Un weird western per conoscere i pellerossa

Il termine tecnico per descriverlo è “weird western”, che in italiano di potrebbe tradurre con “Fantawestern”, un filone letterario che mescola western e fantasy, horror o fantascienza. Un genere che lo scrittore bolzanino Andrea Zanotti ha utilizzato per il suo ultimo libro, “Inno cannibale” (edizioni Dark Zone): quasi trecento pagine fresche di tipografia che sembrano destinate a diventare un cult fra gli appassionati del genere. Zanotti non è nuovo a questo tipo di scrittura: ha sfruttato le atmosfere western con “Voodoo”, e il fantasy – horror sembra quasi un filo conduttore che unisce le sue tante opere (“Dracophobia” in primis, giusto per fare un esempio).
Ma con “Inno cannibale” Andrea Zanotti compie un passo in più, e nel narrare una storia avvincente regala ai suoi lettori uno spaccato degli Stati Uniti in un periodo storico poco conosciuto, o comunque poco studiato da questa parte dell’Oceano: quello dopo la guerra di Secessione. L’autore snocciola nomi di personaggi che sono entrati nell’immaginario collettivo, da Toro Seduto al generale Custer, dal presidente Johnson a Geronimo, li fa interagire e ambienta dunque la trama del libro in una precisa dimensione spazio temporale, descrivendo in sottofondo i fatti storici realmente accaduti.
E la trama è pane per i denti degli appassionati del genere.
Black Mamba, donna-medicina a capo della tribù dei Senza-lingua, ha convocato il cerchio degli Elders, gli anziani capi di tutte le genti pellerossa. Nuovi alleati sono disposti ad aiutare le tribù contro i visi pallidi, è sufficiente unirle per innalzare l’inno cannibale, anche se l’intero ordine del creato verrà sconvolto dal rito, dato che Black Mamba vuole risveglierà Yužáža, “Colui che sgozza gli Dei”. Ma le grandi manovre dei selvaggi non passano inosservate al colonnello Souther, gerente della Clinica psichiatrica federale nr. 51. Sta a lui risolvere il problema dei “musi rossi”. Ma chi spedire in Sierra Nevada, nel covo della sciamana? La scelta cade su Marc Trementina De La Cruz, il suo compare Jo Occhiomoscio e il resto della loro improbabile banda di antieroi. Solo serpi di quella risma potranno resistere a ciò che li attende in quelle lande infestate: Wendigo, Skinwalker, Si-Te-Caha e tutte le leggende da incubo dei nativi, riportate in vita dalle malie di Black Mamba.

Autore: Luca Masiello

Una stagione straordinaria per celebrare la ripartenza del teatro

Inserzione pubblicitaria – Al Puccini di Merano lo Stabile presenta 10 spettacoli. Anna Foglietta e Paola Minaccioni, Natalino Balasso, Elio, Marco Paolini, Leo Gullotta E Silvio Orlando Tra I Protagonisti Della Nuova Stagione Del Teatro Stabile a Merano.

30 titoli in sei cartelloni indipendenti per un totale di 112 alzate di sipario in tutta la provincia. A Merano, Bressanone, Brunico e Vipiteno il Teatro Stabile presenta una stagione ad ampio raggio, sia dal punto di vista della varietà di sguardi artistici, sia per il numero di spettacoli che vengono presentati nel corso dell’anno teatrale 21/22.

Dieci gli spettacoli pensati per Merano, che si svolgeranno tutti al Puccini alle 20.30.

Ad aprire la stagione il 23 novembre è “L’attesa” con Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Il testo di Remo Binosi con la regia di Michela Cescon, ha avuto modo di calcare il palco già quest’estate all’Arena TSB sui Prati del Talvera in versione di lettura scenica durante la rassegna FUORI! e ora è pronto per i palcoscenici. 

“L’attesa” racconta del confronto, prima astioso, poi complice, infine conflittuale, di due donne. Cornelia, nobile veneta promessa in sposa al duca di Francia, è segregata in campagna dalla famiglia perché resa gravida da un altro uomo durante una festa di Carnevale. Sola, in una stanza buia, può contare soltanto sui servizi di una vecchia nutrice, finché non le viene affiancata Rosa, donna popolana e tuttofare…

Il grigio, Elio

Il 27 novembre Elio, funambolico musicista, indiscusso leader della band “Elio e le storie tese” sarà l’interprete dello spettacolo “Il Grigio” la più importante opera di prosa scritta da Giorgio Gaber e Sandro Luporini. “Il Grigio” racconta di un uomo di cinquant’anni in crisi da una vita e di una casa in campagna dove vorrebbe starsene in pace a riflettere sui propri problemi esistenziali. Ma a disturbarlo arriva un misterioso topo, il Grigio per l’appunto…

Ruzante, Natalino Balasso

Il 5 dicembre giunge a Merano una delle nuove produzioni del Teatro Stabile: “Balasso fa Ruzante (Amori disperati in tempo di guerre), che nasce dalla riscrittura  di Balasso dell’opera di Angelo Beolco detto il Ruzante. Ad interpretare questa nuova commedia troviamo lo stesso Balasso affiancato da Andrea Collavino e Marta Cortellazzo Wiel. A dirigerli Marta Dalla Via, raffinata caratterista e profonda conoscitrice delle corde espressive di Balasso/ Ruzante.

