Per milioni di anni la valle dell’Adige tra Bolzano e Trento è stata un territorio unitario. Insomma, la barriera linguistica alla Chiusa di Salorno, che da qualche secolo appena separa l’Unterland dalla Piana Rotaliana, non esisteva e le due regioni erano abitate – o forse sarebbe meglio dire percorse – da uomini e donne della medesima provenienza e lingua.
Orbene: chi fossero i pionieri della valle dell’Adige rimane tuttora un mistero. Trattandosi di popolazioni nomadi, abituate a grandi spostamenti in tutta l’area padana e prealpina, si può ipotizzare un’origine mediterranea e mediorientale. Certo è che a partire dal mesolitico (IX millennio a.C.), in seguito al lento ritiro dei ghiacciai che avevano sepolto la valle sotto una spessa lingua di ghiaccio, il territorio offrì a questi sparuti gruppi di cacciatori / pescatori e raccoglitori un clima favorevole e un ottimo punto di partenza per raggiungere i siti in altura lungo la dorsale della Mendola e verso gli altipiani sotto il Corno Nero.
Proprio tra la Piana Rotaliana e il Monte di Mezzo da un lato e i monti che sovrastano gli abitati della Bassa Atesina dall’altro sono stati scoperti molti siti che testimoniano la presenza di gruppi più o meno numerosi di cacciatori e raccoglitori. Noti sono anche il Riparo Gaban nei pressi di Romagnano, Zambana, il Dos della Forca e vari ripari sottoroccia presso Mezzocorona, i siti sulla Mendola, i ripari tra Faedo e la Val d’Ega, tra cui alcuni molto significativi anche tra Laives / S. Giacomo (Staller) e Castel Firmiano.
A tal riguardo è entrata nella leggenda archeologica la straordinaria “nonna di Mezzocorona”, una sepoltura di donna trentenne risalente a 8000 anni fa e quindi antenata, per così dire, anche del noto Ötzi. È stata scoperta nel 1995 in località Borgonuovo sotto il Monte di Mezzocorona e oggi si può visitare nel locale Centro di Documentazione.
Questi camminatori instancabili con il passare del tempo iniziarono a frequentare sempre gli stessi siti, dove a poco a poco sono nati piccoli insediamenti semi-permanenti. Questi spazi dovevano garantire la sicurezza delle persone e perciò occupavano aree difficilmente raggiungibili e, soprattutto, con ottima vista sulla valle. Stranamente, proprio in quei luoghi sono poi stati rinvenuti gli insediamenti più tradizionali dell’area alpina, i cosiddetti castellieri (da non confondere con i castelli medievali), in tedesco Wallburgen. Il solo ingegnere bolzanino Georg Innerebner ne localizzò e documentò all’incirca 600, tra cui moltissimi anche in Bassa Atesina e Oltradige. Uno di questi, impressionante ma ancora tutto da “decifrare”, era Trens Birg sul Montelargo, la “montagna sacra” che sovrasta Laives.
Ci si è chiesti molte volte per quale motivo questi castellieri sorgessero sempre in luoghi così scomodi, distanti dai campi coltivati e dalle vie di transito. Il noto antropologo Karl Felix Wolff ha avanzato un’ipotesi assai condivisibile: questi castellieri non facevano riferimento ai contadini neolitici che realizzarono i primi villaggi sui terrazzamenti e sui conoidi alluvionali della Val d’Adige o dell’Oltradige ma alle popolazioni precedenti, mesolitiche, che da costoro venivano chiamati “selvaggi”, Wilde. Insomma, dai vecchi cacciatori e raccoglitori. Per molti secoli queste due popolazioni di contadini provenienti dall’Asia Minore (ecco perché anche Ötzi era di sangue “turco”) e di “selvaggi” locali ritiratisi in luoghi riparati in altura hanno convissuto e ci sono voluti moltissimi anni prima che prevalesse definitivamente la cultura contadina. Da questa convivenza, caratterizzata da forti contrasti ma anche da molti matrimoni “misti”, dovrebbe essere uscita la cultura di Fritzens-Sanzeno dei Reti. Ne rimane traccia in molte storie e leggende che lo stesso Wolff ha raccolto.
Autore: Reinhard Christanell