Traffico, il Comitato torna ad attivarsi

Con l’apertura delle scuole e le criticità dovute ai cantieri, il Comitato Viabilità di San Giacomo torna a riunirsi per fare il punto. Del resto è evidente a tutti, e già lo è stato ancora di più nelle giornate di maltempo, che riapertura scuole più una sfilza di cantieri sparsi qua e là, sono il binomio perfetto per generare preoccupazione in merito alla viabilità tra Laives e Bolzano.

Non è stato però solo questo spauracchio ad aver portato il Comitato Viabilità di San Giacomo a riunirsi nuovamente l’8 settembre, ovvero praticamente il giorno dopo la riapertura delle scuole.

Il Comitato si rinforza.

Le diverse problematiche emerse negli ultimi tempi e le soluzioni mancate, c’è da aggiungere in apertura, hanno probabilmente favorito l’aggiunta al Comitato di diversi nuovi membri, che chiedono soluzioni concrete per la frazione del Comune di Laives che attualmente soffre diverse criticità. La riunione perciò è stata fatta anche per accogliere, conoscere e informare i nuovi membri delle azioni del comitato.

Sono state pertanto riassunte le azioni intraprese nell’ultimo anno, come gli incontri con sindaco e assessore, nonchè con la ditta responsabile del progetto legato all’impianto semaforico di San Giacomo.

Richieste e interventi.

In tali occasioni il Comitato ha presentato delle richieste chiare in merito alla viabilità della frazione, che ad oggi non sono ancora state accolte, poiché ogni intervento è stato rinviato all’attuazione del progetto relativo all’impianto semaforico intelligente.

Il Comitato ha pertanto ritenuto giusto procedere attendendo l’attivazione di tale impianto, per valutarne poi gli effetti concreti sulla viabilità. Oltre ad annotare la mancata ricezione da parte del Comune della documentazione richiesta, nonostante il termine di 30 giorni sia già decorso, durante la riunione si è dato ampio spazio all’annotazione delle criticità legate al passaggio degli autobus lungo la via Max Valier. Da diverse settimane infatti, con l’apertura del sottopasso per la nuova stazione e l’aeroporto, le linee Sasa dirette in zona industriale transitano per la via Valier, per attraversare poi il sottopassaggio.

Le nuove criticità.

Diverse, quindi, le criticità segnalate a tal proposito: le difficoltà di movimento una volta che due autobus si incrociano all’altezza del semaforo della via; invasioni di corsia a cui gli autobus sono costretti a causa della larghezza ridotta della strada, con la segnalazione anche di danni a una vettura. Alcuni membri lamentano inoltre la velocità sostenuta dei mezzi pubblici che transitano e il rumore, soprattutto nelle ore serali e al mattino presto.

Proposte per le soluzioni.

Non solo problematiche sollevate, sono state avanzate anche alcune proposte per possibili soluzioni, in particolare la richiesta di intervento da parte della municipale, a cui verrà richiesto di rilevare le criticità e preparare una relazione da inviare in Provincia. Nel frattempo, visto l’avvicendamento in giunta (del quale scriviamo a pagina 12, ndr) fra l’assessore competente Paolo Zenorini e Giuliano Vettorato, con Vettorato ci si intende rapportare immediatamente per portare avanti i prossimi step. L’obiettivo del Comitato non è di natura politica tengono a sottolineare i membri fondatori, e neppure di sterile polemica: i membri sono tutti residenti nella frazione e per questo è per loro fondamentale creare un dialogo con le istituzioni affinchè l’intera popolazione possa sentirsi ascoltata e perché, soprattutto, la frazione di San Giacomo non diventi invivibile a causa di una viabilità non sostenibile.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Al Grest lo svago nel segno di Pinocchio

Come ogni anno al Centro Don Bosco di Laives ancora una volta si è tenuto il Grest, il gruppo estivo, nel corso delle ultime due settimane di agosto. Il tema di quest’anno, sul quale si sono fatte riflessioni e attività, è stato “Pinocchio” di Collodi, in onore dei 200 anni dalla nascita dell’opera, ed è stato scelto proprio per la crescita e maturazione che ha il personaggio durante la sua storia. Legato al tema, il film che si è scelto durante l’attività è stato il “Pinocchio” diretto da Matteo Garrone.

Il Grest non è pensato unicamente per i bambini, ma anche per i ragazzi dai 14 anni in su. Oltre a occuparsi dei bambini, che erano quasi centodieci, i cosiddetti gialloni (i ragazzi volontari), circa trentacinque, partecipano a un momento di riflessione dopo pranzo tenuto unicamente per loro, sia con il gruppo completo sia a gruppetti più piccoli per condividere le proprie opinioni e pensieri; in più, una volta per settimana partecipano a degli incontri su testimonianze su vari episodi di vita, sia da parte di adulti sia di coetanei. 

Quest’anno sono stati invitati i genitori di Sara Piffer, ciclista trentina morta sulle strade di casa, a 19 anni, investita mentre si allenava (e alla quale il Comune intitolerà una parte della ciclabile nuova), genitori i quali hanno raccontato il modo in cui hanno e stanno superando il lutto di loro figlia. Ha colpito molto la serenità con cui hanno ricordato quanto accaduto il 24 gennaio 2025 e di come si sono sentiti nei giorni successivi.

Si è tenuto un incontro anche con un ragazzo di scuola della “Comunità Orizzonte” a raccontarci come ha affrontato la bocciatura l’anno precedente e di come siano stati fondamentali i suoi amici e la sua ragazza per mettersi più di impegno nello studio.

Ogni anno inoltre vengono fatte due gite e quelle di quest’anno sono state: una a Pietralba e l’altra ai laghi di Coredo. Come ad ogni uscita sono state celebrate due messe, una la messa giornaliera di Pietralba, mentre l’altra è stata celebrata da don Valentino all’aperto.

Ma cos’è che si fa realmente al Grest?

Oltre a divertirsi con canti e balli ci sono anche dei giochi, organizzati dagli arbitri, chiamati anche flamingo dato il colore delle loro maglie rosa; di conseguenza se ci sono dei giochi ci sarà anche un vincitore… Infatti la squadra vincitrice di questo Grest 2026 è stata la squadra dei grilli parlanti! Questa compagine si è distinta avendo sempre incluso i bambini nelle attività e per essersi impegnati tutti nella serata finale.

Come ogni cosa bella, anche il Grest deve giungere al termine: venerdì 29 agosto è stata organizzata la festa finale alla quale sono stati invitati anche parenti e amici. Le squadre hanno dovuto scrivere una parodia di una canzone a tema Grest da poter mostrare alle famiglie, ed è stato un bel momento per tutti.

Autrice: Agnese Lo Iacono COOLtour

La storia svelata dalle frasche

Dire natura vuol anche dire storia, perché il passato di un territorio è scritto pure nelle colture e nelle piante che lo circondano. Queste sono parte del paesaggio quotidiano ma la frenesia della vita moderna e magari la poca conoscenza fanno sì che non sempre si sappia di preciso cosa si ha davanti, e il suo valore. Una consapevolezza promossa dall’attenzione del Comune di Salorno, nel percorso fatto per censire il proprio patrimonio naturale, soprattutto arboreo.

Alberi che si palesano ogni giorno lungo una strada, davanti a una chiesa o in una piazza, magari accanto a qualche edificio anch’esso storico, e rischiano d’essere dati per scontati. Eppure alcuni di loro sono veri testimoni della storia vissuta da una comunità.

Il piano paesaggistico.

Nell’ambito del piano paesaggistico comunale, Salorno ha individuato i propri monumenti naturali e, con un apposito censimento, assieme a quelli già presenti, per caratteristiche, rarità, dimensioni, età, posizione o valore paesaggistico e culturale sono stati individuati ventidue nuovi alberi monumentali che meritano d’essere riconosciuti, valorizzati e tutelati. 

Fra questi c’è il bagolaro di via Gelmini, che occupa una posizione caratteristica in corrispondenza di un crocevia del paese. La sua presenza è da sempre legata alla vita degli abitanti. Dal Comune si apprende che la pianta è stata utilizzata come punto di riferimento, di orientamento e anche come luogo d’appuntamento. È una specie autoctona, capace di resistere ai geli invernali ma anche alla siccità estiva. Il suo fusto ha raggiunto un diametro ragguardevole e le sue radici, forti ed estese, dimostrano la grande capacità di adattamento di questo albero, che può svilupparsi anche negli spazi di una strada di paese.

Forme, edifici e storia.

Un altro esemplare di particolare interesse è il tiglio che si trova ai Pochi, descritto come pianta isolata che caratterizza la piazzetta antistante la chiesetta di Sant’Orsola. Si tratta di un vecchio albero del quale si è persa la notizia dell’esatta data di impianto, ma che rappresenta da tempo un distintivo elemento del paesaggio locale. La sua presenza accompagna la vita della comunità e contribuisce alla funzione di aggregazione della piazzetta, frequentata dagli abitanti e dai turisti. 

C’è poi il gelso, che fa parte di un piccolo gruppo residuo di piante un tempo coltivate nella zona per l’allevamento dei bachi da seta. La bachicoltura ha rappresentato in passato per la comunità di Salorno un’importante attività economica, tradizionale e culturale. Il gelso diventa così un vero e proprio testimone di una stagione della storia locale: conservare questi alberi significa anche mantenere vivo il ricordo di un’attività che per le famiglie del territorio ha rappresentato lavoro, tradizione e una fonte di sostentamento. 

Dagli uffici comunali è stata sottolineata anche la storia dei due platani di via Asilo. Alberi di discrete dimensioni che nel tempo hanno sviluppato una caratteristica conformazione del fusto. Furono messi a dimora in coppia nei primi anni del Novecento, in occasione della costruzione dell’asilo: uno a destra e uno a sinistra dell’edificio. Da allora hanno accompagnato la vita del paese e il passaggio di generazioni di bambini, diventando parte integrante del paesaggio e della memoria di quel luogo.

Un patrimonio per la gente.

Anche in consiglio comunale prima dell’estate l’assessora Samantha Endrizzi ha testimoniato come la tutela e la valorizzazione del patrimonio naturale rappresentino un aspetto importante della gestione del territorio. Un patrimonio che, costituito da elementi di particolare pregio ambientale, si compone di alberi che entrati a far parte della vita quotidiana della comunità, diventando punti di riferimento, luoghi d’incontro, presenze familiari. Un albero, infatti, può essere importante per le sue dimensioni o per la sua età e, allo stesso modo, per il luogo in cui cresce, la sua storia o il rapporto costruito nel tempo con le persone e la comunità.

I “pezzi” del patrimonio.

A Salorno già diversi alberi erano stati inseriti nel piano paesaggistico comunale, citiamo la sequoia gigante al Maso Laita, il tiglio alla chiesa della Maria Visitazione a Cauria, autentico monumento naturale per il comune. La sua presenza racconta bene il rapporto fra natura e paesaggio costruito: non costituisce un elemento isolato ma si inserisce in un contesto dove ambiente, architettura, storia e vita della comunità si incontrano. 

Catalogare le piante monumentali è dunque un gesto per conoscere al meglio il territorio e, allo stesso tempo, accrescere la consapevolezza del valore di ciò che lo caratterizza: storie personali e di luoghi, di famiglie, di attività, di tradizioni. O semplicemente delle persone che, passando ogni giorno accanto a quegli alberi, forti e maestosi, li hanno visti crescere assieme al paese.

Autore: Daniele Bebber

Un tuffo nel pop del passato: torna il Rewind Music Festival

Ha praticamente solo due anni ma si propone già come un appuntamento importante nel panorama altoatesino della musica “all’aperto”. Parliamo del Rewind Music Festival, grazie al quale fra pochi giorni a San Giacomo si tornerà a ballare sulle note dei grandi successi della musica degli anni Settanta, Ottanta e Novanta.

Dunque, nostalgici della grande musica di tre dei decenni che hanno caratterizzato con più canzoni da ricordare il panorama della musica mondiale, ovvero gli anni ‘70, ‘80 e ‘90, tenetevi pronti e segnatevi queste date nel calendario: il 18 e il 19 settembre ritorna – dopo il grandissimo successo della prima edizione andata in scena lo scorso anno -, nella piazza di San Giacomo, il Rewind Music Festival, l’evento voluto e sostenuto dalla Regione Trentino Alto Adige e dal Comune di Laives e organizzato dall’Associazione culturale Holos insieme ad altri enti e associazioni del territorio.

Note, dj set e spettacolo.

Un vero e proprio evento di grande portata, che attirerà anche quest’anno non solo i residenti, ma tutti coloro che amano scatenarsi sui ritmi della grande musica dei decenni passati. Ma non si tratta semplicemente di ballare, perché sarà un vero e proprio viaggio nel tempo tra musica, spettacolo e nostalgia.  Il programma delle due serate, che ora vediamo nel dettaglio, lo lascia intuire.

Sabato 18 settembre dalle ore 21 “Sarà perché ti amo”, lo show 100% italiano che ha già conquistato tutto lo stivale arriva a San Giacomo con un mix esplosivo di DJ, vocalist e animazione, per cantare tutti insieme a squarciagola le canzoni che hanno segnato la storia musicale pop del nostro Paese. 

Domenica 19 settembre dalle 19.30 “The Rockstar Show” e a seguire alle 21.45  “Love Generation”, due appuntamenti che riaccenderanno la voglia di ballare e lasciarsi trasportare dalla musica.

La sfida fra i dj emergenti.

Nel contesto dell’evento, la grande novità di questa edizione è rappresentata dalla “Rewind DJ Battle”, una battaglia incruenta a suon di musica e mixate, trattandosi di una grande sfida per giovani disc jockey emergenti, che si alterneranno sul palco per reinterpretare i grandi successi con nuove sonorità e tanto spettacolo. 

Non soltanto musica.

Ma il festival non sarà solo musica: ci saranno stand gastronomici e una cornice variegata che andrà dalla possibilità di tatuarsi in un contesto diverso dal solito studio, all’esposizione sulla piazza di automobili del passato da ammirare e fotografare, e il mercatino vintage. Anche per questo la festa partirà in entrambi i giorni già nel pomeriggio alle 16.30, per un week end all’insegna del divertimento, della compagnia, del ritmo e di un po’ di nostalgia per i più cresciuti.

L’evento “distaccato”.

E se pensate che poi sia finita lì…beh, vi sbagliate perchèéci sarà un “post evento” davvero da non perdere, non a San Giacomo ma in pieno centro a Laives: nell’ambito del Rewind Music Festival, sabato 3 ottobre DJ Corrado farà ballare la nuova piazza di Laives. Dunque sarà il caso di segnarsi queste tre date in calendario, perché – grazie alla seconda edizione di Rewind Music Festival – la bollente estate 2026 non è ancora finita!

Autrice: Raffaella Trimarchi

In passato la fertilità scivolava sulle pietre

Si chiamano “scivoli di pietra” o “pietre di scivolamento” e, se oggi sono oggetto di svago per bambini e ignari turisti sorridenti, in realtà furono antichi luoghi sacri dedicati al culto della fertilità. Si tratta di grandi massi erratici o menhir sui quali le donne erano solite scivolare per guarire dalla sterilità o per favorire il concepimento. Scopriamo alcuni siti presenti in Alto Adige e la loro funzione rituale.

La “scivolata” sulle rocce della fertilità era una pratica diffusa tra le antiche popolazioni che abitavano l’Europa centrale e l’Italia, in particolar modo lungo l’arco alpino. Alcuni siti celebri si possono trovare in Valle d’Aosta, Piemonte, Toscana e persino Sardegna. Benché fossero originariamente utilizzati dalle popolazioni preistoriche, la loro funzione non si esaurì con esse. I rituali della fertilità sopravvissero nel tempo ai mutamenti religiosi, tramandandosi dalle religioni pagane al cristianesimo rurale, fino talvolta a oggi.

Mircea Eliade (1907-1986), storico delle religioni, spiega nel suo Trattato di storia delle religioni il perché di questa pratica. Lo studioso parla di “cratofanie litiche”, ossia di manifestazioni del sacro nella roccia.

La funzione delle pietre come “custodi delle sepolture” è da sempre ampiamente diffusa, basti pensare alle odierne lapidi. “La pietra funebre diventa così un mezzo di protezione della vita contro la morte. L’anima ‘abita’ la pietra, come in altre civiltà abita la tomba, considerata, per ragioni simili, la ‘casa del morto’”.

L’anima del defunto viene fissata nella roccia e non può nuocere al vivo, anzi, assume una funzione fecondatrice.

Pertanto, il culto è riferito non tanto alla pietra in sé, quanto alla forza spirituale che la abita. Per esempio, vi è in Australia “una grande roccia chiamata Erathipa, che ha un’apertura laterale da cui le anime dei bambini, richiuse nella roccia, spiano il passaggio delle donne, per poter rinascere in loro. Quando le donne che non vogliono figli si trovano nelle vicinanze della roccia, si fingono vecchie e camminano appoggiate al bastone, gridando: ‘Non venire da me, sono vecchia!’”.

Il rituale consiste nella cosiddetta ‘scivolata’: le donne che non riuscivano ad avere figli o che semplicemente volevano aumentare la fertilità scivolavano sulla pietra, spesso a ventre all’ingiù e talvolta con il plenilunio – probabilmente un antico lascito di culti lunari. Talvolta, nel corso dei secoli, il significato del rito è cambiato, legandosi al parto e alla salute della prole.

Sebbene non sia di nozione comune, anche in Alto Adige si possono trovare alcuni di questi antichi luoghi della fertilità.

Innanzitutto, il colle di Castelfeder che, oltre alle rovine della cappella di Santa Barbara (VI secolo) e del più tardo castello degli Enn (XIII secolo), ospita anche vari segni di popolazioni preistoriche. Le antiche genti retiche avevano individuato nel promontorio svettante sulla valle dell’Adige un importante luogo sacro e lo scivolo della fertilità è una delle testimonianze rimaste di quell’antico culto. Si tratta di un masso porfirico levigato dall’azione della natura e dallo sfregamento ripetuto: le donne si facevano scivolare tenendo il ventre a contatto con la roccia, spesso durante il plenilunio, per favorire la fertilità.

A Elvas, vicino a Bressanone, si può invece trovare lo ‘Scivolo delle streghe’ (‘Hexenrutsche’). Consiste in una superficie liscia e rocciosa il cui nome è dovuto all’antico culto della fertilità, che probabilmente in epoca medievale è stato associato alla tregenda delle streghe. La leggenda vuole che le streghe usassero lo scivolo come rampa per spiccare il volo per recarsi ai sabba. Poco distante, alle pendici del colle Pinàz, vi è il ‘Bildstein’, un altro scivolo con le medesime funzioni.

Pare che in questi luoghi si sia continuato a praticare la scivolata fino ad alcuni decenni fa, a dimostrazione di come il rito possa protrarsi nel tempo nonostante importanti cambiamenti religiosi e culturali.

Per esempio, nel 1884 tale Giovanni Roggia pronunciò a Varzo, in Valle d’Aosta, un discorso emblematico. Per incentivare il turismo, disse che le donne avrebbero potuto trarre enormi benefici dalle fonti sorgive della zona, “invece di andare in pellegrinaggio da una Madonna all’altra e sfregarsi il sedere sulle pietre miracolose cercando grazie”.

Tralasciando il sarcasmo, pare chiara l’ampia diffusione di questo culto millenario.

Oggigiorno, gli scivoli di pietra sono usati da tutti, grandi e piccini, e nessuno vi accuserà di stregoneria o credulità se deciderete di utilizzarli.

Ma una cosa sia chiara: scivolate consapevolmente!

Autore: Tommaso Calamaro

Un caro abbraccio alla nostra amata collega Barbara Sonetti

A fine luglio, all’improvviso, è mancata Barbara Sonetti, nostra collega responsabile del settore della pubblicità. Barbara stava coraggiosamente lottando contro una malattia importante, ma niente avrebbe fatto presagire l’accelerazione che purtroppo l’ha portata via prematuramente alla sua famiglia e anche a noi che abbiamo condiviso assieme anni di lavoro. La scomparsa di Sonetti ha lasciato nel dolore il marito, i figli, i genitori e anche un piccolo nipotino che negli ultimi tempi era arrivato portandole tanta gioia. Molti sono stati gli amici, i conoscenti e anche i clienti che in questi giorni l’hanno ricordata, esprimendo la loro vicinanza e il loro dolore. 

Non è facile per me esprimere il vuoto che lascia Barbara nei nostri giornali. Personalmente ho lavorato fianco a fianco con lei per 9 anni. Per tutto questo tempo abbiamo costruito insieme il profilo delle notizie, approfondimenti e consigli per gli acquisti (ma anche idee per vacanze e escursioni) che costituiscono il cuore dei nostri giornali gratuiti. Ognuno di noi ha agito nel suo ambito (io quello giornalistico e lei quello commerciale) ma poi abbiamo lavorato soprattutto insieme, delineando la delicata alchimia del freepress, in un dialogo costante che mano a mano, giorno per giorno, ridefiniva quello che doveva e poteva essere “venduto” da quello che invece viene “regalato”. Nel confronto tra noi c’erano i “paletti” che ponevamo vicendevolmente per difendere ognuno le necessità del proprio settore, ma anche delicate “invasioni di campo” volte a sostenere il lavoro dell’altro. Così in certi frangenti era Barbara a segnalarmi notizie e storie da raccontare, così come io mi prodigavo a segnalare potenziali interlocutori per la parte commerciale. 

Anche nei momenti più impegnativi mai è mancato da parte di Barbara il rispetto per il profilo giornalistico del nostro quindicinale e di questo gliene sarò sempre grato. Già dai primi giorni dopo la sua scomparsa mi è sembrato ancora più chiaro il grande contributo che il suo essere interlocutrice attenta e rigorosa rappresentava per la qualità di nostri giornali. La natura dei nostri periodici non ci ha mai impedito di considerarli grandi, grazie all’approccio professionale nella loro realizzazione, l’importante tiratura concessaci dall’editore e – soprattutto – le esigenze e le sollecitazioni costantemente segnalate da voi affezionati lettori. 

Ogni giorno quando arrivavo in redazione mi bastavano pochi secondi per capire se Barbara era nel suo ufficio oppure se invece era “in giro da clienti”. Guardavo nella direzione della sua porta di vetro e se vedevo i suoi piedi sapevo che era al telefono oppure al computer per preparare preventivi. Molto spesso invece stava conversando con i colleghi, spesso raccontando della famiglia oppure ridendo. Ecco: la sua risata gioiosa non la dimenticherò mai, era piena di vita e quasi sempre di entusiasmo. Ogni tanto si arrabbiava, ma succedeva perché Barbara Sonetti aveva il cuore in mano, sempre, ed era davvero una colonna portante sia per la sua grande e bella famiglia che per la nostra famiglia QuiMedia. 

Non la dimenticheremo mai.
Proprio mai.  

Autore: Luca Sticcotti

Nell’Alto Adige di Bernhard luoghi cupi e storie di famiglia

Thomas Bernhard (1931-1989) fu lo scrittore del perturbamento. Austriaco e più grande odiatore dell’Austria, si distinse già in vita per opere quali “Il nipote di Wittgenstein”, “Amras” o lo stesso “Perturbamento”. Il suo rapporto contrastato nei confronti dei paesaggi austriaci e della vita di provincia alimentò in lui un rapporto di odiamore anche per le montagne altoatesine e per le persone che le infestano con le proprie ossessioni.

Nelle storie di Bernhard il monologo è alla base del narrare anche quando vorrebbe vestirsi da dialogo. Il punto fermo è una rarità che va dosata con parsimonia, rendendo la prosa un enorme serpente che avviluppa il lettore con circonvoluzioni di pensieri ripetuti fino al parossismo, tutti apparentemente uguali, ma gradualmente diversi. L’ossessione si fa pensiero e il pensiero, spesso, si fa camminare. Camminare, pensare e ripetere. Camminare in campagna, nel bosco, in montagna, incontrando pazzi che costruiscono la propria vita di lucida razionalità. Parlare con questi pazzi e camminare con le parole, girando attorno al nocciolo dello stesso unico pensiero senza mai raggiungerlo completamente nonostante i tanti passi fatti.

Camminare è fondamentale, ma altrettanto importante è avere uno spazio che contenga il pensare. E anche quando tale posto è all’aperto, immerso nella natura, è fortemente claustrofobico. Le montagne – tirolesi e altoatesine – sono descritte come luoghi cupi, opprimenti, che isolano l’individuo e lo immergono nelle proprie paranoie solipsistiche. L’Alto Adige, con le sue piccole comunità insediate su cime altissime, diventa quindi il palcoscenico perfetto per i racconti asfissianti di Bernhard.

È soprattutto nella raccolta “Midland a Stilfs” (1971) che si possono trovare riferimenti all’Alto Adige. Nell’omonimo racconto, una famiglia che vive isolata sullo Stelvio si prepara a ricevere la visita di Midland, un signorotto inglese che annualmente trascorre qualche giorno nella loro fattoria. Per il visitatore occasionale Stilfs può sembrare un luogo ideale, ma per i suoi abitanti è solo “disgusto, apatia e disperazione”. L’ospite crede che nella quiete dello Stelvio i contadini abbiano elaborato scienze di altissimo valore, ma in realtà la solitudine isterilisce il pensiero e tutto ciò che possono fare è ammazzarsi di lavoro, perché ammazzarsi davvero non è contemplato: “Facciamo del pensiero del suicidio il nostro unico pensiero, ma il suicidio non lo commettiamo”. Nonostante il fraintendimento, non possono comunicare a Midland la reale natura del luogo, perché in tal caso smetterebbe di far loro visita e con lui verrebbe meno anche quell’elemento esterno di novità che li tiene ancora in vita.

In “Sull’Ortles. Notizie da Gomagoi”, due fratelli, un acrobata e un meteorologo, si incamminano verso la malga di famiglia. Durante l’ascesa, i due discutono della propria esistenza e di come avessero cercato di perfezionare le rispettive arti. La malga sull’Ortles diventa, come la fattoria di Stilfs, un luogo dove poter approfondire il proprio sapere, ma che in realtà lo opprime con la sua estrema solitudine. Nonostante la stanchezza, non vogliono fermarsi, anzi, bisogna accelerare, perché interrompere la marcia equivarrebbe a interrompere il pensiero. E se il pensare e il camminare sono due facce della stessa medaglia, Bernhard ci tiene a specificare che essi non sono totali: non è possibile pensare e camminare con la stessa intensità, ma, da come uno cammina si può capire come pensa, e viceversa. Paesaggio e mente si riversano l’uno nell’altra: “Quanto paesaggio! Quanta malattia mentale!”. La destinazione non importa più; è l’ascesa ciò che conta. Ma l’obiettivo diventa dubbio e, quando arrivano, trovano solo un ammasso di macerie, specchio della condizione mentale del fratello acrobata che, una volta tornato a valle, viene ricoverato in un istituto.

Le montagne altoatesine sembrano dunque paradiso terrestre e momento di raccoglimento a chi le visita, luogo di reclusione, follia e tragedie a chi le abita. La montagna diventa lo specchio della mente dell’osservatore. Con la sua solitudine esaspera le ossessioni, dando forma alle manie di chi vi si avventura: “Abbiamo paura del vuoto della nostra mente e del vuoto del paesaggio causato dal vuoto della nostra mente”, dicono i due fratelli sull’Ortles.

Insomma, i personaggi bernhardiani, nonostante il tanto camminare e ascendere, continuano a girare attorno al vuoto della propria mente, fino a ritrovarne il riflesso nel paesaggio stesso.

Autore: Tommaso Calamaro

Coreografia e danza, nel cuore di Sabine Raffeiner

Il nostro focus sull’universo femminile questa volta interseca il mondo della danza e del teatro-danza incontrando un personaggio di riferimento in questo settore del nostro panorama locale. La danza e poi la coreografia sono state per Sabine Raffeiner un impegno costante, una dedizione inesausta, una passione che ancora le fa palpitare il cuore e illuminare lo sguardo.

Lei conta su una formazione in giurisprudenza, quindi un ambito assai complesso, eppure la danza e la coreografia hanno fatto parte integrante della sua quotidianità. 

Vero, ho studiato giurisprudenza a Bologna, città che mi offriva anche l’opportunità di approfondire e studiare diversi stili di danza, passione coltivata  fin da piccolina. Il rigore e la costanza richiesta nello studio universitario parallelamente sono necessari anche nello studio della danza. Sono riuscita a coniugare entrambi le mie specializzazioni trovando realizzazione sia nel lavoro amministrativo che nella danza come danzatrice, coreografa e insegnante ormai da oltre 40 anni.

Come e a che età è avvenuto il colpo di fulmine con la danza? 

Un colpo di fulmine veramente non c’è stato. Già mamma ha studiato danza  classica e a 6 anni ho seguito le sue orme presso la Scuola di Grete von Heimburg Kebat e l’insegnante Maria Pia Saltern. Successivamente alle scuole superiori ho avuto l’opportunità di  praticare la Jazz Dance, stile che mi ha veramente appassionato. A Bologna poi ho continuato con la danza moderna, contemporanea e afro. Negli anni ho svolto anche molteplici formazioni specifiche per l’insegnamento della danza. 

Nel tempo lei si è dedicata con passione alla coreografia, quando e come ha iniziato questo percorso creativo? 

Dal 1986 insegno danza modern jazz presso la Scuola di danza Arabesque asd di Merano, e fin da subito ho potuto creare coreografie per i saggi di fine anno. Grazie a  innumerevoli collaborazioni con diverse associazioni meranesi e non, ho poi avuto l’opportunità di creare coreografie per rassegne di danza, concerti, operette, opere, spettacoli di cabaret. A partire dal 2006, con lo spettacolo di teatro danza, “Il canto della terra”, partecipo al Festival Alps Move sia come ballerina che come coreografa. Dopo questa prima importante esperienza, con ben diverse rappresentazioni in Provincia, la voglia, anzi l’esigenza di creare opere mie personali è cresciuta esponenzialmente, e così, oltre alla mia attività didattica e di coreografa per la Scuola di danza, da ormai 20 anni produco spettacoli di teatro danza curandone sia la coreografia che la regia, potendo portare in scena diverse produzioni anche fuori provincia (Milano, Chiavenna). 

Come nasce una coreografia? Si occupa anche della creazione dei costumi di volta in volta adatti ad un determinato balletto? 

La  coreografia viene creata in base a una drammaturgia elaborata  con riferimento a un tema specifico,  dopo aver svolto delle ricerche e studiato approfondendo gli argomenti scelti, a volte anche procedendo a raccolte di materiale e ricevendo diverse interviste; ma può essere creata anche  interpretando i testi delle musiche scelte. La drammaturgia si traduce in una realizzazione coreografica attraverso sequenze di passi, assoli, duetti, ecc.; in particolare, vengono messe in evidenza le diverse atmosfere, e stati d’animo ed emozioni possono essere anche rappresentati attraverso  movimenti astratti. Inoltre anche la scelta delle musiche così come dei costumi o oggetti di scena è parte integrante del lavoro creativo. La regia sceglie se integrare la rappresentazione con proiezioni video o fotografie e collabora in modo stretto con i tecnici anche per la regia luci.

Lei ha collaborato per decenni con Arabesque ma ha anche un suo gruppo di danza, in cosa si differenzia? 

Come descritto sopra dal 1986 insegno presso la Scuola di danza Arabesque asd di Merano. Arabesque quest’anno festeggia il 40 anniversario sotto la direzione di Irmtraud Filippi. In questo anni di attività pedagogica della danza ho avuto il privilegio di insegnare, accompagnare e sostenere numerose allieve e numerosi allievi nel loro percorso artistico. La maggior parte di loro danza ancora oggi – alcuni a livello professionale, molti per pura gioia del movimento. Quasi tutti hanno sviluppato una passione profonda per la danza e il desiderio di esprimere emozioni attraverso il corpo. L’esperienza e la disciplina acquisite nella danza hanno inoltre fornito a molti di loro, nel corso del proprio cammino, sia nelle carriere professionali sia nella vita privata e personale, la forza, la perseveranza e l’orientamento necessari. Poter assistere a questo percorso rappresenta per me una grande soddisfazione e gioia. 

