Nativo di Corvara, ma da diverso tempo residente a Milano, dopo aver stabilito per un paio d’anni la residenza a Londra, Chris Costa è in realtà un musicista molto legato alla nostra città, che ha frequentato molto ai tempi delle scuole superiori e dove aveva stabilito il suo quartier generale all’indomani dell’esperienza londinese.
È quindi sempre una bella notizia sapere che nell’immediato futuro c’è in vista un suo concerto, nella fattispecie il 12 aprile prossimo al Sudwerk di via Andreas Hofer, dove appunto Costa si esibirà nella sua più recente incarnazione artistica denominata Hot Dust/The Human and The Machine, che pur facendo riferimento alla più recente uscita discografica del nostro, ne è ormai una derivazione in costante mutazione.
Per l’occasione abbiamo contattato Chris nel suo studio casalingo milanese, dove la sua musica nasce e dove si occupa anche delle produzioni per altri artisti, come lui d’ambito electro pop.
“Sono molto contento di suonare di nuovo a Bolzano – premette Chris – perché sono molto legato alla città. E mi fa piacere che ci siano dei luoghi attenti alle nuove tendenze musicali, locali come Waaghaus e Sudwerk. Pensa che ricordo come fosse ieri che ai tempi della scuola rimasi folgorato dal primo disco di Medeski, Martin & Woods, acquistato nel negozio di Laura Weber e quando lei stessa li portò a Bolzano poco dopo, andai al loro concerto. Fu una grande esperienza, erano l’avanguardia a quell’epoca e fu l’averli visti che mi ha spinto nel giro di sei mesi a comprare un organo Hammond!”
È trascorso qualche annetto da allora e Chris Costa di strada ne ha fatta parecchia, ha avuto un gruppo col compatriota Alex Trebo, ha fondato un interessante gruppo funk chiamato Capsicum Tree, ha avviato più progetti come solista, ha fatto esperienza come corista dapprima con Malika Ayane e poi, in un tour mondiale, con un gigante quale Eros Ramazzotti. Ma per quanto riguarda la sua musica ha sempre cercato di essere all’avanguardia, magari non producendo musica facile da accostare, ma mettendoci sempre la faccia.
“Il progetto Hot Dust è uscito nel 2019 – prosegue l’artista badioto – ma in realtà il covid e i suoi postumi ne hanno tardato la diffusione. E poi quando lo presento dal vivo il disco subisce sempre delle variazioni. Ho lavorato tantissimo per capire come portarlo in pubblico, ho provato ad usare diverse soluzioni sonore e diversi macchinari, considerando che si tratta di musica elettronica. Il risultato è stato che mi annoiavo tantissimo. Nell’ultimo paio d’anni sono arrivato ad una soluzione che invece mi dà parecchie soddisfazioni, anche se è molto impegnativa: ho dovuto imparare a suonare il drum pad (lo strumento che sostituisce i suoni di batteria, n.d.r) con la mano e con un piede, cosa che mi dà la possibilità di avere l’equivalente di una batteria completa. Con la mano sinistra suono una tastiera che manda i suoni di due synth all’unisono. Mi gestisco i cori, cantando dal vivo e usando un harmonizer. In parole povere sono passato da un sistema in cui io ero schiavo della macchina ad un altro in cui invece le macchine sono al mio servizio. La tecnologia mi ha sempre aiutato ad esprimermi, l’ho sempre amata, è il motivo per cui il progetto ora è stato ribattezzato The human and the machine, perché c’è sì la macchina, ma il ritmo e l’imput devono giungere dal performer.”
Artista a tutto tondo, Costa ha davvero un background vastissimo, ha studiato piano e canto, si è esibito nei pub suonando cover e standard, si è adattato a suonare nei bar, alle feste di matrimonio: come lui stesso ama dire scherzando: “Mi mancano solo i Bar Mitzvah, ma mai dire mai. Per quanto riguarda lo spettacolo del Sudwerk, vorrei aggiungere che per me è molto importante stabilire una sorta di trascendenza con gli ascoltatori, col pubblico. Quando suoni sei portato a concentrarti sul tuo trip, ma è importante chiedersi cosa accada dall’altra parte, al di là della goduria personale che si può avere suonando, anzi più che goduria per me è proprio trascendenza, e spero sempre di condurre chi ascolta in una sorta di trip, un vortice intenso che almeno per quel momento gli lasci qualcosa, portandolo per quel momento in una dimensione differente. Questo, soprattutto, è per me la musica, essere tutti in uno stesso luogo senza nome e nello stesso stato d’animo.”
Autore: Paolo Crazy Carnevale