino Angelo Ippati è da qualche tempo in entrambe le band), è un contagioso brano in dialetto napoletano che è già diventato un highlight nei concerti degli Skankin’ Drops, grazie al suo ritmo dondolante, con assoli di chitarra e sax che contornano un testo non casuale che è un’incitazione a svegliarsi, alzarsi, reagire. In linea con l’impegno che non è mai mancato alla musica di questo gruppo in costante crescita artistica.

Blues Lee (youtu.be/p6HWp1N72co) e Mi manchi (youtu.be/nkG_Hm8gmuA) sono invece i nuovi singoli (rigorosamente in formato video) dei But Beautiful, trio pop rock dalle interessanti idee: costruito su una base musicale molto essenziale su cui i componenti si destreggiano cantando e dedicandosi a tutti gli strumenti. Uscite a poche settimane di distanza le due canzoni offrono una buona panoramica del raggio d’azione del gruppo che può contare sull’eterea e originale voce di Elisabeth Pichler, sulle tastiere di Carl Pfeil e su chitarra e batteria di Andreas Mair. Questi ragazzi dimostrano di essere a proprio agio cantando in qualunque lingua e le loro composizioni risultano del tutto convincenti.

Concludiamo con la segnalazione del nuovo video di Alice Ravagnani che torna con un nuovo brano intitolato Senza cadere (youtu.be/mBAEyy2ksvk) pubblicato a fine settembre. La cantautrice (ma non solo) bolzanina, dopo le prime canzoni prodotte con l’aiuto di Mattia Mariotti, sta da un po’ lavorando con Mathis Carion e c’è in vista la realizzazione di un EP a cui parteciperanno anche diversi musicisti locali, anche se i nomi non sono ancora stati resi pubblici. Le premesse promesse da questo singolo dal testo molto personale creano comunque grandi aspettative.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Giulia Martinelli è Giulia Olivia:una cantautrice in rosso

Il rosso è il suo colore preferito, lo si era capito da tempo, e come nelle copertine dei dischi precedenti, torna nell’abito indossato da Giulia nella foto che la ritrae in questo EP nuovo di zecca, uscito lo scorso 28 settembre.

Il nuovo CD della cantautrice meranese giunge dopo una pausa di oltre quattro anni, tanta è la distanza dal precedente Wanderlust, anche se in mezzo ci sono stati i singoli The Crown e Mentiroso, inediti su supporto fisico, e più recentemente quelli che figurano su questo nuovo Roller Coaster Ride, il cui titolo è un po’ il riassunto della vita di Giulia Martinelli in questi ultimi anni, quattro lunghi anni che l’hanno messa alla prova, non solo riguardo alla sua volontà di proseguire con l’attività di cantautrice, anni in cui ha dovuto fare i conti col fatto che la vita è un po’ come le montagne russe del titolo.

“Questo lungo intervallo – ci racconta – è un po’ dovuto anche al fatto che ho una facilità di scrittura quasi eccessiva, le canzoni mi vengono fuori con una facilità estrema. Ne riempio i cassetti e poi però ho la tendenza a lasciarle lì, considerandole cose mie. Sono canzoni che vengono direttamente dall’anima e dal cuore e a volte ho paura che il condividerle mi sottoponga a opinioni e di conseguenza a critiche. E non sono sempre sicura di essere pronta ad accettarle. Ecco perché è trascorso tanto tempo dal disco precedente, tra un ripensamento e l’altro, col timore che avrei potuto fare di meglio. Su ogni brano ci lavoro davvero molto, dal far leggere un testo a persone di madrelingua, dallo studiare l’intonazione e la dizione, ora comunque il disco è qui e tutto sommato va bene così, alla fine è prevalsa l’idea che la condivisione va bene, anche perché mi è stato fatto notare che se i cantanti che mi piacciono si facessero gli stessi problemi, sarei la prima a dispiacersi molto per non aver potuto avere in condivisione le loro canzoni”.