Il 12 dicembre sul palco del Puccini irromperà “il Misantropo” di Molière, nella nuova versione diretta e interpretata da Fabrizio Falco, assieme a un giovane compagnia di attori del Teatro Biondo di Palermo. Il 19 dicembre sarà il momento della danza, che vede protagonista la Compagnia Artemis fondata da Monica Casadei alle prese con “Circus”, uno spettacolo arricchito da sorprendenti abilità fisiche e da un immaginario che riporta il pubblico alla magia del circo e dei suoi abitanti.

Marco Paolini

Il nuovo anno di teatro si apre il 21 gennaio nel segno di Marco Paolini e del suo “Teatro fra parentesi. Le mie storie per questo tempo”, un recital che nasce dalla necessità di immaginare un ruolo per lo spettacolo dal vivo che sia a tutto campo. Uno spettacolo fondato su un canovaccio autobiografico, che cuce insieme storie vecchie e nuove, impreziosite dalle canzoni e dalle musiche di Saba Anglana e Lorenzo Monguzzi. 

Bartleby lo scrivano, Leo Gullotta

Il 18 febbraio un travolgente Leo Gullotta veste i panni di “Bartleby lo scrivano” nello spettacolo ispirato al racconto di Melville. Bartleby è uno scrivano ligio e cordiale impiegato in un grande studio di avvocati a Wall Street, amato e apprezzato da tutti. Un giorno, improvvisamente Bartleby decide di rispondere a qualsiasi richiesta con una frase che è rimasta nella storia: «Avrei preferenza di no». Il silenzio inspiegabile di Bartleby ci turba e ci accompagna da più di un secolo.

La vita davanti a se, Silvio Orlando

Il 26 febbraio Silvio Orlando porta in scena “La vita davanti a sé”, spettacolo ispirato al romanzo di Romain Gary. Un autentico capolavoro “per tutti” dove la commozione e il divertimento si inseguono senza respiro. Accompagnato da quattro musicisti, Orlando conduce il pubblico – con leggerezza e poesia – alla scoperta delle vite sgangherate del piccolo Momò e di Madame Rosa. 

Graffiante e pungente è la riscrittura di Andrea Pennacchi del capolavoro shakespeariano “La bisbetica domata” che trasla le vicende dei due amanti Petruccio e Caterina dalla Padova di fine Cinquecento a quella degli anni ’90 del Novecento.  Anna Tringali, Giacomo Rossetto e Massimiliano Mastroeni interpretano la commedia che verrà presentata il 5 marzo al Puccini. 

La stagione si conclude il 23 aprile con il secondo capitolo della trilogia In nome del padre, della madre, dei figli di Mario Perrotta. Autore, attore sensibile e duttile, Perrotta sposta la lente di ingrandimento sulla figura “Della Madre”. Ad accompagnarlo nella sua indagine teatrale sulla figura materna troviamo lo psicanalista Massimo Recalcati e Paola Roscioli, attrice che lo affiancherà in scena.

I BIGLIETTI

Le normative relative al riempimento delle sale sono in continua evoluzione e anche per questa stagione il TSB vende i biglietti singoli per gli spettacoli in cartellone. In accordo con i principali enti teatrali della città (VBB, Fondazione Orchestra Haydn e Teatro Cristallo), il TSB ha adottato una politica di prezzi semplificata che accentua ulteriormente l’accessibilità da parte di un vasto pubblico: le fasce di prezzo sono solo tre: 15 euro biglietto intero, 10 euro ridotto, 6 euro Under 26. Agli abbonati 2019/2020 riserva il prezzo ridotto di 10 euro.
A Merano i biglietti sono in vendita presso le casse del Teatro Puccini il 25 ottobre dalle 17.30 alle 19.30.
Nelle date di spettacolo a partire da un’ora prima della rappresentazione
I biglietti per tutti gli spettacoli sono inoltre in vendita alle casse del Teatro Comunale di Bolzano, sul sito www.teatro-bolzano.it e si possono acquistare inoltre scaricando l’APP Teatro Stabile di Bolzano (iOs e Android).
Coloro che si assicureranno entro il 5 dicembre i biglietti per i 10 spettacoli avranno diritto a un prezzo scontato pari a 80 euro.

