Nicolai Leimer: imprigionare gli angeli. La nuova idea di serialità sui social

Nicolai Leimer, giovane creatore di contenuti altoatesino conosciuto come Unearthly Hub, è uno dei precursori della mini-serialità verticale sulle reti sociali. Si tratta di episodi brevi, da 1-2 minuti l’uno, a cadenza settimanale, da seguire comodamente dal cellulare, su Instagram o TikTok. È autore di Angel Engine, una storia che racconta con toni horror-postapocalittici la nostra attualità.

Nicolai Leimer è un nome che sicuramente sentiremo negli anni a venire. Ha 23 anni e abita a Postal, ma il suo pubblico è internazionale, cosa che gli ha permesso di raggiungere numeri astronomici: oltre 2 milioni di seguaci e 500 milioni di visualizzazioni complessive. Nonostante la giovane età, può già vantare importanti collaborazioni e ha iniziato a dialogare con i colossi del settore dell’animazione. Durante una chiacchierata a quattr’occhi, si è raccontato.

Nicolai, sei diventato famoso sui social in breve tempo e hai già avviato vari progetti. Ci potresti parlare del tuo percorso?

Certo. Da bambino facevo video a tema videogiochi su YouTube, poi ho avuto una pagina sulla Marvel e infine ho aperto un profilo dedicato alla creazione di arte con l’intelligenza artificiale. Quindi è da tempo che creo contenuti su internet, ma è da soli tre anni che lo faccio a livello professionale. Da circa un anno sta andando molto bene grazie ad Angel Engine, la mia mini-serie su Instagram e TikTok. Avevo anche iniziato a studiare letteratura, ma poi ho interrotto gli studi quando la serie ha avuto successo.

Giustamente ti sarai dedicato anima e corpo alla sua realizzazione. In cosa consiste il tuo lavoro?

Infatti. Tante persone non capiscono quanto tempo ci voglia per creare questi video. Nonostante io realizzi i miei video con l’intelligenza artificiale, il procedimento è lungo e devo usare vari programmi: Midjourney, Photoshop e After Effects. Un solo video necessita di 40 ore di lavoro. Solitamente, per un video ci metto una settimana. È un lavoro a tempo pieno. Senza contare tutto l’aspetto burocratico: accordi commerciali, e-mail, chiamate, contratti, etc. Per fortuna posso contare sull’aiuto delle mie sorelle. Inoltre, partendo dalla serie animata, ho anche sviluppato e pubblicato un videogioco su Steam, e ciò ha ovviamente comportato ulteriore lavoro.

Passiamo ad Angel Engine, la tua opera che sta spopolando su internet. Parte dalla premessa che gli esseri umani, se solo potessero, sfrutterebbero persino gli angeli per i propri scopi. Spiegaci che piega prende la storia.

La storia inizia nel 2033. Gli esseri umani sono sull’orlo dell’estinzione perché hanno drenato le risorse del pianeta, quindi pregano Dio per salvarli e lui manda loro un angelo di nome Uriel. L’umanità, però, lo cattura e lo imprigiona in un macchinario chiamato ‘Angel Engine’, che funge da generatore di energia, ma non solo. Infatti, compie anche miracoli grazie ai poteri angelici; per esempio, può rigenerare il pianeta. La storia segue due piani temporali: la premessa che ho raccontato è nel passato, ma poi c’è anche il suo sviluppo nel futuro.

Uno dei personaggi principali, il dr. Ernstmann, è nato a Bolzano. C’è un motivo specifico dietro a questa scelta? Dicci di più sul suo conto.

Non ho scelto di farlo nascere qui per un motivo preciso. Ho solo pensato che fosse un dettaglio simpatico e volevo lasciare un indizio su di me. 

Il dr. Ernstmann è il personaggio più popolare della serie, ma non posso dire troppo su di lui perché il suo passato non è ancora stato rivelato completamente. Si tratta dell’uomo più intelligente del pianeta: è lui, infatti, che costruisce l’‘Angel Engine’ e che imprigiona l’angelo. In seguito, viene assassinato, ma risorge grazie alla sua macchina miracolosa. Però, di ritorno dal mondo dei morti, qualcosa in lui è cambiato. 

Pensi di sviluppare questa storia ulteriormente dopo la conclusione della serie su Instagram o stai lavorando ad altri progetti?

Attualmente sono in trattativa con alcune grandi case di produzione per rendere Angel Engine una vera e propria serie, probabilmente animata. Mi piacerebbe anche ampliare la storia e sviluppare un antefatto riguardante la guerra tra gli angeli. Oltre a ciò, ho altre due storie che vorrei proporre sulle mie pagine, ma c’è tempo, dato che Angel Engine è ancora in corso.

Autore: Tommaso Calamaro

In fuga dalla guerra

Negli ultimi anni le conseguenze delle guerre in paesi non molto lontani da noi, hanno iniziato a condizionare anche le nostre vite. Ma non è niente in confronto a quello che hanno vissuto e vivono coloro che queste guerre le hanno vissute dall’interno, dovendo ad un certo punto fuggire, insieme alle loro famiglie. Questo è quello che è accaduto a Diana, una studentessa del Liceo Linguistico in lingua tedesca Gymme di Merano, che abbiamo intervistato. 

Quando sei arrivata a Merano? 

Sono arrivata il 3 marzo 2022.

Dove sei nata e quando? 

Sono nata a Mariupol, nella regione di Donetsk, in Ucraina, il 15 novembre 2005.

Come mai ti trovi a Merano?  

Dopo il primo conflitto del 2014 nel Donbass, la guerra è arrivata per la seconda volta alle porte di casa mia, quindi la mia famiglia è stata costretta a fuggire. Per fortuna mio padre lavorava a San Martino in Passiria e il titolare dell’azienda per cui lavora tuttora ha permesso ai propri dipendenti di portare le loro famiglie da loro, promettendo il proprio sostegno. 