Rispetto ai lavori precedenti, Giulia dopo aver registrato a Milano e Bolzano, stavolta si è affidata alle cure del produttore bolognese Riccardo Cesari. 

La modalità di lavoro è comunque già tutta nella testa della cantautrice, che quando consegna al produttore i brani sa già in qualche modo come vorrebbe sentirli suonare, anche sperimentando di proposito, come avviene in questo EP in cui particolarmente nel brano For Myself e nella title track vengono adottate sonorità più virate verso l’elettronica e con strizzate d’occhio al pop rispetto ai lavori precedenti, ma proprio nel brano che titola l’EP fanno capolino anche suggestioni insolitamente rock.

Dead End Street, il brano più antico del nuovo lavoro è forse quello dalle atmosfere più cupe, mentre con il suo arrangiamento quasi calypso, e quindi solare per definizione, Supergirl è indubbiamente quello che potremmo definire il singolo trainante. 

Autentica novità è poi il cambio di denominazione dell’artista, che dopo tre EP come Giulia Martinelli ha adottato il nome d’arte di Giulia Olivia.

“La storia del nome d’arte è una storia che ho sempre avuto in mente, soprattutto per il fatto che Giulia Martinelli è un nome molto comune, ho davvero tantissime omonime, così tante che più d’una volta mi sono ritrovata taggata in post o addirittura invitata ad eventi da gente che pensava di aver invitato un’altra Giulia. Olivia suona bene accanto a Giulia, c’è una buona assonanza ed è un nome che mi piace. E poi c’è il fatto che sono convinta di non essere sempre la stessa persona, non mi sento ogni giorno nello stesso modo e anche le mie canzoni sono così, diverse. Nel disco canto che la vita è come le montagne russe, ci sono gli alti e i bassi, è stato bruttissimo prenderne atto, ma ora so che se i bassi non li posso eliminare, ci posso però lavorare su e soprattutto posso imparare a godermi i momenti belli della vita, cosa che non è assolutamente automatica.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’uomo dietro i cursori: Fabrizio Dall’Oca

Il volto sornione contornato da una barba bionda e un sorriso nascosto da baffi e occhiali di Fabrizio Dall’Oca è un volto familiare per chi è cresciuto frequentando i concerti delle band locali da metà anni settanta e, per i vent’anni successivi, e per chi si è recato alle serate dedicate alla musica jazz nelle stagioni musicali di Carambolage e Laurin. 

Fabrizio è nato professionalmente insieme ai suoi coetanei che si facevano le ossa suonando: lui se le è fatte smanettando sui cursori e potenziometri maturando l’idea che quello era il lavoro che voleva fare da grande. Ora, che grande è diventato ed è addirittura pensionato, continua ad essere il fonico esclusivo del poliedrico jazzista Paolo Fresu, coronando un sogno e una lunga carriera.

“Ho cominciato dando una mano ad una band di amici che si chiamava Otho Mollis – ci racconta il fonico – si andava in giro con due piccole casse e con un mixerino da otto canali che ci sembrava il non plus ultra, quando siamo passati al sedici canali ci sembrava di avere una cosa incredibile, il tutto era molto empirico visto che comunque si partiva da zero; all’epoca non c’erano scuole per imparare questo mestiere e ci siamo letteralmente fatti le ossa. Io e loro. Se pensi che tutto era cominciato ascoltando i dischi in vinile a casa, cercando di capire come facessero i suoni ad uscire in un determinato modo. Da lì si è arrivati all’idea di fornire un service, come si suol dire, il più professionale possibile”.

Nella Bolzano di fine anni settanta, l’idea di un’amplificazione per concerti di tipo professionale era pura fantascienza, quando il Fabrizio Dall’Oca e il gruppo denominato La Stanza pensarono di lanciarsi in questa avventura con intenti seri e costituendosi in un’associazione culturale che promuoveva e allestiva concerti fornendo anche l’amplificazione, la cosa era una novità assoluta e totale.