(inserzione pubblicitaria)

Anche i cani feroci ridono (quando nevica)

“Anche i cani feroci ridono (quando nevica)” di Maxi Obexer e tradotto e curato da Cristina Vezzaro, è l’ultimo romanzo uscito per Edizioni Alphabeta Verlag di Merano nella collana Travenbooks. Un volume che esprime nel profondo lo spirito dell’editore e ne coglie la vocazione più autentica, di “territorio di frontiera”: un ponte (a volte molto complesso) e un incrocio tra lingue e culture differenti. Ispirato alle storie vere delle donne raccontate dal progetto tedesco “Women in Exile”, l’autrice descrive, in forma letteraria, le vicende di una donna nigeriana che fugge dal suo paese, alla ricerca di un futuro diverso.
Obexer prova a restituire una sorta di memoria collettiva delle tantissime ragazze che condividono la stessa sorte, e dà a tutte loro il volto di Helen, protagonista del racconto. Una narrazione teatrale per raccontare un fenomeno che sta segnando drammaticamente la nostra storia, quello delle migrazioni attraverso il Mediterraneo. L’autore lancia un appello alla coscienza individuale, che “deve andare oltre le ragioni di Stato, oltre la narrazione mediatica”, e fa luce sul reale fatto che spesso tendiamo a dimenticare: che ciascuno tra le tante migliaia di migranti morti (14.768 ufficialmente, tra il 2016 e il 2018) è un essere umano e porta con sé la sua storia.
La trama
“Anche i cani feroci ridono (quando nevica)” narra di Helen, una giovane nigeriana che decide di migrare in Europa non in fuga da conflitti o persecuzioni, ma per una legittima aspirazione a una vita migliore. Il lungo viaggio attraverso il continente africano si rivela ben presto un incubo: ostaggio di spietati trafficanti di esseri umani, si trova a sottostare a un’inenarrabile serie di violenze fisiche e psicologiche, a continue estorsioni di denaro, a terrore e umiliazioni. In questa lenta e inesorabile discesa agli inferi, in cui la stessa sopravvivenza è perennemente appesa a un filo, anche la fiducia nei compagni di destino finisce per vacillare, persino quando hanno le parvenze di angeli custodi. Sempre più prostrata e rassegnata, Helen resiste grazie a un mondo parallelo che ricrea nei contatti epistolari con la famiglia, immaginando uno sguardo esterno che le permette di prendere le distanze da ciò che è costretta a subire. Tra attese spossanti e amare disillusioni, la ragazza riesce infine ad approdare in Europa, fiduciosa di trovare accoglienza e pieno riconoscimento di una propria identità e dignità. Ma nuove e impensabili traversie la aspettano.
Così Cristina Vezzaro, traduttrice e curatrice del romanzo, riflette sul messaggio di Obexer nella sua Postfazione al volume. Obexer pone in evidenza, attraverso il suo personaggio, una società condizionata dai media alla continua ricerca di pericolosi sensazionalismi che instillano paura e restituiscono visioni spesso fuorvianti del fenomeno migratorio. La minaccia dell’“invasione”, sia in chiave economica sia culturale e religiosa, è il frutto di una scorretta comunicazione e di un dilagante bisogno di difesa che si trasforma spesso in indifferenza, quando non in cinismo. E a pagare le spese più pesanti sono, anche in questo caso, le donne. L’autrice contrappone, grazie allo spirito visionario di Helen, l’importanza della comprensione reciproca e del sentirsi profondamente esseri umani e comunità, uniti da un destino comune.
La traduzione
Nella postfazione al libro “Anche i cani feroci ridono (quando nevica)”, Cristina Vezzaro riflette sulla traduzione del romanzo, e ribadisce l’importanza dell’interpretazione del messaggio. Nell’opera di Maxi Obexer, la lingua si fa mezzo per esprimere un impegno, guidato da ideali umanitari e contrario ai particolarismi nazionalistici. La stessa Vezzaro afferma: “In questa chiave, quindi, va interpretato il lavoro di traduzione delle sue opere: nel caso dell’italiano, una trasposizione che è anche e necessariamente “ritorno”, proprio per le origini italiane da cui Obexer ha preso le mosse per inserirsi nel contesto europeo che più anima le sue corde di artista”. L’interazione tra lingua originale e traduzione richiede quindi di “andare oltre”, quasi una sola lingua non potesse bastare a contenere tutto ciò che l’autrice desidera esprimere.