Cosa hai lasciato alle tue spalle? 

Nel 2022 ho lasciato in Ucraina molto più di quanto avessi fatto la prima volta nel 2014, quando per la prima volta ero fuggita dalla guerra. Ho lasciato gli amici, la scuola, la casa che i miei genitori avevano costruito e nella quale in realtà non siamo mai riusciti a trasferirci. Ho lasciato lì anche i miei progetti per il futuro: frequentavo il penultimo anno delle superiori, pensavo di iscrivermi all’università a Kiev o a Leopoli e sognavo di andare a vivere in una città con una mia amica per affittare un appartamento insieme e continuare la nostra amicizia. In un primo momento tutti i miei parenti sono rimasti in Ucraina. Le mie nonne infatti vivevano nella città dove sono nata, che nei mesi successivi è stata occupata e abbiamo perso i contatti con loro. Solo grazie ai vicini alla fine siamo riusciti a metterci in contatto con le nonne e a organizzare il loro trasferimento in Italia. 

Che tipo di città era la tua? E la regione? 

La mia città natale contava 45.000 abitanti. Vi erano due acciaierie, che rappresentavano la principale fonte di reddito della città. I miei genitori e i parenti di mia madre lavoravano in una di esse. Mariupol era una città in costante sviluppo. Quattro anni prima dello scoppio della guerra, venne costruita una grande fontana colorata. Il vicino enorme centro culturale ospitava spesso famosi cantanti ucraini e russi, musicisti e spettacoli di vario genere. L’evento più atteso per me era l’“albero di Natale”, quando i bambini si riunivano, partecipavano a concorsi con Did Moroz (Babbo Natale) e Snigurognc a(la Neve, la sua nipote), e alla fine ricevevano dolci regali. Come dicevo la mia regione era bella e sviluppata e portava grandi entrate al paese grazie alle sue fabbriche, la prima delle quali fu costruita e poi fondata nella città regionale di Donetsk dall’imprenditore inglese John Hughes. L’unica cosa che preoccupava il resto del paese era che nella mia regione si parlasse la lingua russa, a causa del dominio russo sulle nostre terre avveniva in passato. Questo anche se la nostra gente parlava ucraino. 

Nel 2014, a causa dell’invasione russa, mi ero trasferita in una città che si chiama Radomyshl e si trova nella regione di Zhytomyr. Considero questa città la mia casa tanto quanto la città in cui sono nata, dato che ho vissuto esattamente otto anni in ciascuna di esse. Radomyshl è una piccola cittadina di 15.000 abitanti, dove tra i luoghi di svago ci sono un enorme bosco, un fiume e un “isola” artificiale, dove si tenevano tutte le feste dei giovani. Radomyshl ha una storia particolare, poiché è stata prima una città ucraina, poi polacca, poi di nuovo ucraina, e infine occupata dai tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale. La prima menzione della città risale al 1150. Questa storia variegata ha lasciato tracce sotto forma di diversi monumenti. Ad esempio, la Cartiera (mulino della carta) di Radomyshl, fondata dalla Lavra di Kiev-Pechersk, che iniziò la sua attività all’inizio del XVII secolo. Questa carta veniva prodotta per il monastero della Lavra ed era nota per la sua alta qualità. Purtroppo la cartiera è stata demolita e al suo posto è stato costruito un castello, e della sua esistenza si sa solo grazie ai documenti trovati al suo interno. A Radomyshl c’è anche un’enorme rete di cunicoli sotto la città, la cui origine rimane ancora un mistero, ma gli archeologi sottolineano che una struttura del genere è tipica del Medioevo. Un altro luogo di interesse è la Cattedrale di San Nicola a Radomyshl, costruita negli anni ‘80 del XIX secolo. In generale, la regione di Zhytomyr è conosciuta come un “cuore verde”, poiché è la zona con le maggiori risorse forestali dell’Ucraina. È anche la patria della famosa scrittrice ucraina, il cui volto è raffigurato sulla banconota da 200 grivna, ed è proprio qui che è nato l’illustre ingegnere Sergei Korolev responsabile del volo di Jurij Gagarin il 12 aprile 1961. Korolev progettò il razzo vettore e la navicella spaziale Vostok-1, grazie ai quali Gagarin divenne il primo uomo a volare nello spazio. In ogni caso Ma la prima cosa che viene in mente quando si parla di Zhytomyr sono i calzini di Zhytomyr. Si tratta dei calzini di migliore qualità di tutta l’Ucraina, noti anche per il loro prezzo accessibile. 

Come è composta la tua famiglia? Ora siete tutti qui a Merano? 

I miei genitori, le mie sorelle, mio fratello e la madre di mio padre sono qui con me. La madre di mia madre è arrivata insieme alla seconda nonna, ma non è riuscita a restare a lungo in un ambiente estraneo ed è tornata a casa, in territorio occupato. Una parte dei parenti è ancora in Ucraina, nei territori occupati. Alcuni parenti, tra cui fratello e il cugino di mio padre, vivono invece in Russia da più di 20 anni. 

Quale pensi possa essere il tuo futuro? Tornare in Ucraina o proseguire la tua vita qui in Alto Adige? 

Desidero con tutto il cuore tornare in patria, ma non ho la forza di vivere in un luogo dove il rumore degli elicotteri porta con sé paura e morte. La realtà è che la società si è divisa tra chi è rimasto e chi se n’è andato. E chi se n’è andato è cambiato a causa delle circostanze e non è più la persona che era prima di partire. Non vedo il mio futuro in Ucraina finché dura la guerra, quindi ho intenzione di studiare e lavorare in Europa. E non sono sicura di come costruirò la mia vita in seguito. Pertanto, sono pronta sia a vivere in Europa per la maggior parte della mia vita, sia a tornare a casa prima o poi.  

Come hai trovato l’accoglienza della scuola e dei compagni al tuo arrivo? 

Sono stato accolta molto calorosamente. La scuola mi ha assegnato una collaboratrice che lavora ancora oggi con me e che mi ha aiutato moltissimo nell’apprendimento del tedesco. Mi ha sempre spiegato con competenza ciò che non capivo, mi chiedeva se andasse tutto bene e mi aiutava in caso di qualsiasi dubbio. Il benvenuto da parte dei miei compagni di classe mi ha piacevolmente colpito, perché hanno preparato un regalo composto da articoli di cancelleria indispensabili e dolciumi. Tutti i compagni di classe si sono interessati a me e alla mia vita, il che, sebbene insolito, è stato molto piacevole. Ognuno era pronto ad aiutarmi ed è sempre stato gentile con me.  

Quali sono state le difficoltà maggiori che hai dovuto affrontare? 

La cosa più difficile per me è stata la mancanza di conoscenza della lingua straniera. La mia intelligenza e la mia cultura sono sempre state i miei punti di forza, ma una volta arrivata in Italia non riuscivo a esprimere appieno le mie opinioni e sembravo quasi una bambina. Per fortuna, tutti sono stati molto pazienti con me. La difficoltà successiva è stata l’integrazione in classe. Da un lato c’erano altri ucraini con cui non avevo difficoltà a parlare, dall’altro c’erano compagni di classe con cui volevo trovare un linguaggio comune. E stare con entrambi si è rivelato impossibile. Queste difficoltà sono ormai alle spalle, ma il divario più grande rimane ancora: la cultura. Anche se l’Ucraina non è lontana, abbiamo culture, usanze e tradizioni completamente diverse. E questo a volte mi confonde, perché è proprio la cultura a plasmare il nostro modello di comportamento e il nostro modo di pensare, quindi a volte mi è difficile capire i miei compagni di classe e le loro azioni. 

In classe avete mai tematizzato la guerra in Ucraina e la tua storia? 

La guerra in Ucraina è stata menzionata diverse volte dagli insegnanti durante le lezioni di tedesco, filosofia e storia. Ma come argomento di discussione è stata affrontata solo una volta, durante l’educazione civica, dove il tema principale era la guerra. 

Autrice: Rosanna Pruccoli

Stefano e il suo Bubble Learning: un gioco per imparare le lingue

Stefano Ninno, 35enne bolzanino, spinto dalla passione per tutto ciò che riguarda il costruire, inventare e trasformare un’idea in qualcosa di concreto e utile, ha creato un’applicazione per imparare le lingue. 

L’idea come ti è venuta?

È nata da un’esigenza personale. Quando volevo imparare una nuova lingua, ho provato diverse app e metodi, ma ho notato che erano molto concentrati sulla grammatica. Per me, invece, la difficoltà principale era un’altra: spesso non riuscivo a farmi venire in mente i vocaboli.

Come hai pensato Bubble Learning?

L’ho creata per aiutare le persone a imparare una lingua attraverso i vocaboli in modo semplice, progressivo e coinvolgente. Un aspetto per me importante è che può essere usata gratuitamente, senza obbligare l’utente a spendere.

Che tipo di app è?

È un’app-gioco. Permette di imparare fino a 5000 parole per lingua e include sei lingue: italiano, inglese, tedesco, francese, spagnolo e russo. Il funzionamento è semplice: si sceglie la lingua madre e quella da imparare, poi si procede per lezioni e livelli organizzati per categorie di vocaboli.

Il gioco come funziona?

Durante la partita cadono bolle con parole da tradurre prima che lo schermo si riempia. Se lo spazio si esaurisce, la lezione termina; se si traducono abbastanza vocaboli, il livello è superato. Alla fine si può vedere un riepilogo con errori e traduzioni per migliorare.

Com’è nata l’idea delle bolle?

All’inizio avevo pensato a qualcosa di simile a Tetris, con elementi che cadevano. Poi, provando, ho capito che le bolle rendevano tutto più naturale, soprattutto per il gesto dello “scoppio”, e anche più gradevole graficamente.

E l’approccio game?

Volevo eliminare la noia dello studio a memoria e degli esercizi ripetitivi, rendendo l’apprendimento più leggero e coinvolgente.

Quanto tempo ci hai messo a realizzarla?

Circa un anno e mezzo. L’ho sviluppata interamente da solo, lavorandoci nel tempo libero e durante le ferie.

Qual è stato l’aspetto più difficile?

Soprattutto il lavoro sui vocaboli: selezione, organizzazione, traduzione e controllo delle liste.

Hai ricevuto feedback?

Sì, durante la fase di test prima della pubblicazione. Ho raccolto osservazioni da diversi utenti e mi ha colpito ricevere riscontri positivi fin da subito sul gioco e sul metodo.

Pensi che possa esserci un futuro per quest’app?

Le possibilità di sviluppo sono molte. Preferisco però attendere di capire prima le necessità degli utenti che la utilizzeranno, così da orientare gli eventuali miglioramenti nella direzione più utile e concreta possibile.

Autrice: Anna Michelazzi

“PlastiKa & H2O”: cultura, natura ed ecologia

La settimana a Laghetti targata “PlastiKa & H2O” a fine marzo ha raggiunto il capolinea, dopo un ricco calendario di appuntamenti. Molti sono stati i partecipanti che hanno seguito con grande interesse le iniziative proposte.

L’ultimo incontro si è svolto con la camminata alla scoperta della cascata nella valle del Rio Lauco. Si sono presentate circa 35 persone ai campi da tennis di Laghetti, punto di ritrovo e di partenza dell’escursione. “La giornata è stata bellissima – riferisce Elisabeth Girardi a nome dei gruppi organizzatori -. Siamo entrati passo a passo in questa valle. Per la maggior parte dei presenti è stato un momento molto toccante. Qualcuno non sapeva nemmeno dell’esistenza delle cascate e della bellezza di questa valle.” “Purtroppo non c’è un vero sentiero, dunque è stato un po’ avventuroso il percorso – racconta Girardi -. Abbiamo superato il rio Lauco camminando su delle assi di legno. Niente di complicato, però questa cosa ci ha restituito un qualcosa in più e di inaspettato”.