“Si trattava soprattutto di musica jazz – prosegue Dall’Oca – un genere che mi è sempre piaciuto, anche se come tutti anch’io sono partito dal rock. Ogni luogo era buono per organizzare una serata, ricordo che con il Circolo La Comune capitava di amplificare concerti in aule scolastiche. Adesso certe situazioni di allora sarebbero improponibili, ma a quell’epoca non c’erano legislazioni né tantomeno limitazioni in campo di sicurezza sul lavoro. Si arrivava sul posto col furgone, si scaricava, si montava e via… Anno dopo anno invece è diventato tutto più controllato, a partire dai permessi, dalle perizie specialistiche sull’idoneità di luoghi e impianti”.

La passione per il jazz, fece sì che Dall’Oca si ritrovasse insieme ad un amico e collega bolognese ad amplificare il concerto di Miles Davis al Paladozza nel novembre del 1986: un salto notevole per il giovane fonico bolzanino. Da lì al trovarsi coinvolto nel calderone di Umbria Jazz il passo è stato breve: “Lavorare per quegli artisti che ero solito ascoltare sui dischi – continua il suo racconto – è stata un’emozione pazzesca, sono stati anni incredibili, ho fatto il service audio a Perugia per oltre vent’anni. Dopo il 2009 l’ho fatto solo per l’edizione invernale che si tiene a Orvieto”.

Ora però Dall’Oca lavora praticamente in esclusiva per Fresu, che amplifica ovunque, in Italia, all’estero, nei teatri, in formula quintetto jazz, in formazione con sezione d’archi, in duo, trio, quartetto, tanto che confidenzialmente quando parla di Fresu lo chiama il mio artista.

“L’unica eccezione – conclude – sono i concerti con Omar Sosa, perché in quel caso lui si porta i suoi fonici. Con Paolo ho lavorato la prima volta a Bolzano nel 1987, intorno alla metà degli anni duemila il suo agente mi ha proposto di seguirlo in un’occasione un po’ difficile e da lì tutto è partito. Con lui si viaggia, e a me piace tantissimo viaggiare, fa tantissimi concerti, siamo nell’ordine di più di 120 concerti all’anno e il rapporto va oltre la professione, ormai ci sono stima reciproca e amicizia, è una persona tranquilla e affabile, capisce le situazioni. Non ricordo di avere mai avuto momenti di tensione con lui. Il motto, se qualcosa non va come dovrebbe, è: la prossima volta andrà meglio”.

Autore: Fabrizio dall’Oca

Altri singoli e intingoli

L’estate è la stagione della musica da consumare in fretta, anche se poi la storia ci insegna che ci sono anche delle canzoni per così dire estive che sopravvivono all’effimera stagione e fanno la storia. D’altronde, se c’era un vecchio adagio che ripeteva che le mezze stagioni non esistono più, oggi con buona pace dei meteorologi non esistono più nemmeno le stagioni intere.

Proprio a cavallo tra luglio e agosto, è stato pubblicato su spotify e su youtube (youtu.be/RUjd0qWU1ZE) Vivi il momento, brano estivo dal titolo emblematico, frutto della collaborazione tra il musicista e produttore Eziogroove (già collaboratore di Elisa Venturin per un singolo di un paio d’anni fa) e il rapper Ten P.M., entrambi bolzanini, che hanno appunto unito le forze per questa canzone dal sapore vacanziero. Il brano è stato realizzato dall’etichetta Multiforce e coinvolge insieme ai due autori anche la ballerina Pamela Murgia, anche lei proveniente dal capoluogo, qui però impegnata in qualità di cantante un po’ nello stile di Baby K. Il brano è infatti un crossover tra parti cantate e parti rappate, o forse meglio dire trappate, visto l’uso dell’auto-tune che personalmente trovo ripetitivo e troppo uniformizzante, in senso lato.

Il video di lancio del brano è stato realizzato dalla Startaccademy di Luca Vaccarino.

Sempre a fine luglio è stato pubblicato il singolo di Dana Tempesta, giovanissima cantautrice che si muove su tutt’altri territori musicali ma dal contenuto simile a livello lirico. Stare bene stare male (youtu.be/d13sHZe6WtA), questo è il titolo del brano con cui Dana esordisce, inizia come una cupa ballata pianistica incentrata sulle riflessioni della giovane autrice ma vira poi improvvisamente verso un suono più ritmicamente pop, contagioso nella struttura in cui la protagonista con un testo sempre molto diretto esprime la voglia di non pensare al domani. Anche qui c’è il vituperando auto-tune, bisognerà che me ne faccia una ragione… Il brano, sponsorizzato dalla cantautrice Nina Duschek, è il frutto di un workshop tenuto da quest’ultima e frequentato dalla Tempesta. Il video è animato e conta sui disegni di Siegrid Mauroner.

I Mainfelt sono invece una band di indie folk-rock che si muove già da qualche tempo all’insegna di un genere musicale che riporta alla mente gruppi epocali come i primi Pogue e soprattutto i Waterboys. Guidati dal cantante e chitarrista Patrick Strobl, anche i Mainfelt si propongono con un brano dal sapore estivo, nel senso di un brano costruito sui ricordi di un’estate lontana, passata. Il brano, intitolato Golden Home (youtu.be/Ts4QAHM0QF8), è comparso il 28 luglio scorso accompagnato da un video dal sapore bucolico che sembra voler raccontare il passaggio da infanzia ad adolescenza. La regia è opera di Andreas Koser e come ospite molto speciale, a duettare con il banjo di Ivan Miglioranza e la voce di Strobl, c’è la fisarmonica di Herbert Pixner.

E per concludere, tornando ai brani da spiaggia segnaliamo il bolzanino Falco Gabry, attivo ormai da una decina d’anni, che ha pubblicato il singolo Baila (youtu.be/yfe3giww3pg) rigorosamente a base di auto-tune e sintetizzatori e con le caratteristiche da tormentone estivo.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Mauro Cabassa ricorda i Liqid

Sono trascorsi ormai trentacinque anni dalla gloriosa epopea dei Liqid, una delle formazioni locali che ai suoi tempi fece parlare molto di sé ed era vista come “the next big thing in town”, per dirla come l’avrebbero definita gli inglesi, tradizionalmente sempre un passo avanti per quanto riguarda le novità in campo musicale. Per entrare nell’universo Liqid è necessario immedesimarsi in un tempo ormai lontano in cui a Bolzano e provincia erano in pochi davvero a cercare di fare qualcosa di diverso, più nell’ottica di certa new wave di matrice anglosassone che non in ambito prog, blues, hard rock (e a seguire heavy metal), generi che da noi sono sempre stati più seguiti e suonati.

Certo, c’erano in circolazione almeno un altro paio di band che in quegli facevano un discorso musicale differente, pensiamo ai Gegia Miranda e ad Anna e i Dentici, molto apprezzati ma sicuramente più underground. I Liqid erano nati dall’unione di alcuni personaggi che si erano già distinti abbondantemente nella prima metà del decennio: il chitarrista Gigi Mongelli che proveniva dai mitici Zot in cui nell’ultimo periodo aveva militato anche il batterista Mariano Keller (già con Hard Time Blues Band, Rockeller, Fraiso e molto altro), il cantante Luca Calò (Noisegate) e, entrambi già nei Trackl, Marco Dalle Luche (tastiere) e Mauro Cabassa (bassista).

“Mariano aveva una sala prove sotto la Speckstube in via Goethe – è Cabassa a raccontarci la storia del gruppo – e lì è iniziato tutto, solo dopo ci siamo trasferiti nella sala di via Zara. Il progetto ha richiesto molto tempo di assestamento prima che riuscissimo a presentarci in pubblico. Erano anni in cui a livello di strumentazione si sperimentava molto, si usavano tastiere, i primi strumenti midi, sequencer”.