Le mie compagnie di danza invece nascono ad hoc per ogni singolo progetto di teatro danza. A volte coinvolgo danzatrici da me formate, recentemente invito a collaborare anche ballerine e ballerini professioniste/i. Il lavoro concettuale della creazione di una pièce di  teatro danza è simile a quello che svolgo per le coreografie montate per le mie classi. Si differenzia forse nella complessità del progetto, anche perché di regola la durata del pezzo cambia (20- 30 minuti o più). Inoltre mi piace collaborare con diverse realtà artistiche; oltre a  ballerine e ballerini,  collaboro con drammaturghe/i, artiste/i materiche/ci, scultrici/scultori, attrici e attori, musiciste/i, fotografe/i e videomaker. 

Entrambe le attività rappresentano per me un mezzo per trasmettere emozioni. 

La cosa più importante è riuscire, attraverso il mio lavoro, ad arrivare alle persone, suscitare qualcosa dentro di loro e creare una connessione con il pubblico. Quando questo accade, sento di aver raggiunto il mio obiettivo.

Autrice: Rosanna Pruccoli

A don Giuseppe un “grazie” collettivo

Lunedì 10 agosto l’intera comunità di San Giacomo si è stretta per l’ultimo saluto allo storico parroco del paese, don Giuseppe Quinz, scomparso pochi giorni prima.

Se n’è andato senza fare rumore in una notte di questa torrida estate nella sua terra natale, il Friuli. Si può parlare di lui in modo formale: nato a Sappada nel 1929, era stato ordinato sacerdote a Trento nel 1955, dove si era trasferito con la famiglia da giovane.  Si potrebbe fare l’elenco formale delle tante attività che ha svolto nella sua vita pastorale, prima e dopo gli oltre trent’anni passati a San Giacomo dal 1965. E lunedì 10 agosto 2026 tutto il paese si è stretto intorno a lui nella “sua” parrocchia, ascoltando le parole del vescovo Ivo Muser, che insieme a don Walter Visintainer, oggi alla guida del decanato di Laives, e numerosi membri della comunità pastorale, ha reso omaggio a don Giuseppe Quinz.

Tra quelle tante persone di ogni età – anche molto più giovani di me – c’ero anch’io e qui don Giuseppe voglio ricordarlo non tanto come autrice di un articolo ma come una dei suoi bambini. Perchè per la mia generazione, quelli che sono stati bambini negli anni 80, don Giuseppe era “il Don”, con lo sguardo e il sorriso dolci, che veniva durante le ore del catechismo a raccontarci di Gesù. Con don Giuseppe potevi sempre parlare, come ha ricordato don Walter nell’omelia lui c’era per tutti. La sua missione pastorale andava da noi bambini agli anziani del paese, in quegli anni in cui San Giacomo era una piccola frazione in mezzo alle campagne e la chiesa era un po’ il centro di tutto quel piccolo mondo, dove il supermercato era solo un piccolo negozio di alimentari di paese e c’era quasi più verde che case. 

Io don Giuseppe me lo ricorderò sempre insieme alla sua perpetua, la cara signora Lina, due figure così familiari che incontravamo nei corridoi del vecchio oratorio quando si faceva il catechismo.

E soprattutto me lo ricordo il giorno della mia comunione, quando la si poteva fare ancora la sera del Giovedì Santo. Quando a Pasqua faceva ancora freddo e perciò sotto la tunica della comunione la mamma mi aveva messo dei bei mutandoni di lana perchè non mi ammalassi. E don Giuseppe ci fece la lavanda dei piedi, in quella replica del gesto di Gesù che per dei bambini di 8 anni era difficile da capire nella sua essenza, ma che mi è rimasto impresso da allora. Forse perchè don Giuseppe era davvero il nostro pastore.

Per questo la cosa che ancora mi colpisce delle vecchie fotografie di quel giorno non siamo tanto io e i miei amici di scuola con quelle facce un po’ tirate da “non so esattamente perchè mi trovo qui”, ma è il sorriso di benevolenza sincera di don Giuseppe in mezzo a noi.

Quando don Walter ha ricordato quanto don Giuseppe fosse vicino agli ammalati, non ha detto parole di circostanza perchè io ricordo quante volte è andato a trovare a casa e all’ospedale mio nonno durante la sua lunga malattia, così come – ormai in pensione ma sempre attivo per la comunità – lo incontravo per le strade di San Giacomo e, nonostante il passo stanco dell’età, non mancava mai di fermarsi a chiedermi notizie della nonna rimasta sola.

Ecco, io credo che siano ricordi personali come questi che ho buttato giù in poche righe, a dire chi fosse don Giuseppe. A dire che, anche se aveva 97 anni e si era ormai ritirato da tempo da quella comunità a cui tanto ha dato, ne sentiremo profondamente la mancanza. Forse è la nostalgia degli anni passati, dell’infanzia trascorsa da un pezzo, di un paese che ha cambiato faccia anche se grazie all’impegno di tanti sta cercando di scoprirsi e riscoprirsi comunità, ma mi piacerebbe ancora cammiare per le strade del paese e incontrare don Giuseppe per scambiare con lui qualche parola. Lui che nel cambio delle generazioni rimaneva saldo lì e c’era anche più di vent’anni dopo per il battesimo di mia figlia.

Come me, penso che tutti i presenti al suo ultimo saluto avranno tanti bei racconti su di lui e il suo servizio alla nostra comunità.

Grazie don Giuseppe, di tutto.

Autrice: Raffaella Trimarchi

I Compagni della Lancia

Alessio Fonte è un regista e sceneggiatore bolzanino di 24 anni che recentemente ha diretto il film I Compagni della Lancia. Si tratta di un docufilm tratto dal libro Italiani Kaputt di Luca Fregona. Racconta la nota vicenda avvenuta a Bolzano il 3 maggio 1945, quando i nazisti in ritirata fucilarono 18 operai civili davanti allo stabilimento della Lancia, in via Volta. Con la casa di produzione Eagle Service il regista si è posto l’obiettivo di rendere I Compagni della Lancia la scintilla che faccia partire il motore della scoperta nelle storie di Bolzano.

L’INTERVISTA

Quando è nata la tua passione per il cinema?

Quasi dieci anni fa ho capito che sarebbe stato il mio destino e da quel giorno non ho mai smesso di crederci.

Come è nata l’idea di realizzare I Compagni della Lancia?

È una storia che è sempre stata presente nella mia vita fin dall’infanzia. Mio nonno mi raccontava spesso dell’orologio a cipolla che salvò la vita a suo nonno Vittorio durante la guerra. Poi il 3 maggio 2025 è uscito il romanzo Italiani Kaputt di Luca Fregona e assieme alla mia responsabile Valentina Iagrossi di Eagle Service abbiamo deciso di dar vita a questo progetto.

Come ti sei rapportato al testo originale durante la scrittura e la regia?

Il romanzo Italiani Kaputt è stato fondamentale per me. Luca è riuscito a trasmettere ogni emozione provata dalle vittime dell’eccidio e questo ha facilitato molto la scrittura della sceneggiatura. Conoscere bene la storia è stato importante per creare un legame molto forte con i parenti dei protagonisti della vicenda, questo ha fatto si che sul set le interviste si trasformassero in un racconto più intimo in stile nonno-nipote e credo che sia il punto forte del film. Inoltre lavorare con Luca è stato stimolante e divertente, l’impegno e l’entusiasmo che ha messo per la produzione del film ci ha aiutato a realizzarlo al meglio.

Quale pensi possa essere il contributo del cinema alla valorizzazione della storia e della memoria locale?

Può dare un contributo enorme. Molte storie purtroppo sono ancora sconosciute o poco tramandate e credo che nella società moderna non esista strumento migliore per coinvolgere tante generazioni al ricordo e scoperta di vicende che hanno segnato la storia della nostra città.

Perché la vicenda di via Lancia è ancora oggi poco conosciuta o spesso passa inosservata?

è poco conosciuta per via di come è stata gestita nel Dopoguerra. L’inglobamento della memoria del 3 maggio all’interno della giornata del 25 aprile ha spostato la vicenda su un secondo piano. Il tempo ha fatto sì che la vicenda sprofondasse sempre di più nel dimenticatoio. Per fortuna persone come Marco Cavattoni, Luca Fregona e i parenti delle vittime hanno lottato per mantenere viva questa memoria.

Qual è il futuro che immagini per il tuo film e per la memoria di questo evento storico?

Fin dal primo giorno il mio obiettivo è sempre stato quello di far conoscere questa storia soprattutto alle nuove generazioni. È la storia del sacrificio dei nostri nonni e nonne per la nostra città e non può non essere celebrata. Per questo porteremo I Compagni della Lancia nelle scuole superiori, faremo scoprire la vicenda ai ragazzi con la speranza che magari qualcuno di loro contribuirà al ricordo del 3 maggio 1945.

IL FILM

Il progetto convince da subito: sia Rai Alto Adige sia il Centro Audiovisivi ne acquisiscono i diritti. Grazie al supporto di Fregona, Fonte entra in contatto con i familiari dei protagonisti della storia i quali accolgono il progetto con entusiasmo e disponibilità.

La sceneggiatura viene completata a febbraio 2026. Le riprese iniziano il 2 marzo e si concludono il 6, dopo cinque giorni intensi segnati anche da qualche imprevisto. Nonostante tutto il film riesce a prendere forma esattamente come il regista lo aveva immaginato.

A caratterizzare il progetto è una troupe giovane. Oltre a Fonte ne fanno parte Vettorato, aiuto regista, Fusaro alla direzione della fotografia, Ferrari come operatore di macchina, Tinebra al montaggio, Emil Da Soghe alla produzione e Iagrossi al coordinamento. Accanto a loro anche Bruno Da Soghe, producer assistant. Un gruppo di professionisti accomunati dalla voglia di lavorare con serietà senza rinunciare a un clima sereno e collaborativo, un equilibrio non scontato.

La realizzazione del docufilm viene segnata dalla morte di Marco Cavattoni, nipote di Andrea, uno dei sopravvissuti e maggiori testimoni impegnati nel mantenimento della memoria del 3 maggio. La sua scomparsa porta la produzione a dedicargli il film.

Il 5 maggio al Cineplexx di Bolzano si tiene la prima che registra il tutto esaurito. Il 15 maggio, il film viene riproposto al Centro Trevi davanti a circa duecento persone. Il 24 maggio arriva infine la messa in onda su Rai Alto Adige.

Tra i ricordi più vividi di Fonte c’è anche un episodio che riguarda l’oggetto simbolo dell’intera vicenda: l’orologio a cipolla del trisnonno Vittorio Luise, l’operaio sopravvissuto alla fucilazione del 3 maggio 1945 grazie a quel segnatempo che deviò il proiettile a lui destinato. Alessio aveva circa dodici anni quando il nonno Giuliano glielo mostrò per la prima volta. Gli sfuggì dalle mani e il vetro andò in frantumi. «Ricordo ancora quel rumore», racconta oggi. «Evidentemente non gli bastava essersi preso un proiettile».

Autrice: Anna Michelazzi