La conclusione successivamente è arrivata in gloria con un brindisi in compagnia, ma è stato anche un momento utile per raccogliere un bel po’ di immondizie. Girardi parla di due grandi sacchi di indifferenziato e diverse taniche di plastica dura. Verrebbe quasi da dire che, in un certo senso, si è trattato di un’estensione dell’attività svolta il giorno prima, sabato, con la trentatreesima edizione dell’iniziativa “Paese Pulito”, che ha richiamato una gran partecipazione.

Partendo da località Pinara, muniti di guanti e sacchi, i paertecipanti hanno coperto le strade nel tratto fra San Floriano e il Ponte Giallo. Moltissimi i mozziconi rinvenuti. A Egna invece c’erano una settantina di persone, che, partendo dal magazzino comunale, hanno raccolto un parecchi mozziconi. Il livello di pulizia è stato comunque reputato buono dalla vicesindaca di Egna, Elena Paris.

Ma qual è stata la proposta avanzata prima d’arrivare a questo epilogo?

Nell’idea di informare e sensibilizzare la popolazione sui rischi causati dalla plastica nell’ambiente e sulla tutela delle risorse idriche, il Bildungsausschuss Laag, la Deutscher Kulturverein Laag e la Biblioteca di Laghetti (promotori di questo ricco calendario) hanno organizzato una serie di iniziative accompagnate da quattro parole chiave: evitare, riusare, riciclare e raccogliere. 

Per far assimilare meglio i concetti, l’arte si è occupata di proporre soluzioni concrete all’uso della plastica. A cominciare dal primo incontro, sabato scorso all’acquedotto di Laghetti, dove l’addetto agli acquedotti del Comune di Egna, Armin Baldo, ha illustrato funzionamento dell’impianto e provenienza dell’acqua, poco calcarea e di ottima qualità, dalla sorgente nella valle del rio Lauco e da un pozzo profondo 34 metri in località Reif. Il giorno dopo è stata inaugurata la mostra fotografica “VerdePlastica” dell’artista aretina Lucrezia Senserini, presente all’evento. Ha colto nel segno pure la proiezione del documentario “Vom Winde verweht” di Jutta Kußtatscher, lunedì sera, e la successiva degustazione di quattro diverse acque. Sono stati circa trenta i partecipanti coinvolti per valutare “al buio” aspetto, odore, gusto e retrogusto. Martedì è stato dato spazio invece alle scuole elementari con un pomeriggio di visite guidate e un laboratorio di pittura con Maria Kofler. La sera la limnologa (n.d.r. studiosa delle acque) Roberta Bottarin, vicedirettrice di Eurac Research, ha parlato di “Microplastica nei nostri corsi d’acqua”. Numerosi i partecipanti, entusiasti per la qualità della relazione ma colpiti in negativo dai dati emersi. Le attività del fine settimana hanno visto laboratori e incontri per ogni età: dagli esperimenti sull’acqua per i più piccoli ai workshop pratici per ridurre l’uso della plastica, come quello dedicato alla realizzazione di panni in stoffa e cera d’api, in alternativa alla pellicola, con l’esperta Eveline Tevini. Venerdì invece, Maria Pia Weber (referente dell’Associazione Plasticfree) è intervenuta sul tema della prevenzione dei disastri ambientali.

Autore: Daniele Bebber

Ando’s Barzoletti: raccontare barzellette su internet

Abbiamo dialogato con Andreas Lercher, noto su internet come Ando’s Barzoletti, creatore di contenuti altoatesino molto amato tra i giovani per i suoi video comici. La sua specialità sono i ‘barzoletti’ o ‘barzellotte’, barzellette e freddure di tutti i tipi che racconta sempre con un sorriso contagioso. 

Parlaci di te e della tua attività su internet.

Ho più di quarant’anni e lavoro in fabbrica. Sono appassionato di barzellette. Nel 2018 ho deciso di aprire un canale YouTube, perché un mio amico mi aveva parlato della possibilità di guadagnare qualcosa con i video. Ho pensato a quali contenuti fare e poi, un giorno, mentre raccontavo una barzelletta, ho visto che tutti si divertivano molto e mi sono detto: “Perché no?”. Così ho pubblicato il mio primo video comico e da allora ho continuato a far divertire la gente su internet.

Pur essendo di madrelingua tedesca, racconti barzellette in italiano. Spiegaci questa scelta.

Inizialmente facevo video solo in tedesco, ma un giorno un mio amico italiano mi ha detto che non riusciva a capire niente. Così ho cominciato a pubblicare video in italiano, che hanno avuto un successo immediato. 

Ed è così che è cominciata la tua carriera su internet?

Sì. Ho iniziato con YouTube, ma il vero momento di popolarità ce l’ho avuto grazie a una pagina Facebook che ha ripubblicato un mio video, facendomi raggiungere un milione di visualizzazioni; in un primo periodo mi ha anche aiutato a gestire gli altri profili social, soprattutto Instagram. Oggi mi occupo da solo di tutte le mie pagine. Dopo un primo momento di grande popolarità, ora la situazione si è stabilizzata.

Sei contento della situazione attuale o vorresti rendere la tua attività su internet un impiego a tempo pieno?

All’inizio volevo guadagnare soldi con i social, ma ora ho cambiato idea e preferisco mantenerlo come passatempo. Mi sono reso conto che avere successo su internet è molto impegnativo e ho capito che non voglio diventare più famoso di così. Per esempio, all’inizio non riuscivo a rispondere a tutti i messaggi e i commenti che ricevevo perché erano troppi, mentre ora sì e preferisco così. Poi, se fosse a tempo pieno, dovrei reimparare a fare le cose, ripartire da capo con una nuova attività e magari avrei successo solo per qualche anno. Ciò non mi garantirebbe una stabilità economica come il mio attuale lavoro, nel quale mi trovo bene.

