I popoli europei portano nel loro Dna le tracce di tre grandi movimenti che hanno ridisegnato il volto del continente: i cacciatori-raccoglitori del Mesolitico; gli agricoltori provenienti dall’Anatolia; e infine le genti delle steppe pontico-caspiche che, tra il III e il II millennio a.C., diffusero nuove forme di mobilità e, probabilmente, le lingue indoeuropee.
Le comunità europee – noi compresi – sono il risultato di questo lungo processo di (tras)formazione. Tuttavia, non tutte le regioni evolvono allo stesso modo: in contesti particolari, come quello alpino, i cambiamenti risultano più lenti e assumono forme specifiche. Il geografo Strabone, in età augustea, descrive gli abitanti delle Alpi come razziatori che “vivono di rapina” e controllavano i passi, mentre il loro territorio era “difficile
da attraversare”. In realtà, dietro questo (pre)giudizio si nasconde una realtà ben più antica: il controllo dei transiti alpini, con l’imposizione di pedaggi, affondava le sue radici in una lunga continuità storica. Potremmo dunque affermare che i Reti – ultimo anello di una catena che si spezzò sotto i colpi romani – non fossero un “popolo nuovo”, ma l’esito finale di una storia che affonda le sue radici nei primi agricoltori e allevatori neolitici del VI millennio a.C. e attraversa l’età del Rame e del Bronzo? Probabilmente sì — e gli studi genetici sembrano confermare questa interpretazione.
Già nell’età del Rame si registra una significativa mobilità lungo le valli dell’Adige e dell’Isarco (fiumi che prendono proprio allora i loro nomi), documentata, tra l’altro, da statue-stele e luoghi di culto e sepoltura: dalla Lessinia al Trentino, dalla Bassa Atesina — Salorno, Laghetti di Egna, Ora e Termeno — fino a Lagundo, Laces, Silandro, Varna e Bressanone. Queste imponenti pietre parlanti testimoniano non solo una capillare rete di luoghi di culto, ma anche un sistema di percorsi ben strutturato e frequentato.
Queste stele antropomorfe raffigurano pugnali del tipo Remedello e altre armi come asce, alabarde e archi. Le figure incise sembrano rappresentare individui di rango elevato — forse cacciatori-guerrieri o capi con funzioni rituali — legati al controllo simbolico e materiale del territorio e al rapporto con il mondo degli antenati divinizzati.
In questa prospettiva, la “rudezza” attribuita dalle fonti classiche alle popolazioni alpine appare come il riflesso, reinterpretato in chiave romana, di una tradizione culturale antichissima, fondata sull’autonomia e sul controllo dei passaggi. Recenti studi dell’Eurac confermano inoltre un quadro genetico relativamente omogeneo, con una marcata componente di ascendenza anatolica. Anche Ötzi rientra in questo contesto: non “sardo” o “turco”, ma portatore di caratteristiche diffuse in quelle popolazioni.
È in questo quadro che si collocano i Reti. A differenza dei coevi Galli padani e Venetici, essi opposero una resistenza più tenace all’avanzata romana, conservando la loro lingua non indoeuropea — caso raro, come per Baschi ed Etruschi. Durante l’età del Ferro, o cultura di Fritzens-Sanzeno, sopravvisse così una tradizione culturale antichissima, collegata alle precedenti culture di Luco-Meluno e, più in generale, alle dinamiche dell’età del Rame e del Bronzo, capace di resistere per secoli all’espansione del mondo mediterraneo e del suo “way of life”.
Questo equilibrio entrò definitivamente in crisi quando Roma decise di trasformare le Alpi da barriera naturale a corridoio strategico. Giulio Cesare effettuò primi interventi nelle aree periferiche del mondo retico, che interessarono anche Trento e la Bassa Atesina; poi Augusto affidò la sottomissione dell’arco alpino centro-orientale ai suoi più fidati e valorosi collaboratori, Druso e Tiberio (figli di primo letto della moglie).
In una sola estate, tra il 16 e il 15 a.C., venne portato a compimento Il grande progetto soprattutto in funzione delle campagne germaniche e della fondazione di città come Augusta Treverorum (Trier), Mogontiacum (Mainz), Castra Regina (Regensburg) e Augusta Vindelicorum (Augsburg).
Autore: Reinhard Christanell