In questo tempo in cui si vive e si muore, rischia di passare sotto silenzio il 75° anniversario della Liberazione. Oggi chiediamo di essere liberati dal virus e dalle restrizioni che esso impone. Aspettiamo la fase due, quella dell’uscita graduale dall’incubo. Arriverà anche la fase tre, quella della vita che continua, ma in modo diverso?
Lo spirito di una liberazione che lascia tracce nel lungo periodo è bene espresso dalle parole che don Josef Ferrari, assistente dei giovani di Azione Cattolica, pronunciò 75 anni fa nel ricordare l’amico Josef Mayr-Nusser nella chiesa del S. Cuore di Bolzano. Era l’11 aprile, ancora infuriava la guerra e da poco era giunta la tragica notizia della morte di Josef.
Disse don Ferrari: “Anche se molti altri hanno agito diversamente, prese solitario la sua decisione, ben consapevole delle conseguenze che essa avrebbe comportato. Davanti a lui la vita – sua moglie, che amava teneramente, il suo figlioletto, oggetto delle sue cure paterne e del suo amore, i suoi fratelli, ai quali era legato da amore fraterno – la sua terra tra i monti, che in un paesaggio estraneo e desolato aveva imparato ad amare ancora di più: tutto ciò deve essere stato davanti a lui. Egli prese tuttavia la sua decisione”.
Ci tenne a sottolineare che la sua non era stata una testimonianza improvvisata, una tantum, ma il frutto di un progetto di vita.
Don Ferrari lo spiegò con queste parole: “Quello che diceva era chiaro come l’acqua di una sorgente di montagna – quello che faceva, lo faceva per una bontà calda, che aveva il suo fondamento nella carità cristiana. Che portasse questo amore, lungo le sue camminate vincenziane, nelle baracche e nelle abitazioni dei poveri, che offrisse l’amore come una forza di conciliazione per le tensioni nella comunità dei giovani, era sempre lo stesso amore che nasceva dal suo cuore vicino a Dio. La sua gratuità era senza limiti e la sua disponibilità al servizio instancabile”.
In foto principale: Josef Mayr-Nusser è il primo da sinistra
Autore: Paolo Bill Valente