Hai mai pensato di impiegare le tue doti comiche al di fuori dei social? Magari dal vivo o in televisione?

In passato ho ricevuto qualche invito per raccontare barzellette nei locali, ma non ho mai pensato di organizzare spettacoli dal vivo o di prendere parte a fiere. L’evento più importante a cui ho partecipato è stato Tú sí que vales, dove ho potuto raccontare le mie barzellette. È stata una bella esperienza, e se mi dovessero ricontattare ci tornerei, ma non penso che in futuro mi dedicherò attivamente a questo mondo.

Qual è il tuo tipo di umorismo preferito e quello più apprezzato da chi ti segue?

Mi piacciono le barzellette, soprattutto quelle sporche. Devo stare attento, però, perché alcune cose non si possono dire su internet. Al pubblico piacciono molto le parolacce, ma io preferisco evitare di dirle, perché non voglio che qualcuno possa sentirsi offeso. A volte quest’autocensura mi ha danneggiato in termini di visibilità, ma a me va bene lo stesso. Voglio che i miei video piacciano a tutti e divertano senza offendere.

Ci vuoi salutare con uno dei tuoi ‘barzoletti’?

Certo! Un boscaiolo entra in un negozio per comprare una camicia. La commessa gli chiede: “Che taglia?”. E lui risponde: “La legna!”.

Autore: Tommaso Calamaro

Daniel, una vita in campagna a comporre musica e…

Bolzano è l’inizio di molte storie diverse. Questo format raccoglie e racconta i percorsi di bolzanini che hanno scelto di vivere altrove, seguendone le traiettorie nel mondo. Oggi il protagonista delle nostre storie è Daniel, che da Bolzano si è trasferito nella campagna umbra.

Daniel, classe 2000, è l’antieroe di cui abbiamo tutti bisogno, l’anti-FOMO (paura di essere tagliati fuori) per antonomasia, il rifuggitore di like e dell’iperconnessione, il vero rivoluzionario — sebbene sono certa che lui non si definirebbe così — dei nostri tempi.

Daniel quattro anni fa ha preso in mano quel set di carte da giocare che gli hanno messo in mano a scuola a Bolzano — università, tirocinio, stage, lavoro (forse), casa (ancora più in forse) — le ha guardate di sbieco, se le è messe in tasca e se n’è andato. A fare tutt’altro, si capisce.

Daniel adesso vive nell’entroterra umbro, in una casa in mezzo alla campagna, a pochi chilometri da un paese di 7.000 abitanti. 

Fermi tutti però: questo non è il classico articolo della serie “Uomo di 25 anni lascia il lavoro e va a ristrutturare un casolare nel bosco, ora è felice”. Daniel non ha scelto questa strada per un nostalgico anelito per i bei tempi andati in cui si zappava la terra e si stava meglio perché si stava peggio. È molto schietto su questo punto: “Io a scuola ero una pippa. Bocciato due volte, cambiato scuola quattro. 

Ci ho provato all’inizio a fare l’università, ma semplicemente non funzionava per me”.

A questo punto Daniel si è confrontato con sé stesso in una seduta di onestà radicale e si è chiesto: ma io cosa so fare? A me cosa piace veramente? 

La risposta era chiarissima: la musica. Farla, comporla, costruire l’architettura sonora dietro alle scene dei film, essere l’alchimista che con la tecnica e con l’immaginazione distilla ciò che fa scaturire nello spettatore l’emozione, il pianto, la paura, il pathos.

“Il mio idolo? Miyazaki. Io sono partito con l’idea di fare quella cosa lì. Facevo già musica per conto mio, dovevo solo acquisire il set di skill giusto: imparare a usare i DAW (software per produrre musica), lavorare con le librerie orchestrali, capire il sound design, il mixing, il mastering”. 

E allora Daniel è partito alla volta di Roma, città eterna del cinema e della cacio e pepe, alla ricerca di compagni, di collaboratori, del network per realizzare il suo sogno. Roma però è pur sempre la capitale del nostro Paese, e come tale non può che esserne capofila nelle sue logiche e nelle sue contraddizioni: le produzioni passano sempre dalle stesse quattro scrivanie, il lavoro va all’amico dell’amico che è anche suo cugino, la commissione al figlio di, al nipote di, al figlio del nipote di. Non avendo trovato ciò che cercava, il Nostro, dopo un primo inevitabile momento di sconforto, si è rimboccato le maniche e si è addentrato nel mondo dell’online — annunci di lavoro, commissioni da remoto, e forse l’ultimo avamposto rimasto della meritocrazia (per chi non ha la fortuna di essere “figlio di”, si capisce).

“Alla fine ho capito che non c’era solo il cinema — beninteso, quello rimane sempre il grande sogno-. Tutto ciò che ci circonda, da Instagram alla radio, dalle pubblicità alla televisione, è fatto in gran parte di musica. E allora dovevo partire da lì”.

Il cerchio si chiude: Daniel adesso vive della sua passione, compone musica per documentari, per video YouTube, per pubblicità e per cortometraggi, e lo fa dalla sua casa in campagna, dove vive con la sua ragazza in una quotidianità fatta di “caffè, passeggiate, mercati di paese e composizione”.

“Ho iniziato solo tre anni fa, mi considero ancora agli inizi. So che sono stato fortunato, ma so anche che il mio percorso è stato ed è frutto di una scelta fondamentale: quella di essere stato onesto con me stesso fin dall’inizio”.

