La realtà di Laives e Ora sulla soglia della guerra

L’orrore della guerra non ha nomi e non ha volti. Rimane nei numeri, nelle date, nelle lapidi. Ma dietro quei numeri c’erano ragazzi che si trovarono improvvisamente coinvolti in una guerra che non avevano scelto e forse nemmeno compreso fino in fondo. Nel 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria-Ungheria, anche gli Schützen furono mobilitati. Quelli di Laives vennero aggregati al Battaglione 9 di Ora e impiegati dapprima in Val di Fiemme.

Per molti l’esperienza durò pochissimo: secondo i dati, dopo appena un mese di combattimenti circa il 30 per cento era caduto. Nel 1916, degli oltre 600 Schützen mobilitati, 373 risultavano caduti. Una seconda compagnia ebbe alla guida Valentin Dallagiacoma di Laives; dopo il suo ritiro il comando passò a Dominikus Zanotti e Martin Gasser e, successivamente, a Viktor Perathoner. Nel 1918 la compagnia fu stazionata nelle Giudicarie, altra terra di fuoco austro-italiana.
Ma nel 1916 la guerra non arrivava più soltanto attraverso le lettere dal fronte. La guerra entrò fisicamente nei paesi della Bassa Atesina. Nella primavera, Laives e Ora divennero importanti punti di transito, alloggiamento e preparazione delle truppe destinate alla grande offensiva austro-ungarica nel Trentino, passata nella memoria italiana come Strafexpedition, la “spedizione punitiva”. Centinaia di soldati attraversarono la strada tra Pineta e Ora. Gli edifici pubblici come scuole e ricoveri furono utilizzati per ospitare i militari (a giudicare dai forni del pane, tra 1000 e 2000), mentre strade e spazi disponibili servirono per accampamenti e depositi. Le stazioni ferroviarie divennero luoghi di intenso movimento: uomini, cavalli, armi, munizioni, viveri e materiali transitavano verso il fronte. Per alcune settimane Laives e Ora furono così inserite direttamente nella grande macchina logistica della guerra (alcune testimonianze le abbiamo nelle foto in pagine, una primizia assoluta, messe a disposizione da Gianni Beordo, ndr).
Tra le unità presenti nella zona vi era il k.u.k. Infanterieregiment “Freiherr von Laudon” Nr. 29. Si trattava di un reparto multinazionale dell’esercito austro-ungarico, reclutato nel Banato, in Serbia. Nel 1914 gli effettivi (oltre 4000) comprendevano soprattutto serbi e croati, insieme a un’importante presenza ungherese, tedesca e rumena.
Nell’aprile del 1916 gli uomini del Laudon arrivarono dunque in un territorio molto lontano da quello nel quale erano stati reclutati. La loro presenza a Laives e Ora è documentata da diverse testimonianze d’epoca, che restituiscono non la guerra delle grandi battaglie ma la sua dimensione quotidiana: la pulizia delle armi, il trasporto dei materiali, la preparazione dei viveri e le normali attività di reparto. È una dimensione apparentemente ordinaria della guerra, fatta di attese, spostamenti, ordini e preparativi. Ma proprio questa normalità rende più evidente la distanza che separava quei momenti dalla realtà del fronte. Laives non era il fronte: era una pausa, un luogo di transito, di preparazione e di attesa. La soglia della guerra, per così dire. La terra tra la vita e la morte. Gli uomini riposavano, sistemavano l’equipaggiamento, ricevevano ordini e si preparavano a salire verso le montagne. Dalle stazioni e dalle strade della valle il flusso continuava verso il Trentino.
Il 15 maggio 1916 iniziò la grande offensiva austro-ungarica. Nei primi giorni le truppe austro-ungariche avanzarono rapidamente, raggiungendo anche Asiago e Arsiero. Ma il successo iniziale non si trasformò nello sfondamento decisivo e il 16 giugno l’offensiva nel Trentino venne interrotta. Per gli uomini del Laudon, come per tanti altri soldati, cominciava la fase più dura della guerra di montagna. Quelli che poche settimane prima avevano attraversato Laives e Ora, fermandosi nelle scuole, nelle strade e nelle stazioni della valle, si ritrovarono sulle montagne del fronte. È attraverso la memoria e la documentazione di quelle settimane che quei soldati possono tornare, almeno in parte, a essere uomini e non soltanto numeri.

Autore: Reinhard Christanell