L’AUTRICE E LA TRADUTTRICE

Maxi Obexer (1970) è nata a Bressanone e vive a Berlino. Drammaturga e saggista, è stata visiting professor presso la Georgetown University di Washington e il Dartmouth College (NH), quindi docente all’Università delle Arti di Berlino e al Deutsches Literaturinstitut di Lipsia. Vincitrice del Premio Robert Geisendörfer (2016) per i suoi saggi politici e del Potsdamer Theaterpreis per la piéce Gehen und Bleiben (2017), nel 2014 ha fondato il NIDS (Neues Institut für dramatisches Schreiben). Il suo precedente romanzo pubblicato in italiano, “La prima estate dell’Europa” (alpha- beta, 2020), è stato finalista al Premio Bachmann (2017).
Cristina Vezzaro (Bolzano, 1972) ha studiato Traduzione all’Università di Ginevra. Ha iniziato a occuparsi di traduzione editoriale nel 1997, collaborando con la rivista “Internazionale”. Dal 2005 si dedica alla traduzione di narrativa, poesia e saggistica.
Attualmente è dottoranda in Translation Studies all’Università di Gent in Belgio e si occupa in particolare di traduzione dell’ironia e trasposizione della multiculturalità.

Le fughe surrealiste di Alex Dellantonio

“Il surrealismo è la magica sorpresa di trovare un leone in quell’armadio in cui si voleva prendere una camicia” – così spiegava la celebre artista Frida Kahlo l’essenza del surrealismo, uno dei movimenti artistici e letterari più vivaci del novecento. Nella mostra dell’artista Alexander Dellantonio, che inaugura sabato otto settembre al Kunstforum Unterland di Egna (visibile fino al 18.9), non troveremo bestie feroci, ma sicuramente molte magiche sorprese. “Surrealist Escapades”, vie di fuga surrealiste, è il titolo dell’esposizione, che presenta cento collage in bianco e nero, di cui molti inediti, realizzati dall’artista negli ultimi tre anni. Bolzanino di nascita, classe 1986, dopo il liceo artistico Dellantonio ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e ha vissuto a Berlino, esponendo le sue opere in mostre personali e collettive in Germania, Norvegia e Italia. Quest’anno ha fatto ritorno in Alto Adige. “Portare alla luce l’anarchia dei sentimenti e dei sogni, sulla linea sottile tra desiderio e realtà, regolata attraverso l’arte dell’assemblaggio.”- questa l’idea che Dellantonio ha del surrealismo. La sua ricerca è originale e insolita perchè punta l’attenzione sul surrealismo cèco, che solo recentemente si sta guadagnando considerazione nelle università americane e in Germania.
Con passione e spirito da archeologo Dellantonio ha scavato nelle profondità delle opere di artisti e artiste come Toyen, Jindrich Styrski e Karel Teige, riportandone a galla visioni, tecniche e soprattutto quelle sottili strategie di fuga dalla realtà tipiche di tanta arte e lettura cèca. In questo senso, le opere di Dellantonio emanano un’eleganza dal fascino storico e sono capaci di ammaliare e inquietare. Ne abbiamo parlato con lui, inziando dal ritorno a Bolzano.

Come è stato il ritorno in Alto Adige dopo gli anni a Berlino?
Berlino è sexy ma povera! Dopo tanti anni, mi mancavano le montagne e il sole dell’Alto Adige. E per assurdo credo di trovare qui maggiori possibilità di proporre il mio lavoro artistico.

Come nascono le “vie di fuga surrealiste” che danno il titolo alla mostra “Surrealist Escapades”?
Il mio lavoro ha spesso avuto una connotazione politica e impegnata. Le opere nella mostra a Egna guardano agli artisti dell’avanguardia ceca, che sono stati isolati e perseguitati o perché considerati troppo avanguardisti o perché troppo borghesi, a seconda di chi li criticava (il protettorato nazionalsocialista di Boemia e Moravia prima e l’apparato stalinista della Repubblica Ceca poi). Gli artisti trovarono una via di fuga da questa realtà rifugiandosi verso qualcosa di diverso, l’arte surrealista.

Alex Dellantonio

Perché hai scelto di orientarti agli artisti del surrealismo ceco?
Ho scoperto i surrealisti cechi grazie a un libro trovato per caso al mercatino dell’usato sulle passeggiate del Talvera, una quindicina di anni fa, il “Mercato dell’arte” di Karel Teige. Mi sono appassionato alla figura di questo artista praghese, al suo credere nell’arte e perseguire la sua strada nonostante le difficoltà: mi piace l’immagine evocata dalla Devestil, il gruppo ceco di artisti a cui aderiva. La parola Devestil indica il farfaraccio, una pianta non particolarmente bella, ma tra le prime a fiorire in primavera con un fiore incantevole. Teige è anche autore del manifesto del “poetismo”, un movimento artistico che, negli anni ’20 del novecento, voleva trasformare l’arte in divertimento fantastico, inneggiando alla gioia di vivere dopo gli orrori della prima guerra mondiale. Nonostante l’isolamento da parte del Partito Comunista, fino alla sua morte, nel 1951, egli creò oltre 400 collage fotografici surrealisti, a cui mi sono ispirato per la mia serie.

Cosa deve aspettarsi il pubblico dalla mostra?
Senza svelare troppo, credo che chiunque potrà trovare qualcosa che incontra il suo gusto, sicuramente c’è un’attenzione al corpo e al bello comunemente inteso, ma anche aspetti nuovi e magari non molto visti in Alto Adige, che potranno sorprendere.
Hai scelto di lavorare con una tecnica tradizionale come il collage e la carta oggi, nel 2021… come mai questa scelta? Qual è la tua posizione rispetto al digitale?
Ho sempre amato la carta come materiale: mi piace la dimensione analogica, le persone, le sensazioni tattili. Per anni ho lavorato anche con il decollage strappando manifesti dai muri a metri! La carta è un materiale semplice, facile da utilizzare, da tagliare. Per certi versi, è come se il taglierino fosse il mio “pennello”… è come disegnare delle geometrie.

“Surrealist Escapades” è al Kunstforum Unterland di Egna
dal 7 al 18 settembre. Ingresso libero e gratuito.

Autrice: Caterina Longo

20 anni di spinte per la trasformazione

“Agli anni ’70 e ’80 in Alto Adige – fecondi, tumultuosi, interessanti – non dobbiamo guardare con nostalgia, ma piuttosto attingere a quei fermenti per trovare nuova forza nell’affrontare il nostro presente e il nostro futuro”.
Queste sono le parole utilizzate da Maria Grazia Barbiero – insegnante e politica a lungo attiva nelle principali istituzioni altoatesine – in un’intervista rilasciata alla Rai, dedicata al suo libro “Scenari in movimento”, uscito recentemente per la casa editrice Raetia.
La strada scelta da Barbiero per il suo saggio è quella di una sorta di biografia collettiva, densa, in grado di mettere al centro le numerose persone ma anche i luoghi e i “movimenti” che diedero una forte spinta nei 20 anni che – da sinistra – avvicinarono tra loro “italiani” e “tedeschi” in un’esperienza di convivenza definita dall’autrice “vera e proficua”. Ma si tratta anche di anni che seppero affermare un nuovo ruolo per le donne, in un contesto in cui le esperienze di cultura alternativa si susseguivano in vari contesti e scenari.
Il racconto messo in atto da Maria Grazia Barbiero è una lettura irrinunciabile per tutti coloro che hanno partecipato in un modo o nell’altro a quella stagione, cogliendo l’occasione per storicizzare quanto avvenne, attraverso istantanee virtualmente scattate su un esperienza in perenne movimento.
La sinistra altoatesina degli anni ’70 e ’80 in Alto Adige è un’esperienza che resta, sotto traccia, anche nei giorni nostri. Una maggiore consapevolezza degli eventi, dei contenuti e delle eredità di quella stagione, può contribuire senz’altro a dare un senso anche alle scommesse dell’oggi, non meno pressanti di quelle di allora, anche se inevitabilmente diverse. “Scenari in Movimento” può dunque essere una lettura molto interessante anche per i tanti giovani che oggi guardano all’impegno civile, sociale e politico, come ad un orizzonte irrinunciabile per il loro presente e futuro. Nel libro di Barbiero è infatti sequenziato il DNA della sensibilità che sta all’origine anche delle “battaglie” di oggi, nella loro declinazione specifica nostra complessa terra fra i monti.

Autore: Luca Sticcotti

Maria Grazia Barbiero

Fabio Bonafè indugia sulle tracce impalpabili della tenerezza

Occuparsi di spiritualità critica e attiva, perché ricercata attraverso un approccio laico. 
Tornare a parlare di responsabilità e semplicità. 
Ma soprattutto dedicare un libro intero alla tenerezza, dimensione preziosa quanto impalpabile. 
Questo è il compito che si è posto Fabio Bonafè, genovese di nascita, ma da tanti anni altoatesino di adozione. Insegnante, pubblicista, operatore culturale, attento osservatore e promotore di iniziative culturali.
Il volume di Bonafè – intitolato “Senza perdere la tenerezza” e significativamente pubblicato per la collana Equilibri precari dall’editrice Il Pozzo di Giacobbe – è interamente volto a scandagliare una categoria oggi necessaria quanto mai. 
La tenerezza è una sfumatura, come sintetizza molto bene lo stesso autore, nelle prime pagine del libro. 

“Non ci sono eroi nella tenerezza. La tenerezza non è una virtù. Certo è sempre una cosa buona e molto migliore dell’ottusità, che partorisce la durezza instancabilmente insieme a diverse altre forze disgreganti. Come la paura, la rabbia, l’infelicità, e molte altre ancora. Anche se possiamo coltivare la tenerezza e creare le condizioni per favorirla ed espanderne la presenza, in realtà noi non produciamo volontariamente la tenerezza, ne siamo affetti. Scaturisce da noi.”

La nostra è un’epoca sovente fondata su certezze per lo meno discutibili e su atteggiamenti che spesso mostrano di aver dimenticato e messo in secondo piano ogni più basilare principio e valore.
E quella alle porte è un’estate in cui molti di noi si metteranno alla ricerca di un nuovo equilibrio, volto a relativizzare le delusioni accumulate attraverso l’osservazione della schizofrenia generalizzata emersa durante la pandemia. 
In questo senso il libro di Bonafè consente di fornire una guida, un piccolo arcipelago di riflessioni in grado di predisporci al meglio nell’ottica di ricostruire rapporti, relazioni, empatie. 
Da appassionato e acuto promotore di momenti culturali, Bonafè ci dona l’occasione per riprendere un percorso, innanzitutto dentro noi stessi, facendo emergere la tenerezza che ognuno di noi ha in sé, ma che spesso non viene messa nelle condizioni di emergere. Ma che quanto riappare è poi davvero bello poterla lasciarla “andare” nella direzione di un positivo contagio verso l’altro. 

Autore: Luca Sticcotti

Illusion, il nuovo album di Manuel Randi

Un nuovo disco di Manuel Randi è sempre una sorpresa gradita, perché il chitarrista bolzanino non è uno a cui piaccia fossilizzarsi su un genere: Randi è un esploratore musicale, un musicista a 360° che ama la musica senza compromessi e quando si chiude in studio – per registrare un disco, che sia un disco di chitarra acustica, che sia un disco elettrico, suonato in solitudine o in compagnia dei fidati amici (questa volta il disco, intitolato Illusion, è accreditato al Manuel Randi Trio che si completa col basso di Marco Stagni e con la batteria di Mario Punzi) – non cede mai alla tentazione di scivolare nel virtuosismo fine a sé stesso, ma offre piuttosto dei paesaggi sonori che potrebbero essere delle micro colonne sonore, o anche un’unica, lunga soundtrack composta da vari temi che pur nella loro diversità suonano a meraviglia uno accanto all’altro.
“Durante il lockdown dell’anno scorso – ci racconta il chitarrista – ho avuto molto tempo per dedicarmi alla composizione, all’inizio avevo pensato di fare addirittura un CD doppio, infilandoci tutto, ma mi sono reso conto che non avrebbe funzionato, così mi sono concentrato su questo: la lavorazione è stata piuttosto lunga, anche se poi a registrarlo son bastati tre giorni, c’erano pochi soldi perché tutti eravamo fermi da mesi quando ci siamo ritrovati nello studio di Nartan Savona, a Merano, ed eravamo felici di riprendere. Siamo tutti professionisti della musica e non potevo chiedere ai miei compagni di venire a suonare gratis, per cui ci siamo venuti incontro reciprocamente. Sono molto contento del risultato finale, perché è come lo volevo, un disco in cui la chitarra è molto melodica, suonata come se fosse una voce e non come in un album di chitarra. E riascoltandolo mi soddisfa, sento di aver centrato l’obiettivo che mi ero prefissato. Avere musicisti come Mario e Marco per me è un onore, oltre al fatto che non serve dir loro cosa devono fare! Sono perfetti, suonare con loro è come stare in paradiso. Ma oltre al loro lavoro sono stati altrettanto fondamentali Nartan con i suoi consigli, Christa Flora che ha curato il concept grafico, Tiberio Sorvillo che ha fatto le foto e Wolfgang Spannberg, responsabile del master”.
Una voce: la Fender Stratocaster di Randi è in effetti proprio come una voce in questo disco, e le composizioni, più che composizioni per chitarra si adattano di più alla definizione di canzoni. Canzoni prevalentemente elettriche, ma nei vari brani la Strato s’interseca talvolta più, talvolta meno con le voci delle varie chitarre acustiche inserite nella struttura delle canzoni. 