Autrice: Giulia Artemisia Buonerba

Tutta la passione per il suono delle pagine

Anche se viviamo in un’epoca digitale, il cartaceo dimostra di avere sempre la sua attrattiva: anche la seconda edizione delle giornate del Libro alla Kulturhaus di Laives si sono rivelate un successo.

A caccia di tigri nella giungla insieme a Tremal-Naik o alle prese coi problemi della preadolescenza in compagnia del  protagonista di “Diario di una Schiappa”. Ma anche trasformarsi in un pilota, in un pompiere o in chissà quale altro eroe, per vivere mille e più avventure. 

Chi è stato un lettore appassionato fin dall’infanzia non avrà mai dimenticato le sensazioni uniche che si provano a immedesimarsi completamente in un personaggio e una storia, tanto che solitamente la passione per la carta stampata rimane in età adulta. 

Ma i numeri parlano chiaro: attratti sempre più dal mondo veloce di internet e dei social media, sempre meno bambini e giovani scelgono la via più impegnativa della lettura. È un grido d’allarme, perché la lettura stimola la mente, apre al pensiero critico, formando persone più consapevoli. Senza contare il bagaglio di emozioni e sensazioni che un lettore si porta dietro per la vita. 

Avvicinare le persone in ogni fascia d’età al piacere di un buon libro è stato – per la seconda volta – lo scopo della preziosa iniziativa proposta dal Kulturhaus Leifers Laives insieme alla casa editrice Athesia nelle giornate dal 25 al 29 marzo scorsi, dove la casa editrice ha messo a disposizione decine di titoli che spaziavano dalla letteratura per bambini a quella per adulti fino ai libri di cucina, saggi storici e molto altro. Grandi tavoli dove i titoli erano ben esposti alla portata di grandi e piccoli interessati, che potevano non solo sfogliarli ma anche acquistarli. 

Accanto a tante giovani famiglie con bambini, l’iniziativa è stata molto apprezzata da molti adulti ma anche dalle scuole materne di entrambe le lingue che – come lo scorso anno – hanno visitato le sale del Kultuhaus insieme alle educatrici: da qui, l’intenzione per l’edizione 2027 di dedicare anche dei momenti di lettura ai bambini delle materne in visita. Quasi sempre presenti durante le 5 giornate di evento il presidente del comitato Rainer Tschirner e i membri dello stesso Elsa Furlani e Marlene Menegatti che si dichiarano soddisfatti della partecipazione del pubblico anche per questa seconda edizione dell’iniziativa, al centro della quale vuole esserci il libro e l’importanza della lettura nella formazione e crescita dell’individuo. 

Inoltre, diversi sono stati i visitatori a proporre loro stessi nuove idee per le prossime edizioni, a dimostrazione del fatto che tali iniziative – accanto alla preziosa azione quotidiana delle biblioteche di quartiere – sono molto importanti per la promozione di una cultura del libro e della lettura fin dalla più tenera età. Appuntamento quindi – con probabili novità – per l’edizione del 2027.

Autrice: Raffaella Trimarchi

La biblioteca che si immerge nella natura

Dalle pagine alla realtà: si può riassumere con queste poche parole l’esperienza che un gruppo di bambini di Bronzolo ha potuto vivere lo scorso venerdì 11 aprile grazie a una proposta speciale lanciata dalle volontarie della biblioteca in lingua tedesca del paese, sempre molto assidue nel promuovere iniziative dedicate alla diffusione della lettura nelle fasce più giovani. 

Molte sono già le proposte per i bimbi nella fascia che comprende i bambini di età fra i 18 mesi ed i 3 anni, con i diversi eventi “Bookstart” nel corso dell’anno, ma in questo caso a essere protagonisti sono stati i bambini della scuola primaria che, prima di tutto, hanno ascoltato una bella lettura dedicata ai cavalli in biblioteca. 

Ma il passo successivo si è svolto nella natura: una piacevole passeggiata tra i meleti in fiore ha portato i bimbi e le volontarie al “Save Ranch” a sud del paese, che ospita diversi cavalli e un pony. Qui i piccoli ospiti hanno potuto non solo osservarli e fare domande, ma anche dar loro da mangiare e – naturalmente – coccolare la guest star del ranch, il pony, che ha apprezzato la presenza dei bambini tanto quanto loro la sua. 

“La collaborazione con altre associazioni e realtà del territorio è vantaggiosa per tutti”- ha sottolineato la direttrice della biblioteca Adele Daum, che ha anche ricordato l’evento previsto per il prossimo 8 maggio, in collaborazione con l’Organizzazione delle Contadine Altoatesine. In tale occasione la biblioteca ospiterà la presentazione del libro “Alles was mir gut tut”, che affronta il tema del potere curativo della natura in ogni fase di vita della donna. L’autrice di Appiano, Hildegard Kreiter, sarà presente all’evento, che si annuncia come una serata all’insegna dell’equilibrio interiore di corpo, mente e anima come pilastro fondamentale del benessere. Sono tutti invitati a partecipare all’evento a ingresso libero.

Autrice: Raffaella Trimarchi

Lilli e Edi, un ponte fra l’Alto Adige e l’Africa

Questa è la storia di un “grazie” nato oltre quarant’anni fa nel nord del Kenia: protagonisti sono Edi Martinelli e la moglie Lilli, rientrati circa un mese fa dal luogo in cui tutto ebbe inizio e dove ancora oggi contribuiscono a portare avanti numerose iniziative a sostegno della comunità dei Samburu.

“Dovete sapere che in Kenya, come in gran parte dell’Africa, convivono molte tribù. I Samburu sono una popolazione nomade, che vive di pastorizia e affida alle piogge la speranza per la propria sopravvivenza quotidiana” racconta Martinelli, residente a Salorno e da sempre impegnato, assieme alla moglie, in questo progetto solidale che porta il nome omonimo di questa tribù. Con un sorriso Martinelli aggiunge: “Quest’anno devono aver pregato così tanto che, in un certo senso, la pioggia l’abbiamo portata noi come dono a tante persone”. Ogni attività, però, ha bisogno d’essere conosciuta e sostenuta anche sotto il profilo economico. Per questo da 34 anni vengono realizzate e distribuite mille copie di un calendario che racconta e  testimonia il progetto. 