La prima uscita in pubblico, secondo i ricordi del bassista (ma anche responsabile della parte elettronica insieme a Dalle Luche), dovrebbe essere stata il 23 marzo del 1988, quando i Liqid si esibirono come spalla dei Neon, band fiorentina di new wave in salsa italiana abbastanza in voga in quegli anni.

“Nel nostro DNA musicale – prosegue Cabassa – c’era un po’ tutto quello che girava in quegli anni a livello di new wave, dai Police ai Simple Minds, senza dimenticare i Japan. Naturalmente ognuno di noi ci aggiungeva poi le proprie influenze personali. La cosa funzionava bene perché comunque, dovunque andassimo a suonare c’era interesse da parte del pubblico”.

Le cose sembravano dover andare a gonfie vele per la formazione bolzanina, tanto che dopo lunghe selezioni i Liqid si assicurarono l’accesso alla finale italiana di un’importante concorso musicale indetto dalla Yamaha. Purtroppo ci mise lo zampino il destino e la chiamata alle armi del cantante portò sul palco milanese un gruppo monco, tutt’altro che la formazione che si era aggiudicata l’accesso a una finale che con ogni probabilità in altre circostanze avrebbe vinto. Questo portò ad una prima implosione dovuta ad una serie di intemperanze giovanili che solo il tempo ha parzialmente lenito.

“Per un po’ – aggiunge il bassista – abbiamo provato a ricompattarci. L’interesse per i Liqid era rimasto. I locali ci chiamavano ancora per suonare e la formazione fu completata col cantante trentino Franco Depedri. Non durò molto, ma nel 1989 partecipammo ad una rassegna importante organizzata dal Boston Bar di Trento, locale storico di quegli anni. La manifestazione si chiamava Festivalpub e nonostante non fossimo più i Liqid degli esordi, ci siamo aggiudicati la vittoria che consisteva nella registrazione di un vinile, un dodici pollici a quarantacinque giri. Ne venne fuori una cosa molto spartana, senza distribuzione, senza copertina. Noi eravamo comunque ancora provati dall’abbandono di Luca, per di più il tizio dello studio ci aveva detto che in un pomeriggio avremmo dovuto concludere, così abbiamo preparato tutto a casa, siamo andati in studio coi suoni midi e col sequencer, praticamente non abbiamo suonato nulla lì. Per non dire che era la prima volta che lavoravamo con tecnologie digitali, così il risultato è stato quel che è stato”.

Il disco fu stampato nudo e crudo. Oltre alla voce di Depedri, c’era quella di Monica Merz che tutto sommato creava un bell’effetto nell’alternarsi con quella maschile molto debitrice al David Bowie berlinese (Depedri è ancora in circolazione in Trentino e ha perseguito come cantante la sua passione per il Duca Bianco). Il disco finì sepolto in cantina e nessuno dei Liqid lo riascoltò più.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

Timbreroots: armonizzazioni e suoni cristallini

Si sono formati poco prima che la pandemia bloccasse l’intero pianeta, sono giovanissimi e propongono un genere musicale fresco e geniale, difficile da incontrare alle nostre latitudini, dove solitamente hanno vita più facile rockettari incalliti, cantautori, jazzisti e cover band.

Eppure, quella dei Timbreroots, un quintetto di base nella Bassa Atesina, sembra essere una scommessa già vinta, nonostante abbiano cominciato a venire allo scoperto appena un paio d’anni fa, non appena le restrizioni pandemiche si sono allentate.
Le buone carte di questi cinque ragazzi sono diverse, ma se dobbiamo dire quale sia il loro punto di forza non ci sono dubbi, le armonie vocali a quattro o cinque sono davvero senza precedenti da queste parti.
Lo scorso primo luglio, nel corso del concorso nazionale Music 4 the Next Generation, si sono aggiudicati un meritatissimo secondo posto, preceduti dal Lorenzo Bellini Quartet.
“Si tratta di un concorso molto interessante – ci racconta Thomas Vicenzi, bassista della formazione nonché baritono basso – ai gruppi partecipanti viene assegnato un brano di musica classica da arrangiare e proporre in chiave moderna secondo il proprio stile, a noi è toccato in sorte La follia, un brano originariamente barocco che abbiamo convertito in Madness e a cui abbiamo abbinato un testo originale che affronta il tema della follia in cui versa il mondo attuale. L’arrangiamento è venuto fuori in cinque quarti, molto particolare, con l’uso di strumenti come banjo e marimba”.
I Timbreroots sono tra i sedici gruppi sopravvissuti alla preselezione e hanno presentato il loro brano nella semifinale tenutasi a Verona, accedendo quindi alla finalissima che si è svolta a Trento con una giuria superstar composta da Malika Ayane, Gegè Telesforo e Alberto Martini.
Senza concedersi troppo riposo, una settimana dopo il gruppo (che è composto oltre che annovera oltre a Thomas anche da Benedikt Sanoll, voce solista e chitarra, Philipp Sanoll, tenore, batteria e percussioni varie, Sebastian Willeit, tenore, chitarre e banjo e il pianista e baritono alto Simon Oberrauch) si è esibito a Collalbo nell’ambito dello storico festival Rock Im Ring.
Un anno quindi del tutto a pieno ritmo, visto e considerato che a gennaio i Timbreroots hanno anche pubblicato il loro primo disco, un bel CD composto da dodici brani originali che mescolano i diversi stili a cui si ispirano, con una particolare predilezione per rock e folk di matrice indie.
“Ci piacciono molto Coldplay e Mumford & Sons – prosegue Thomas Vicenzi – ma soprattutto, a livello di armonizzazioni vocali ci rifacciamo molto alla musica corale di matrice classica. I brani sono scritti quasi esclusivamente da Benedikt: lui ha una formazione come vocalista jazz, ma tutti abbiamo studiato musica a livello scolastico e anche all’università”.
E non c’è che dire, ascoltando il loro disco, Numen’s Dreams (i sogni della divinità), si percepisce totalmente che siamo alla presenza di ragazzi assai dotati e preparati, con una strumentazione essenziale e senza contare su collaborazioni esterne, i Timbreroots hanno registrato il disco in una sperduta località austriaca, complice il fatto che tutti studiano a Innsbruck. Le composizioni sono ariose, mai cupe, talvolta dominate da melodie e ritmi che invitano alla danza, talaltra più riflessive, ma sempre elaborate cin cura e garbo. Inoltre, da non sottovalutare, c’è il fatto che anche a livello di liriche emerge chiaramente la volontà di non dire cose scontate, come è chiaro fin dalla prima traccia del CD, Lets Give The A Chance, un piccolo inno all’inclusività, senza barriere dovute al colore della pelle, allo stato sociale, all’età.
“È così che ci piace pensare debba essere la nostra musica – conclude Vicenzi – una cosa diretta a tutti coloro che vogliono esserne coinvolti: è anche il senso del nome che ci siamo dati, l’unione tra il timbro musicale e le radici musicali di ciascuno, quali che esse siano”.