Da sinistra: Mario Punzi, Manuel Randi e Marco Stagni


“Le cose che scrivo – prosegue Randi – in realtà sono sempre canzoni, anche nei dischi precedenti. Ma una canzone suonata sulla chitarra classica con tutto l’arrangiamento è più una piccola composizione. Con l’elettrica ci sono altre possibilità, un po’ come un violino,  e in questo senso sì, è proprio come una voce. A me piacciono molti generi, mi piace il flamenco, mi piace il jazz, tutta la musica, però i miei esordi sono stati rock, indubbiamente. Il mio primo modello e maestro è stato Fabio Tenca degli Skanners. E poi mi piace tanto il formato canzone, per rimanere nel nostro ambito ultimamente sono rimasto molto colpito dall’ultimo disco di Gabriele Muscolino”. 
Di canzoni e musica buona, in Illusion ce n’è per tutti i gusti, ma non in maniera furbetta, piuttosto perché Randi, da profondo conoscitore di suoni e stili, ama mescolare: abbiamo così i suoni surf del brano d’apertura intitolato Buenos Aires, le citazioni gipsy di One For Matelot, gli incanti melodici di Per una carezza e La bella addormentata, le atmosfere da fuga bachiana (ma in odor di metal) dell’immensa Passacaglia. E che dire di un brano come Il Carnevale che si libra in suggestioni latine rafforzate dalle percussioni dell’ospite Max Castlunger o dell’omaggio tributato al grande Albert Lee con l’indiavolata Alban’s Bluegrass? Un po’ come se ogni canzone fosse un bandolo differente che si va però a riavvolgere magicamente alla stessa matassa, il CD si chiude con Django Chained (evidente rimando ai suoni cari a Quentin Tarantino), che si riallaccia alle suggestioni surf di quello con cui il disco era cominciato, solamente virate verso un suono più trash e sporco.
“Ma non è tutto – conclude Manuel – sto già ovviamente pensando al nuovo lavoro, che sarà un lavoro acustico, con chitarre ma anche mandolini, con rimandi folk. Comunque ora l’obiettivo è riuscire a portare in giro questo: le cose stanno ripartendo, ci sono concerti in vista nel corso dell’estate, ma mancano le certezze riguardo al futuro. Ora sappiamo che non c’è nulla di scontato”.

Autore: Paolo Crazy Carnevale

L’amore per la cultura e l’artista “sospeso”

Mi chiamo Rolando Biscuola, abito a Merano. Vivo di musica, sono chitarrista, cantante, compositore. Come tanti miei colleghi artisti, anch’io ho subìto danni economici a causa della pandemia. Vorrei però segnalarvi questa interessante e bellissima iniziativa, che mi ha risollevato il morale dandomi fiducia per il futuro.
Sono stato contattato da un signore di Bolzano, a cui sta a cuore la cultura e l’arte in generale, che mi ha proposto di svolgere per lui un progetto artistico. A seguire ecco in sintesi il suo concetto.

“Pensando alla situazione di stallo in cui versa la cultura a causa della pandemia,  considerando anche il fatto che è da più di un anno che non spendo denaro per cinema,  teatro o concerti (che comunque avrei frequentato), ho pensato di incaricare un artista locale (musicista, attore, scrittore) a realizzare per me un progetto artistico o culturale in forma privata. Per questo progetto ho un mio budget personale di 1.000 Euro, che pagherò anticipatamente, visto che la mia intenzione è contribuire concretamente a risollevare la cultura, prefinanziando da subito  un artista in difficoltà economica a causa della pandemia. La realizzazione avverrà in località da definire, probabilmente quest’estate, o comunque appena possibile, a seconda delle normative anticovid che entreranno in vigore e nel pieno rispetto di quest’ultime. Nello spirito della mia iniziativa, l’artista dovrebbe svolgere un lavoro (anche piccolo, ad esempio se si tratta di un musicista, almeno un brano composto per l’occasione, non un intero concerto…) ad hoc per questa occasione. In pratica vorrei avere il privilegio della prima rappresentazione di questo prodotto artistico, del quale ovviamente l’autore rimane in ogni caso il proprietario e di cui disporrà in futuro come meglio crede.”

Spero che la situazione migliori e che questo atto di generosità e amore per l’arte possa innescare un meccanismo virtuoso, in modo che altri “Mecenati” locali, persone sensibili e generose, aiutino  persone artisti che oggi si trovano in difficoltà. Credo che questo significherebbe promuovere concretamente l’arte, in quanto convinto che la cultura sia un elemento essenziale e vitale per la nostra società.

Bolzano Scomparsa: prosegue il racconto

In queste ultime settimane è uscito per Curcu Genovese l’ultimo volume della fortunata serie di cronache della città di Bolzano, compilate con grande dedizione dal giornalista, disegnatore e – appunto – divulgatore storico Ettore Frangipane. 
Il grande merito di questi volumi – tutti facilmente reperibili nelle biblioteche del capoluogo e della provincia – è quello di basarsi su quanto è apparso sulla stampa locale dal 1850 al 1950. Con tutti i suoi limiti i giornali altoatesini, in lingua italiana, ma soprattutto tedesca fino al primo dopoguerra, hanno riverberato i fatti più importanti della vita politica, sociale, culturale e della cronaca. E appunto il recupero di tali cronache – altrimenti sepolte sotto la polvere del tempo, specie per quando riguarda gli “eventi minori” – è il primo pregio del grande lavoro svolto da Frangipane. Il secondo aspetto di tale riscoperta attiene all’interpretazione e alla contestualizzazione di tali cronache, un prezioso processo tutt’altro che desueto anche nei giorni nostri caratterizzati dalla persistente difficoltà di distinguere le notizie vere da quelle false e – non ultimo – i fatti dalle opinioni. 