LA MUSICA CHE AIUTA

A queste si affiancano serate culturali, incontri con associazioni e concerti con i cori, tutti animati dal desiderio di offrire un aiuto concreto. “L’anno scorso le dieci serate di Classic&More nei paesi della Bassa Atesina ci hanno dato un grande supporto, anche grazie al maestro Alex Monteverde” sottolinea Martinelli, esprimendo una profonda gratitudine verso tutte le persone, le banche, i gruppi e la comunità che continuano a sostenere quest’iniziativa. “Un ringraziamento particolare va anche agli istituti di credito e alla molta gente della Valsugana, terra d’origine del padre missionario Egidio Pedenzini, da cui tutto è partito e che ancora crede in questa realtà”.

Nei prossimi giorni sarà inoltre consegnato al Comune di Salorno un simbolo dell’amicizia che unisce da anni questa comunità con South Horr, a testimonianza di un gemellaggio sempre vivo e ugualmente sentito. Le attività in Bassa verranno portate avanti anche quest’anno, con nuovi concerti per la raccolta fondi. 

“Dovrebbe venire a trovarci anche padre Charly Leparkiras, parroco di South Horr dopo che nel 2022 padre Pedenzini è morto, una persona straordinaria” aggiunge Martinelli, ricordando poi una frase del padre missionario che racchiude il senso di questo impegno: “Quando torni in Italia e incontri le persone, ringraziale stringendo loro la mano, non limitandoti a un gesto formale”. All’origine di questo legame c’è anche l’impegno e la convinzione dell’allora parroco di Salorno, don Floriano Agreiter, che si recò almeno tre volte in Kenya per conoscere da vicino la realtà locale. “Mi piace dire che una Chiesa missionaria è davvero viva e ricca quando non dimentica la realtà missionaria”, riflette Martinelli. 

Istruzione e acqua

Tornando a questi viaggi, lo scopo è offrire supporto concreto, garantendo cioè istruzione nelle scuole e negli asili, distribuendo cibo, portando acqua, medicinali e progetti per il futuro. Tra i più importanti, ormai in fase di completamento c’è la realizzazione di una rete di acquedotti di circa sei chilometri, con condutture che portano l’acqua dalle montagne circostanti. Sono stati costruiti anche degli invasi per raccogliere l’acqua nel periodo delle piogge. 

La comunità che beneficia di queste realtà conta circa 10.000 persone, spesso distribuite su territori molto vasti, anche a 150 chilometri di distanza, dove si vive ancora in capanne. “Raccontiamo queste esperienze perché possano dare voce a chi non ce l’ha” conclude. E alla domanda su cosa lascino questi viaggi, la risposta è semplice ma profonda: “Questi viaggi sono un grande arricchimento. Ogni volta torniamo con nuova motivazione e con quella consapevolezza d’essere fortunati. Colpisce come, pur nella povertà, queste persone riescano a trasmettere gioia e speranza. Hanno sempre il sorriso, un forte senso di fratellanza e di condivisione, una lezione che non smette mai di insegnarci qualcosa”.

Autore: Daniele Bebber

A scuola di diritti umani

Ogni anno, centinaia di ragazze e ragazzi si alzano la mattina, si mettono lo zaino in spalla e invece di andare a scuola vanno a lavorare: non per necessità, ma per scelta, convinti che un giorno di lavoro possa trasformarsi in un gesto concreto di solidarietà verso chi, dall’altra parte del mondo, lotta ogni giorno per i propri diritti. Si chiama Operation Daywork, ed è uno di quei progetti che, più lo conosci, meno riesci a pensare ad esso come una semplice “bella iniziativa”.

A coordinarlo dal 2022 è Anna Carteri, laureata in cooperazione internazionale a Trento e Pisa con un focus sui diritti umani. L’abbiamo incontrata per parlare di Nepal, matrimoni precoci e protagonismo e attivismo giovanile.

Operation Daywork esiste da anni, ma molti lettori non la conoscono ancora. Come la presenteresti a chi non ne ha mai sentito parlare?

Diciamo sempre che è un progetto di giovani per giovani. Il fulcro sono le ragazze e i ragazzi stessi: sono loro a prendere le decisioni importanti, a decidere i contenuti, a scegliere la direzione. Il tema centrale sono i diritti umani, e l’obiettivo è promuovere l’attivismo giovanile, informare gli studenti e le studentesse delle scuole superiori su quello che succede nel mondo, fare luce sui contesti in cui quei diritti vengono violati e dare visibilità a chi ogni giorno si batte per difenderli.

Ma c’è di più: vogliamo sempre creare un ponte con la realtà sudtirolese. Mostrare che, in un certo senso, tutto il mondo è paese. Due anni fa si parlava di Honduras, di bande giovanili, e parlando di quei ragazzi ci siamo resi conto che certi meccanismi, certe dinamiche, le ritroviamo anche qui, in Alto Adige, in forme diverse. Quest’anno si parla di Nepal e di matrimoni precoci, un tema che a prima vista sembra lontanissimo. Eppure, andando lì, abbiamo capito quanto ci fosse in comune: la difficoltà di esprimere i propri sentimenti, per esempio, è qualcosa che i ragazzi di qui riconoscono benissimo. E poi c’è la questione delle responsabilità: l’anno scorso, con il Perù, abbiamo parlato di miniere. Quelle miniere ci servono per tenere in piedi tutto il settore tecnologico, per far funzionare gli smartphone. Cosa possiamo fare noi? Magari non comprare un cellulare nuovo ogni due anni.

La Giornata d’Azione è il cuore del progetto: studenti e studentesse che lavorano per finanziare un’organizzazione che difende i diritti umani dall’altra parte del mondo. Come funziona concretamente?

I ragazzi hanno la possibilità di scambiare un giorno di scuola con un giorno di lavoro, ovviamente con l’adesione e l’approvazione della scuola. Quest’anno la data è il 17 aprile. Si cercano da soli un posto di lavoro, spiegano al datore di lavoro perché vogliono farlo, e così facendo diventano automaticamente promotori del progetto: ambasciatori di una cultura della solidarietà. Ricevono una donazione di circa 50 euro a persona, sono coperti dalla scuola per gli infortuni e da noi per eventuali danni a terzi, e ricevono un contratto che vale come giustificazione per l’assenza scolastica.

Nel tempo abbiamo costruito anche una rete di datori di lavoro disponibili, per chi non sa a chi rivolgersi. In alcuni casi diventa anche una bella esperienza pratica, un modo per conoscere un posto di lavoro che magari tornerà utile in futuro.

Quest’anno il Premio Diritti Umani va a Samana, in Nepal. Come avete scelto questa realtà?

Nei primi anni finanziavamo progetti di cooperazione allo sviluppo, poi si è deciso di cambiare forma e di assegnare un premio: qualcosa di più concreto, più tangibile anche per i ragazzi. Un riconoscimento a chi si impegna per i diritti umani. Dal 2015 il vincitore viene scelto dai ragazzi delle scuole superiori che partecipano all’assemblea dell’organizzazione in maggio, e lì comincia l’anno di Operation Daywork.

Negli ultimi anni cerchiamo di sostenere realtà giovanili, come Samana, che lavora per sensibilizzare sui matrimoni precoci. Questo crea molta empatia: è un atto di solidarietà concreta tra giovani. Le organizzazioni vengono candidate, c’è una preselezione con i ragazzi stessi, si valutano i temi in base alla loro capacità di motivare e coinvolgere. Cerchiamo realtà a cui il contributo dei ragazzi possa fare davvero la differenza, realtà che altrimenti non avrebbero visibilità.

Dopo la scelta, noi coordinatori partiamo insieme a due volontari per incontrare il vincitore di persona. Quest’anno siamo andati in Nepal. Vedere con i propri occhi è fondamentale. Al ritorno prepariamo un giornalino, gli articoli li scrivono i ragazzi stessi, e un piccolo documentario con il materiale raccolto durante il viaggio. Tra gennaio e febbraio torniamo nelle scuole a fare workshop, sempre nell’ottica “giovani per giovani”: l’idea è che siano i ragazzi stessi a condurli. A marzo arrivano gli ospiti: gli attivisti in visita.

Cosa cambia, in chi partecipa? C’è un momento che ti ha colpita in modo particolare?

Di solito chi si avvicina ha già una certa sensibilità. Ma ci sono anche ragazzi che entrano quasi per caso, attraverso un’amicizia, e poi scoprono un mondo, scoprono il mondo. Li vedi crescere. Io sono qui dal 2022 e alcuni li ho seguiti dalla seconda superiore fino alla quinta: persone timide e riservate, e che poi sono entrate nelle scuole a portare la propria passione davanti a classi intere.

L’anno scorso un’insegnante mi ha raccontato che una ragazza, dopo il workshop, ha detto: “mi ha aperto gli occhi.” Le storie raccontate in prima persona cambiano tutto. I ragazzi ricevono tantissime informazioni, sono bombardati di contenuti, ma quello che rimane, che appassiona davvero, è poco. Le storie di vita, invece, toccano.

Come si traduce in qualcosa di concreto l’educazione alla cittadinanza globale?

Non è semplice. L’anno scorso alcuni ragazzi ci hanno detto: “anche qui c’è povertà, perché dobbiamo guardare fino in Perù?” È una domanda legittima, e va presa sul serio. Quello su cui puntiamo è far capire le connessioni che esistono nella nostra società, alzare lo sguardo dall’ombelico. Non si tratta di ignorare i problemi vicini, ma di capire che spesso sono gli stessi problemi, visti da angolazioni diverse. Partecipazione e responsabilità: queste sono le parole chiave.

Viviamo in un momento in cui i neo-nazionalismi crescono e la solidarietà internazionale fatica a trovare spazio. Come si parla di fraternità globale ai giovani di oggi senza sembrare fuori tempo?

È una domanda che ci poniamo spesso. I ragazzi vedono tantissime cose, ma percepiscono la politica come qualcosa di lontano, di “alto”. Quello su cui puntare è mettersi nei panni degli altri: capire che noi siamo qui per caso, che avremmo potuto nascere altrove. E che il cambiamento parte dal basso, anche se può sembrare banale dirlo.

Il Nepal, quest’anno, ce lo ha dimostrato in modo molto diretto. Abbiamo visto come il popolo abbia alzato la voce, come la generazione Z non si sia fermata davanti ai confini. I giovani vogliono cogliere la bellezza di fare le cose insieme. Più si conosce una realtà, più ci si riesce a identificare, e più ci si accorge che la distanza che pensavamo ci fosse, in realtà non c’è. Quello che ci accomuna è enorme: la libertà di decidere cosa fare, con chi stare, l’accesso all’acqua pulita, all’aria respirabile. Non ha senso usare i confini per andare gli uni contro gli altri.

Se dovessi lanciare un messaggio a chi ancora non ha aderito, cosa diresti?

Il nostro slogan è “students can make a difference”. I giovani non sono nessuno? In realtà possono dimostrare che quello che fanno ha un valore, che devono essere presi sul serio. Rinunciare a un giorno di scuola per una causa, rimboccarsi le maniche, sapere che il proprio impegno si trasforma in un cambiamento concreto dall’altra parte del mondo: questo conta. L’anno scorso hanno partecipato 400 ragazzi e sono stati raccolti 20.000 euro. E non è poco.

Autore: Marco Valente