Angelo Ippati, Thomas Maniacco e il poderoso progetto Owl Riddim

Il termine riddim è la base della musica giamaicana, che sia reggae, dub, reggaeton o ska. La parola – che è una storpiatura del termine anglosassone rhythm (ritmo, evidentemente) – dice tutto, fin dai tempi in cui la musica giamaicana ha cominciato a ritagliarsi un posto nel panorama internazionale grazie a piccole etichette come la Trojan, in seguito con l’interesse dimostrato da Chris Blackwell che a quella musica dedicò la propria label denominata Island.
Il ritmo era infatti alla base della struttura musicale di ogni brano, tanto che uno stesso riddim, veniva usato per molteplici brani.
Proprio questa forma musicale di origine giamaicana sta alla base del progetto realizzato dal musicista salentino (ma ormai di stanza da tempo nel capoluogo altoatesino) Angelo Ippati e dal bolzanino Thomas Maniacco. I due sono noti da tempo a chi segue la scena musicale di quassù, il primo è il sassofonista degli Skankin’ Drops, il secondo suona la tromba negli Shanti Powa: entrambi però sono sempre aperti a nuove avventure sonore.
“Owl Riddim – ci racconta Angelo Ippati – è un progetto nato durante le lunghe giornate in cui siamo stati forzati a restarcene a casa. Pensavo di provare a realizzare qualcosa di più orientato verso la cosiddetta scena sound system che è una delle forme musicali giamaicane più vicine a quello che può essere il set di un DJ. Un DJ col microfono però, non una cosa da band reggae. Mi è venuta fuori una bella base e uno dei primi pensieri è stato quello di coinvolgere Thomas per fargli scrivere un testo e cantarlo su questa base”.
In men che non si dica il progetto era partito, Thomas Maniacco, oltre a diventare Athomos, il cantante del primo brano del disco (sia sul lato A in versione classica, che sul lato B in versione dub) è diventato il socio musicale di questo Owl Riddim, così denominato in onore del gufo (owl in inglese) che Angelo vedeva ogni notte dalla finestra mentre lavorava alla base.
“Appena è stato possibile tornare a uscire di casa – è ora Thomas a parlare –, ci siamo ritrovati nello studio che ho ad Aica di Fiè con Florian Gamper e lì, un gruppo misto Skankin’ Drops e Shanti Powa ha registrato la base originale: Florian alla batteria, Angelo, Andreas Galante ed io ai fiati, Marco Pellin alle tastiere, Fabian Pichler alle chitarre. La versione del riddim del gufo cantata da me ha preso il nome di Lion Pow”.
A questo punto però, la tentazione di sentire come sarebbe stato il brano con altre voci ed altre parole è stata troppo forte, anche perché questa è appunto l’essenza di questa formula musicale, così Angelo ha spedito la base alla cantante africana, di base nei Paesi Bassi, Empress Black Omolo.
“Devo dire che quando mi sono messo a lavorare sul riddim – prosegue Ippati – ero stato proprio ispirato dal lavoro di questa importante protagonista del genere. Sono riuscito a contattarla e a spedirle la base strumentale, confessandole che mi sarebbe piaciuto molto collaborare con lei. Per tutta risposta dopo un po’ di tempo, Omolo mi ha rispedito il tutto con la sua versione, diventata nel frattempo Freedom Is A State Of Mind. È stato un onore grandissimo per me il fatto che abbia preso in considerazione il mio lavoro mandando il suo cantato con tutte le armonizzazioni”.
Il passo successivo è stato cercare un terzo interprete, trovato presto nella persona di un altro specialista, Galas, che avevo già avuto modo di incontrare in Salento, così l’ultima versione è diventata Zion Train. Per la seconda facciata del disco, un dodici pollici a 45 giri che può contare su una distribuzione a livello internazionale, Angelo e Thomas hanno chiamato in causa Michael Exodus che ha realizzato, rigorosamente dal vivo, le versioni dub dei tre brani.
Il primo brano, Lion Pow, era uscito nel 2021 in formato videosingolo su youtube (youtu.be/CbGV9HuLZvM), da allora il progetto continua ad evolversi. Ippati e Maniacco stanno già lavorando e pensando al seguito che Owl Riddim potrebbe avere, anche col coinvolgimento di ulteriori voci e testi per la base da cui tutto è partito.
Durante l’estate c’è già qualche presentazione nel Salento, ma in autunno è lecito attendersene una anche a Bolzano.

Autore: Paolo Crazy Carnevale