Il dodicesimo volume delle cronache di una Bolzano – lo possiamo oggi dire con certezza – davvero un po’ meno “scomparsa” rispetto a prima – prende le mosse da un tema di stretta attualità come quello della pandemia, ricordando l’impatto che ebbe la febbre spagnola quando arrivò a Bolzano nel corso della “grande guerra”. 
Nel volume non manca l’eterno tema etnico, con un capitolo dedicato al nome “Alto Adige” che – viene ricordato – venne coniato niente meno che da Napoleone. 
Molte poi sono le sorprese inaspettate, come sempre è accaduto nei diversi volumi della collana. 
Come la presenza a Bolzano nel ‘600 di una famiglia di liutai davvero importanti, come gli Albani. Non mancano le tristi storie di guerra, così come le notizie di “colore” che non guastano e furono onnipresenti nelle cronache. Anche Bolzano Scomparsa è un volume davvero gustoso per chi ha a cuore la storia del capoluogo, tutt’altro che noiosa e scontata. Provare per credere. 

Autore: Lu.S.

Quando il fantasy scorre nell’inchiostro

“Nel mondo nulla di grande è stato fatto senza passione”, sancì Hegel; una frase che sembra calzare a pennello con la vita di Andrea Zanotti, un giovane – ha da poco passato la quarantina – scrittore di Bolzano che con una produzione letteraria decisamente prolifica sta diventando un nome nel mondo del fantasy. È uscita da poco la sua ultima fatica, “Voodoo” (edito dalla Dark Zone di Roma), ma nei prossimi mesi usciranno altri due suoi libri. E il fatto curioso è che in questo scrittore vivono due anime: quella dell’artista e quella dell’economista.

Come nasce Andrea Zanotti?
Ho una formazione scientifico-economica. Ho frequentato il liceo scientifico, ho una laurea in economia e commercio, ho lavorato tre anni presso alcuni commercialisti, in azienda elettrica e oggi mi occupo di investimenti in borsa, in particolare della compravendita di certificati finanziari. E ho sempre avuto la passione per la mitologia, per le religioni antiche collegate anche alla letteratura fantastica, quindi il fantasy e la fantascienza.

Come riesce a conciliare il suo spirito economista con quello umanista?
Quando uno ha una passione, alla fine riesce a trovare il tempo per tutto, perché è giusto seguirla. Mi ritengo fortunato: una passione mi permette di vivere, l’altra di seguire i miei interessi per la scrittura, per la mistica e per la mitologia.

Una mitologia che, leggendo i suoi libri, pare frutto della sua fantasia…
Alla fine sì, ma credo che sia una sorta di rielaborazione di tutto quello che ho letto; qualcosa rimane sempre nel cervello, sia a livello conscio che a livello inconscio. E poi c’è lo studio: per “Voodoo”, per esempio, mi sono informato, ho studiato i vari rituali di questa religione e li ho descritti.

Quanti libri ha pubblicato?
Ho iniziato dieci anni fa autopubblicando le mie opere: avevo scritto la mia prima trilogia, “Mondo 1”, e ho messo in internet il primo libro gratis, a disposizione di tutti. Ho notato che in tanti lo hanno letto, così ho messo in vendita il secondo, a un prezzo simbolico di 1 euro e 99, e anche in quel caso ho visto che c’era pubblico. Così ho proposto la seconda trilogia, “Mondo 2”, con la stessa modalità.   

E come è passato alle case editrici?
Ho iniziato a pensare che sarebbe stato meglio cambiare, anche per avere un marchio dietro che garantisse un minimo di qualità. Ho mandato allora un mio scritto alla Delos digital, la casa editrice di Franco Forte, un autore blasonato che scrive dei romanzi storici ed è anche un grande  appassionato di fantascienza. A lui il libro è piaciuto, così è iniziata la mia avventura nella carta stampata. Poi sono approdato alla casa editrice Plesio Editore, specializzata proprio in fantasy, con la quale ho pubblicato “Dracophobia”. E infine ho pubblicato “Voodoo” con la Dark Zone, una grossa casa editrice di Roma. 

Ha altri libri nel cassetto?
Il prossimo mese con la Dark zone uscirà un weird western che mi ha davvero soddisfatto scrivere. Doveva uscire al Salone del libro di Torino, ma purtoppo la kermesse è stata annullata a causa della pandemia. E poi ho un altro romanzo che avevo scritto qualche tempo fa, si intitola “Il mesmerista” e dovrebbe uscire entro il prossimo trimestre con la Mezzelane editore.

Autore: Luca Masiello