Ariel Trettel e le canzoni scolpite nel marmo

Sono trascorsi alcuni anni da quando la strada artistica di Ariel Trettel si è separata da quella degli Shanti Powa, la band di cui è stato chitarrista e fondatore con Berise una quindicina di anni fa.

Le vie di questa formazione e dei suoi ex componenti sono però sempre state strettamente connesse, tanto che talvolta (pensiamo al caso di Peter Burchia) finiscono anche per incrociarsi nuovamente. Certo è che al di fuori del contesto collettivo, la musica cambia, e anche nel caso di Ariel la fuoriuscita dalla formazione madre ha dato luogo a un debutto solista molto intimo e, se vogliamo, anche vicino a certi momenti del disco del suddetto Burchia.

Was bleibt (ciò che resta) è il titolo del debutto di Ariel Trettel, un disco essenziale, costruito sui suoni di una chitarra acustica e una manciata di canzoni in lingua inglese, tedesca e qualcosina in italiano, con forti reminiscenze di autori come Nick Drake e del Dylan degli esordi, quantomeno nell’approccio vocale.

“In tutti gli anni negli Shanti Powa – ci racconta –, e nella partecipazione a progetti di altro genere con altri musicisti, ho sempre dedicato molto del mio tempo alla band, accumulando nel frattempo canzoni che scrivevo e che rimanevano in cerca di una casa. Da qui, un po’, il titolo del disco, queste canzoni sono quello che resta di un periodo della mia vita. Finalmente lo scorso anno mi sono deciso e le ho registrate, nello studio di casa, a Fiè, sono undici e sono state scritte nell’arco di dieci anni. il missaggio mi l’ho affidato allo studio Little Big Beat, in Lichtenstein, dove con gli Shanti avevamo registrato ‘Til Insanity, il nostro terzo disco. Quanto al fatto che le canzoni siano in più lingue, è una cosa che ho sempre ritenuto fondamentale e bella degli Shanti, l’essere multilingui, non solo per raggiungere un pubblico più ampio, ma per raggiungere anche un’espressività nelle proprie lingue, nel mio caso italiano e tedesco, anche se l’italiano c’è in misura minore.”

Il disco si apre tra l’altro con un brano molto folk, inteso dalla struttura folk tirolese, Am Schlern, un brano dedicato da Trettel all’altipiano dello Sciliar, dove è nato e cresciuto, un brano che potrebbe tranquillamente venire dalla tradizione per come è concepito.

“Per quanto riguarda le cose che mi hanno ispirato nel periodo in cui ho fatto il disco – prosegue nel raccontarci Trettel – mi piacciono molto i testi del rapper tedesco Sidro, ascolto gli Element Of Crime, i cantautori Andrea Laszlo De Simone e Tony Bruna. Devo dire che Dylan e Nick Drake è davvero tanto che non li ascolto, ma in passato, nel periodo coi Color Colectif Nick Drake l’ho ascoltato davvero molto e sicuramente mi è rimasto dentro.”

Dopo aver realizzato il disco in solitudine, Trettel, per presentarlo si è affidato ad un gruppo, non una band in senso classico, ma quasi un quartetto da camera, se non fosse che la camera in cui il progetto è stato varato, è in realtà una cava di marmo nel cuore dei monti venostani di Lasa. Lì Trettel si è presentato come Marmorstube, nome che definisce molto bene i suoi contenuti: accompagnato dal contrabbasso di Mirko Giocondo, dal violino di Magdalena Oberstaller e dalla fisarmonica di Maximilian Oberrauch, e col suono curato da Elias Gamper e Jürgen Winkler (che, guarda caso aveva prodotto l’ottimo esordio di Peter Burchia). Le canzoni di Was bleibt sono così divenute dei suggestivi video rintracciabili su youtube il cui risultato sonoro è davvero notevole.

“Ho fatto il disco da solo – ci spiega – per avere uno scheletro a base di chitarra e voce, uno scheletro però da poter rivestire e modificare. Una base su cui poter lavorare. Siccome ho frequentato la scuola di scultura in Val Gardena, specializzandomi poi a Lasa per quanto riguarda la materia marmo, ho conosciuto i proprietari delle cave. Con loro è nata l’idea del concerto nella cava, concerto che è stato registrato e ripreso in formato video, senza pubblico ma interamente suonato dal vivo. Le canzoni, mentre le scrivevo, le ho comunque pensate non solo per essere eseguite in solitudine, cercando di capire che strumenti ci sarebbero stati bene. E il quartetto con cui le ho registrate è il risultato, che ora sto cercando anche di riproporre dal vivo in pubblico: Marmorstube debuttato al Sudwerk un mese fa, e spero di poter dare un seguito al progetto.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale