“Fratellanza e accoglienza ci giungono dalle radici cristiane”

VALORI

La nostra “storia di copertina” dello scorso numero, dedicata all’esclusività o meno delle radici cristiane dell’Europa, ha sollecitato alcuni lettori a contattarci, con messaggi e telefonate, per esprimere la loro opinione. Tra queste reazioni vi è quella di Teresa Finetto, che abbiamo deciso di pubblicare anche perché ci consente di aggiungere tutta una serie di elementi che ci era stato impossibile evidenziare con il prof. Sarri, soprattutto per motivi di spazio. Ringraziamo la nostra lettrice, un’insegnante in pensione, per aver segnalato diversi aspetti positivi del contributo dato dal Cristianesimo nel tentativo di “creare comunità” nel continente europeo, attraverso i secoli. Richiamando in questo modo lo spirito di fratellanza e accoglienza che però, ahinoi, oggi come oggi, molti cattolici praticanti sembrano poi dimenticare quando si accostano alle urne elettorali. 

Luca Sticcotti

Egregio Direttore, ho letto sullo scorso numero della rivista l’articolo dal titolo “Radici cristiane?” scritto [assieme al] professor Andrea Sarri, che conosco e stimo. Tuttavia non posso fare a meno di dissentire su alcuni aspetti della sua interpretazione, soprattutto sulla definizione di “mito delle radici cristiane” dell’Europa. Se per “mito” si intende una visione del passato idealizzata a nostalgica, non posso che concordare con lui. “Guerra, peste, carestia” sono i flagelli, conditi da un bel po’ di ingiustizia, da cui, da sempre, si è pregato di essere preservati. E il nostro tempo non ne è immune, anzi!
Ma riconoscere questo non significa negare, di conseguenza, che il cristianesimo abbia portato nella società una nuova antropologia, una nuova mentalità, un nuovo modo di associarsi e risolvere i problemi. Paolo VI ha proclamato san Benedetto patrono d’Europa perchè, alla luce dei fatti, il monachesimo è il movimento che pazientemente, in tempi durissimi, ha creato una comunità di popoli animati dallo stesso ideale, con una fede, una liturgia, una lingua, una mentalità comune, pur nelle specificità locali, dalla Spagna alla Polonia, dalla Gran Bretagna alla penisola italica.
I monasteri per secoli sono stati centri propulsori di vita spirituale, ma anche materiale a tutti i livelli: la lavorazione del formaggio (compreso il grana padano), della birra, del vino, dell’olio, le bonifiche, i terrazzamenti nei paesi mediterranaei, le dighe per difendersi dal mare nei paesi del Nord e molto altro sono nati dallo sperimentalismo dei monaci. Senza dimenticare gli orti botanici e la farmacologia naturale ora così di moda. Sorprende scoprire che persino le note musicali siano state inventate da un monaco, Guido d’Arezzo, utilizzando un inno dedicato a san Giovanni.
Tutto ciò è documentato nella bellissima mostra Il gusto del quotidiano recentemente esposta nella chiesa parrocchiale di Don Bosco.
Certamente non vanno dimenticate le altre radici, felicemente accolte nella cultura cristiana, in particolare quella latina, letteralmente salvata e trasmessa dai monasteri, e quella germanica, convertita, umanizzata e indirizzata a finalità nobili dall’istituzione della cavalleria. Un tentativo, naturalmente, non sempre riuscito ma affascinante, tanto che ha generato un nuovo genere letterario.
Mi preme, per interesse personale che mi ha spinto a studiarlo in modo particolare, accennare al fenomeno delle vie di pellegrinaggio che hanno unificato la cristianità sia nello spirito penitenziale, anche qui un tentativo ben riuscito di convertire il male, personale e collettivo, sia nello spirito di accoglienza che ha generato gli hospitales, da cui sono scaturiti gli ospedali o ospizi medioevali gestiti da confraternite laiche o congregazioni religiose e attivi fino almeno al XIX secolo. La Chiesa, intesa come popolo cristiano, nei secoli ha coltivato, con caratteristiche adeguate all’epoca, le opere di misericordia: gli studenti dovrebbero esserne informati, ci sarebbe così tanto da scoprire e, soprattutto, riprendere! Come già accade per molti gruppi di laici impegnati nel sociale.
Concludo questo inevitabilmente limitato excursus con una osservazione: a mio parere Paolo VI ha proclamato san Benedetto patrono d’Europa non per anticomunismo, ma per ricordare una eredità che, almeno fino alla Rivoluzione francese, non era necessario ricordare in quanto patrimonio comune riconosciuto universalmente. Se i papi recenti, compreso Francesco, hanno richiamato l’Europa a ritrovere la sua anima è perché, non inserendo il richiamo alle radici cristiane nella propria Costituzione, l’Unione Europea ha consapevolmente rimosso la propria storia, tradendo lo spirito dei suoi padri fondatori, Adenauer, De Gasperi e Schumann, gli ultimi due già proclamati “servi di Dio”. Si è aperta così la strada ad una rimozione che è sfociata nel relativismo, nel nichilismo, nell’individualismo e nel materialismo che caratterizzano, purtroppo, la cultura europea. Penso sia questo il vero problema dell’Europa. E penso che, se si vorrà portare avanti il sogno di un’Europa unita (già presente nell’ideale della Res publica christiana) non si potrà prescindere da un serio ripensamento su ciò che davvero può unirci. Un’Europa pragmatica, astrattamente ideologica ma senz’anima potrà procurare molti vantaggi materiali alle generazioni future, ma non potrà generare quello spirito di fratellanza e di accoglienza di cui tutti abbiamo bisogno.

Autrice: Teresa Finetto

Il teatro come strumento sociale

Da anni ormai il teatro è un linguaggio utilizzato anche fuori dagli spazi entro cui è nato; da forma di intrattenimento è passato a divenire un potente strumento sociale che può educare, ispirare e unire le persone. Attraverso la rappresentazione delle storie umane, il teatro stimola la riflessione critica e favorisce il dialogo, contribuendo a costruire una comunità più coesa e consapevole. Oggi abbiamo il piacere di presentare un’ intervista con Sara Pantaleo e Gianluca Bazzoli, che rappresentano due terzi dell’associazione di promozione sociale (APS) Sagapò.  Fondata con l’obiettivo di promuovere il teatro e la lettura, questa realtà è diventata un punto di riferimento per la comunità locale.

Com’è nata la vostra associazione?

Sara Pantaleo – Sagapò nasce come associazione che si occupa di attività culturali, tra cui teatro, promozione alla lettura e formazione su larga scala. Ci interessa da sempre lo scambio culturale con uno sguardo all’arte come mezzo per creare dialogo, uno spazio di comunicazione e di espressività. Da poco ho preso il testimone da Chiara Visca e da ottobre sono la nuova presidentessa di Sagapò, con cui, in una linea di continuità, mi e ci interessa portare avanti il tipo di attività che hanno caratterizzato finora l’associazione.

In che zona proponete le vostre attività?

Sara Pantaleo – Principalmente a Bolzano e provincia; da alcuni mesi abbiamo una sede in via Roen 12A, per cui questo spazio è reso vivo anche da un corso di teatro, che seguo io, che è iniziato ad ottobre e si concluderà a giugno. Si tratta di un percorso annuale per adulti, che poi riprenderà a settembre.

Ma voi siete presenti con le vostre attività anche in altri spazi…

Gianlunca Bazzoli – Sagapò è un’associazione che si occupa di un ventaglio di proposte sotto il cappello artistico culturale. Tra queste abbiamo le letture che vengono fatte in biblioteche e anche in spazi all’aperto. Nella nostra sede stiamo anche organizzando delle letture per bambini e famiglie per insegnare l’interazione tra libro e bambino ai genitori. 
Ci occupiamo anche di storytelling. Se c’è bisogno di raccontare una storia anche in spazi non convenzionali, questa tecnica è molto snella, quindi riusciamo ad allestire spettacoli, ovunque! 
E poi ci occupiamo di teatro, ma non solo nella scatola teatrale, perché il teatro si può portare veramente ovunque. Ho notato che ogni volta che noi portiamo un’iniziativa fuori da degli spazi convenzionali, c’è sempre molta curiosità. Il pubblico, soprattutto dopo il covid. ha voglia di tornare ad aggregarsi, ha voglia dell’esperienza diretta.

Avete altri progetti?

Sara Pantaleo – Con Federica Carrubba Toscano abbiamo fondato un collettivo artistico e ci occupiamo di teatro di ricerca e di indagine sociale.
Sagapò è stata continuatrice di questi progetti, nati dal 2020 in poi, proprio periodo pre-pandemia.
Quindi ora che siamo subentrati nella gestione di Sagapò, continuiamo a seguire i progetti da qui, per una associazione che comunque ci ha sempre sostenuto come coproduzione. È molto bello, è un viaggio che continua…
Gianluca Bazzoli – Per ora ci interessa continuare a sostenere delle iniziative che fino adesso hanno funzionato bene e che il territorio ha sempre apprezzato. Poi l’arte non si ferma mai e noi siamo curiosi di lasciarci sorprendere da quello che Bolzano può offrire, aiutandoci a creare ogni volta qualcosa di nuovo.

Autore: Till Antonio Mola

Notizie utili sulle Elezioni Europee 2024

L’8 e il 9 giugno eleggeremo i Membri del Parlamento europeo per i prossimi 5 anni. Il Parlamento europeo, che detiene il potere legislativo insieme al Consiglio dell’Unione europea, ha dunque la facoltà di adottare leggi. Esso esercita un controllo democratico su tutte le istituzioni dell’UE e, in particolare, sulla Commissione europea.

Gli europarlamentari vengono eletti con sistema elettorale proporzionale.

In Italia, è possibile esprimere da uno a tre voti di preferenza per lista votata, scrivendo, nelle righe vicino al simbolo della lista, il nome e cognome o solo il cognome dei candidati preferiti.

Nel caso di due o tre preferenze espresse, queste devono riguardare candidati di sesso diverso, altrimenti l’ultima preferenza viene annullata automaticamente.

PARTICOLARITÀ PER L’ALTO ADIGE

Le liste delle minoranze linguistiche, per superare la soglia di sbarramento del 4%, possono collegarsi alla lista di un partito nazionale: in tal caso la lista della minoranza linguistica somma i propri voti a quelli della lista nazionale e ottiene un seggio qualora un suo candidato ottenga almeno 50.000 preferenze.

Per le liste delle minoranze linguistiche è possibile indicare solo un voto di preferenza.

VADEMECUM

Si vota sabato 8 giugno dalle ore 15 alle ore 23 e domenica 9 giugno dalle ore 7 alle ore 23.

In Italia si ha diritto di voto alle elezioni europee se si è compiuto il diciottesimo anno di età, se si è cittadini italiani o dell’Unione europea con residenza legale in Italia, o cittadini italiani residenti all’estero, e si iscritti nelle liste elettorali del proprio Comune.

Il voto si esprime tracciando un segno (X) sul contrassegno della lista prescelta candidata nella propria circoscrizione. La provincia di Bolzano fa parte della circoscrizione nord-orientale, che comprende Trentino-Alto Adige, Veneto, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. La scheda elettorale, di cui vi riportiamo in questa pagina il fac simile, è la medesima per tutti i comuni delle 4 regioni facenti parte della circoscrizione.

Per votare al seggio vanno presentate la tessera elettorale e un documento di riconoscimento valido.

Chi non ha la tessera elettorale o necessita di una nuova tessera elettorale deve rivolgersi al Ufficio elettorale del proprio Comune. 

Ricordiamo che ogni voto è importante per sostenere la rappresentazione democratica nelle istituzioni europee ed esprimere la propria opinione su tematiche fondamentali come l’economia, l’energia, i diritti, l’UE nel mondo.

Il Parlamento europeo è composto da 705 deputati eletti nei 27 Stati membri dell’Unione europea allargata. Dal 1979 i deputati sono eletti a suffragio universale diretto per un periodo di cinque anni.

All’Italia spettano 76 parlamentari che vengono suddivisi per ognuna delle 5 circoscrizioni nel modo che segue:

Italia nordoccidentale: 20

Italia nordorientale: 15

Italia centrale: 15

Italia meridionale: 18

Italia insulare: 8

Gioel e il lavoro dell’artigiano, immerso oggi tra i materiali e animato dalla passione

Gioel Ghirardini è un giovane artigiano bolzanino che mostra maestria e passione in molteplici campi e la sua storia dimostra come determinazione e creatività possano dar vita a progetti di successo.

Il percorso di Gioel Ghirardini nell’artigianato ha avuto inizio con la realizzazione e la personalizzazione di sacche e magliette. Successivamente ha iniziato a collaborare con la madre producendo candele di varie forme e dimensioni, arricchite da oli essenziali con proprietà benefiche. Sebbene quest’attività gli abbia fornito una base economica più solida, Gioel sentiva che il margine di espressione era limitato. Questo lo ha spinto ad esplorare nuovi campi, come la gioielleria e la cristalloterapia. 

Nel 2022, insieme alla madre, decide di aprire “Lucidiluna”, un negozio dove può esprimere appieno la sua creatività e la sua passione per l’artigianato. Per le sue produzioni Gioel cerca ispirazione nella vita quotidiana, sui social media e attraverso un intenso lavoro di brainstorming. “Fare una pausa ogni tanto è fondamentale perché permette di assorbire meglio gli stimoli esterni. Traggo ispirazione da qualsiasi cosa, fiori, pubblicità, serie TV…” afferma. 

Un aspetto importante del lavoro di Gioel è l’eco-sostenibilità. Nelle sue creazioni infatti riutilizza materiali come legno, pellet, stoffe, vasetti di vetro e cera. Inoltre molti dei suoi prodotti offrono benefici attraverso oli essenziali e cristalloterapia. I tre pilastri del suo lavoro sono, infatti, benessere, ecosostenibilità e artigianato, che si equilibrano tra di loro.

Il suo approccio verso l’artigianato si basa sulla sperimentazione e sull’apprendimento dai propri errori, piuttosto che sullo studio teorico approfondito. Accogliere i riscontri, i suggerimenti, i consigli e i feedback sui suoi lavori è una parte integrante del suo processo creativo. La comunità è per Gioel un elemento essenziale per il suo lavoro e la sua persona. Egli afferma che sentirsi parte di un progetto comune con clienti e negozianti permette di offrire e ricevere sostegno reciproco. 

“Se hai una passione, provaci!” afferma Gioel sottolineando che fare dell’artigianato una professione è “un impegno importante”. Fare l’artigiano, infatti, non è privo di difficoltà: dall’insoddisfazione iniziale delle proprie creazioni, ai costi elevati dei materiali e alla ricerca di fornitori affidabili. 

Gioel Ghirardini rappresenta un esempio di come l’impegno, la perseveranza e il senso di comunità possano trasformare una passione in una professione. 

Sanaa El Abidi COOLtour

Radici cristiane?

Il tema dell’identità e delle radici torna, periodicamente, a caratterizzare il dibattito pubblico, soprattutto in corrispondenza con gli appuntamenti elettorali. In merito all’importanza delle radici cristiane che, per molti, ci accomunano, abbiamo scelto di parlarne con il prof. Andrea Sarri, esperto di storia della chiesa locale e non solo.

Le radici cristiane dell’Europa sono un mito. Ad affermarlo nei giorni scorsi con un articolo sul quotidiano Alto Adige è stato il professore Andrea Sarri, da anni insegnante presso il Liceo Carducci di Bolzano ed uno dei più autorevoli esperti locali nell’ambito della storia religiosa nell’età contemporanea, con particolare attenzione al rapporto chiesa-società nelle diocesi del Trentino-Alto Adige/Südtirol. 

Il tema è molto attuale perché, a poche settimane dal voto europeo, alcuni partiti sono tornati ad insistere sulle questioni identitarie e sui simboli ad esse collegati. D’altronde è stata l’attuale premier Giorgia Meloni ad affermare, nella sua autobiografia uscita nel 2021, che il crocifisso appeso a scuola “non sta ad indicare l’imposizione di una religione”, essendo esso “semplicemente un segno che caratterizza la nostra civiltà”.

Le radici cristiane, però – come ci conferma Sarri – sarebbero però solo un mito, di forte impatto sull’immaginario collettivo.

Forse non tutti hanno le idee chiare su cosa sia, di fatto, un mito. Ricorriamo allora all’enciclopedia Treccani per ricordare che, nella sua declinazione più moderna, questo termine sta ad indicare una “rappresentazione ideale o ideologica della realtà che, proposta in genere da una élite intellettuale o politica, viene accolta con fede quasi mistica da un popolo o da un gruppo sociale”. Dunque le radici cristiane, seppur significative, secondo Sarri, non sono l’aspetto largamente prevalente né tantomeno esclusivo della nostra “civilità”. 

“Nello studio della storia della chiesa e del suo rapporto con la società questo rapporto tra mito e realtà, è stato evidenziato in primis dal più grande storico del Novecento, ovvero Marc Bloch”, ricorda Sarri. Aggiungendo che quando si studia la civiltà europea la si può immaginare come una torta a più strati, dove il cristianesimo in tutte le sue forme è senz’altro un elemento cruciale, anche se naturalmente non esclusivo. “Va poi ricordato che anche il cristianesimo man mano si è trasformato. Prima dell’anno mille non era quello di papa Gregorio VII (1073-1085) che rivendicò la superiorità del papato sul potere temporale dell’imperatore, ad esempio. Così come un altro cristianesimo è quello che si afferma con il Concilio di Trento che reagisce alla riforma luterana”.

L’INTERVISTA

Prof. Sarri, quali sono le altre componenti della civiltà europea che non vengono considerate, quando vengono rivendicate in maniera esclusiva le radici cristiane?

Le fonti classiche, innanzitutto. Quella greca e quella romana. Oppure, secondo alcuni, solo quella greca, anche se i Romani come sappiamo hanno dato un grande contributo sul piano del diritto e della tecnica. Poi c’è la componente islamica che ha caratterizzato diverse zone del sud e dell’est Europa fino a quasi l’età moderna. Poi ci sono componenti germaniche e scandinave. E nel primo millennio non vanno dimenticate le componenti bizantine, relative all’Impero Romano d’Oriente che si occupò di conservare la cultura greca che in Occidente era scomparsa. E poi l’Umanesimo, il Rinascimento, la Scienza moderna, l’Illuminismo… 

In effetti si tratta di componenti molto importanti. Molte hanno avuto un rapporto con il cristianesimo, ma senz’altro la maggior parte di esse hanno avuto un ruolo fondamentale anche a prescindere da questo rapporto. In ogni caso è la Rivoluzione Francese che – di fatto – segna una cesura tra il passato e la contemporaneità. 

Sì. I diritti, le libertà, l’idea moderna di democrazia basata su un patto sociale in cui i cittadini hanno pari dignità, nascono proprio in quel momento sulla scia dell’Illuminismo e della Rivoluzione Francese. L’idea dello stato laico le cui leggi sono indipendenti dalla dottrina religiosa cristiana e cattolica è davvero rivoluzionaria. Ed è da questo shock che nasce il mito delle radici cristiane dell’Europa. L’idea che possa esserci un approccio irreligioso alla realtà e nella società porta autori come Novalis e Chateaubriand a sostenere che l’idea satanica della “laicità” sarebbe nata già ai tempi di Lutero agli inizi del ‘500 e che per evitare che la civiltà scivoli nella barbarie occorra ritornare appunto ad un medioevo, anche questo mitizzato, in cui il papa deteneva sia il potere spirituale che quello temporale. 

La chiesa come si è posta, durante la Rivoluzione Francese e negli anni della Restaurazione rispetto a questo dibattito sulle radici cristiane, rivendicate da una serie di intellettuali europei?

Il papato in realtà rimase a lungo estraneo all’elaborazione del mito delle radici cristiane. Ci arrivò solo nel Novecento tra le due guerre mondiali, per poi farlo suo nell’ottica anticomunista dopo la fine del secondo conflitto. Lo fece papa Pio XII per sollecitare le nascenti istituzioni europee affinché “riconoscessero la legge di Dio e della sua Chiesa”. Ma già Giovanni XXIII scelse di declinare il ruolo della Chiesa non più come sovrana, ma invece “madre” dei popoli europei. Se Paolo VI nominò San Benedetto patrono d’Europa con lo scopo di “cristianizzare il processo di integrazione europea”, poi Giovanni Paolo II cercò di proseguire il percorso nell’ottica di neo-cristianità. Benedetto XVI dal canto suo cercò di proseguire nel solco del suo predecessore, mentre invece l’attuale pontefice Francesco se prima ha sollecitato l’Europa a “non perdere la sua anima”, successivamente ha invece significativamente definito l’identità europea “dinamica e interculturale”. Per poi passare addirittura a definire l’azione della chiesa del terzo millennio “semplicemente misericordiosa”, ovvero pronta ad accogliere e a venire in soccorso alle persone che le si rivolgono in cerca di aiuto.

I principali partiti che rivendicano la necessità dei simboli delle radici cristiane negli spazi pubblici sono però spesso gli stessi che rivendicano anche il valore fondante della libertà individuale nella società. Quest’ultimo valore però, di per sé, non è stato esattamente fondante durante secoli e secoli di storia di storia della chiesa. A lungo la chiesa non ha visto di buon occhio lo sviluppo della libertà individuale e della coscienza critica dei suoi fedeli…  

In questo senso nel corso dell’800 la chiesa ha compiuto un suo percorso, lento, ma comunque significativo. Va anche detto che al mito delle radici cristiane dell’Europa in quel secolo si richiamarono anche i cattolici liberali, che sostenevano che in realtà le radici della modernità stavano nel Cristianesimo e nell’azione del papato romano nella civiltà europea. Sono temi che vennero ripresi negli anni ’30 del novecento anche da Benedetto Croce, in un ottica antifascista. In ogni caso oggi i richiami alle radici cristiane dell’Europa e la difesa dei suoi simboli hanno soprattutto una funzione anti islamica. Viene proposta l’idea di un’Europa guerriera, che si pone a difesa dei sui confini. Poi rimane sottotraccia il pericolo comunista. Il mito delle radici cristiane in ogni caso è stato declinato in diversi modi, come abbiamo visto. 

Nella destra politica esiste un dibattito su questi temi. Esiste una destra che, invece, sceglie di appoggiarsi comunque sulla laicità?

Bisognerebbe andare a leggere gli intellettuali di riferimento di quest’area, per capire se hanno ancora spazio voci liberali classiche. Da quello che capisco prevale l’argomento paura e quindi il ricorso al mito come difesa di identità. Sul piano inconscio scatta un riflesso condizionato basato sull’emotività. 

Sul piano locale, in Alto Adige, esiste ancora una destra laica e, anzi, anticlericale? Il Sudtirolo è fortemente secolarizzato, è sotto gli occhi di tutti. Una serie di cose non possono più essere date per scontate. La chiesa altoatesina è identitaria solo per una minoranza dei residenti e, forse, anche nella parte di lingua tedesca.

Credo che il vescovo Muser già ai tempi del Covid abbia capito che le dimensioni stesse della comunità ecclesiale, in provincia di Bolzano, ormai rappresenti una minoranza. E la sua insistenza su nuove forme di fare chiesa, come la chiesa “domestica” sorta durante il Covid sta a dimostrarlo. Lui queste forme nuove le ha presentate, nelle sue lettere pastorali, come “segni dei tempi”. Si è usciti, in sostanza, dalla dimensione della solidità pubblica del culto. Una parte rimane, perché ha anche un aspetto di convivialità, ma certo le cose sono cambiate di molto. 

Anche all’interno del clero c’è una grande presenza, oggi, di preti di origine straniera e, anzi extracomunitaria.

Sì, e alcuni anche con ruoli importanti. Una cosa impensabile anche solo 10 anni fa. Quindi non si tratta solo di vedere all’esterno una secolarizzazione, ma anche di consapevolezza che lo stesso clero non è più quello di una volta. E le stesse dinamiche ci sono, naturalmente, anche nella vicina diocesi di Trento. 

Quindi all’interno della chiesa la tentazione di insistere sulla rivendicazione delle radici cristiane è minore rispetto a quanto avviene in politica?

Sono nelle condizioni e forse hanno anche la capacità di guardare oltre, con una prospettiva che va al di là delle prossime elezioni.

Autore: Luca Sticcotti

I “riti di passaggio” nel terzo millennio

A Bolzano è attiva dal 2020 Übergang – Passaggi, una associazione di promozione sociale che offre una alternativa laica alle cerimonie religiose. Il tema è molto attuale, ma al tempo stesso, molto delicato. Per capire meglio di cosa si tratta, abbiamo incontrato il suo presidente, Francesco Campana.

Cosa sono i ”riti di passaggio”?

Sono dei rituali che segnano la transizione tra un prima e un dopo. È come un passaggio di un ruolo sociale di un individuo all’interno della sua comunità. I più noti sono quelli che conosciamo con il nome di battesimo, matrimonio e funerale.

Con la differenza che come associazione promuovete questi riti in modalità laica. In una società profondamente segnata da rituali cattolici, o comunque religiosi, voi proponete una offerta diversa…?

È proprio così: noi siamo partiti dalla constatazione che da un lato nella società di oggi non si è persa la voglia di ritualizzare momenti importanti e significativi della vita; dall’altro che sempre meno persone frequentano gli ambienti della Chiesa o comunque delle religioni. Sono sempre di più le persone che promuovono i propri ideali di laicità e di libertà di espressione.
Alla luce di questo, stiamo provando a trovare un’alternativa, ovvero dare senso, significato e supporto ai rituali importanti dell’essere umano, ma facendolo in una chiave laica, ovvero non avendo a che fare con sistemi religiosi alle spalle o comunque con una teoria o un riferimento a Dio.
Questo ha permesso di cambiare la parola “battesimo” in “cerimonia di benvenuto”, il “matrimonio” in “cerimonia di unione” e il funerale in “cerimonia di commiato”. Ripeto, si tratta di alternative che rispondono a un bisogno, come abbiamo capito, fondamentale per l’essere umano.

È significativo constatare il fatto che lei non sia ateo, ma provenga invece da un vissuto cattolico. è il motivo per cui ha un approccio sicuramente rispettoso rispetto a tanta simbologia?

Assolutamente sì. Io come occupazione principale lavoro in un’associazione che è ispirata dal Vangelo (l’associazione la Strada – Der Weg n.d.r.). Sono figlio di un diacono permanente e proprio per questa ragione comprendo, avendoli vissuti dall’interno, l’importanza dei riti e dei momenti comunitari per la nostra collettività.
Però ho dovuto aprire lo sguardo, anche su me stesso, comprendendo che la società oggi si è trasformata, si è modificata e noi non possiamo lasciare le persone sole; quindi in un momento di grande trasformazione o anche di sofferenza, come nel caso di un lutto, l’importante è offrire a tutti delle possibilità di accompagnamento, diversificando le risposte rispetto alle singole esigenze e credi.

L’associazione Übergang – Passaggi raccoglie persone interessate ai rituali di passaggio. Quali sono gli obiettivi principali che avete come associazione?

Siamo pochissimi ancora, perché è una professione poco conosciuta. Il celebrante, che deve essere laico e umanista, è una figura professionale che oggi si sta tentando di normare anche in Italia, attraverso un’associazione nazionale che si chiama Federcelebranti Italia. Lo scopo della nostra associazione è quello di portare la possibilità e l’alternativa laica alle cerimonie e fare cultura rispetto a questa importante tematica anche qui in Alto Adige. Spesso le persone non sanno che possono avere un matrimonio civile più ricco di significato affidandosi a un celebrante laico oppure non conoscono la possibilità di salutare un proprio caro o un proprio familiare con un rito laico, magari celebrato all’interno della sala del commiato del cimitero di Bolzano.

Dove si possono trovare maggiori informazioni sulla vostra attività?

La nostra pagina web è www.ubergang-passaggi.com. Ma siamo presenti anche su Facebook ed Instagram.

Autore: Till Antonio Mola

2023: l’anno della svolta in l’Alto Adige

Nei giorni scorsi è stata presentata la nuova edizione dell’annuario promosso dalla Società di Scienza Politica dell’Alto Adige, uno strumento fondamentale per analizzare soprattutto i cambiamenti in corso nella società altoatesina. L’edizione di quest’anno è quasi completamente focalizzata sui risultati, eclatanti, delle elezioni provinciali 2023. 

Il tema principale di Politika 2024 riguarda – come era facile immaginare – le elezioni provinciali svoltesi lo scorso ottobre, il cui esito ha rappresentato una svolta sotto molti punti vista, plasmando di fatto il panorama politico altoatesino e il futuro sviluppo del nostro territorio, non solo in termini politici. 

L’aspetto più significativo è senz’altro rappresentato dalla perdita da parte della SVP della sua pretesa di rappresentanza esclusiva dei gruppi linguistici tedesco e ladino. 

Com’è noto per la prima volta nella storia dell’Alto Adige la giunta di governo ha dovuto comprendere infatti un altro partito di lingua tedesca per formare la coalizione di maggioranza. 

Un secondo dato significativo è stata la scarsa performance dei partiti italiani, non in grado in particolare di presentare un partito in grado di candidarsi anch’esso ad una coalizione esclusiva con la SVP. La bassa affluenza alle urne degli elettori del gruppo linguistico italiano ha provocato di fatto una sottorappresentazione del gruppo italiano. 

Nel mondo di lingua tedesca si è osservata la prosecuzione della progressiva erosione del consenso ottenuto da parte della SVP, a fronte di una crescente frammentazione del sistema dei partiti e del sostegno all’antipolitica. 

Nel corso della conferenza stampa di presentazione dell’annuario di Politika dell’Alto Adige, il curatore Günther Pallaver ha evidenziato il fatto che per la prima volta il processo di formazione della giunta provinciale è stato accompagnato da una serie di proteste e che – sempre per la prima volta – in giunta è rappresentato un partito che non si è distaccato in maniera formale dal fascismo. 

Le elezioni provinciali del 2023 hanno visto una grande permeabilità etnica degli elettori, con in particolare una percentuale importante di elettori italiani che hanno votato partiti di lingua tedesca. 

Un altro aspetto molto significativo è anche la grande presenza di nuovi consiglieri provinciali provenienti da un’esperienza nelle amministrazioni comunali (il 71,4 per cento in Alto Adige). 

Per quanto riguarda la rappresentanza femminile, nel consiglio provinciale di Bolzano la percentuale è del 28 per cento a fronte del 41 per cento in Tirolo e il 40 per cento in Trentino. 

L’altra curatrice Elisabeth Alber ha osservato che l’utilizzo dei social media diventa sempre più importante durante le campagne elettorali, ma c’è un comportamento disomogeneo tra i partiti. Nello specifico solo due hanno utilizzato tutte le piattaforme e si tratta di Südtiroler Freiheit e la lista di Jürgen Wirth Anderlan. 

Ma solo Südtiroler Freiheit ha utilizzato una strategia ad hoc, spesso basata sulle emozioni, riuscendo a raggiungere anche molti nuovi elettori giovani. I post, dedicati spesso anche a temi sensibili come migrazione e sicurezza, hanno rappresentato anche una certa problematicità non essendo stati moderati nei social, anche se veicolavano discorsi di odio o appelli alla violenza. è mancato quindi un senso di responsabilità da parte dei partiti citati. 

L’annuario trilingue Politika 2024 è reperibile in tutte le librerie e le biblioteche. 

Autore: Luca Sticcotti

Musica e fumetto di nuovo protagonisti

Torna anche quest’anno (31 maggio e 1 giugno) ArtMaySound, il festival di musica e fumetto. Il fil rouge che caratterizzerà le varie attività e gli spettacoli di quest’edizione sarà il tema “Futuro” scelto dai giovani di COOLtour che da gennaio hanno seguito insieme agli operatori l’organizzazione e stesura del programma della manifestazione.

Il festival avrà luogo a Museion e lungo le passeggiate del Talvera degli Alpini nei giorni venerdì 31 maggio e sabato 1 giugno, durante i quali tutti coloro che vorranno partecipare potranno seguire workshop e laboratori, assistere a talk, spettacoli e presentazioni tra cui l’apprezzato Live Painting e il tanto atteso Contest musicale dove giovani musicisti locali si sfideranno a colpi di note. Come ogni anno saranno presenti molti ospiti musicali e legati al mondo del fumetto e dell’arte grafica tra i quali troveremo nomi locali come la band Atop The Hill, l’artista Oakmood – Christian Luccarini, il fumettista Armin Barducci e invitati che giungeranno dal resto del territorio nazionale come Icaro Tuttle, Rocco Casulli, Testi Manifesti e l’ospite musicale “Big” di questa edizione Bassi Maestro con il progetto Noth of Loreto. Una delle novità 2024 è la possibilità di giocare all’interno dell’arena VR nel piano interrato del museo grazie alla collaborazione con BeYoung. Il Cafè Museion preparerà inoltre uno speciale menù a disposizione di coloro che prenderanno parte ad Art May Sound e volessero prendersi una pausa e godersi il sole primaverile tra le varie iniziative. Il pubblico potrà inoltre trovare stand espositivi, tornei di gioco organizzati da Time Twister, mostre, esposizioni e attività di Sketch&Draw durante il corso di entrambe le giornate che si concluderanno come di consueto, il venerdì, con il Contest musicale e, il sabato, con il concerto dell’ospite speciale. Oltre ai numerosi artisti saranno presenti anche la Biblioteca Civica che porterà i propri fumetti mettendoli a disposizione della cittadinanza, e ADMO che sarà come ogni anno presente con il suo stand. Ci sarà anche la Biblioteca BOM che offrirà ai partecipanti compresi tra l’età di 16 e 35 anni uno spazio di dialogo e incontro in cui si potrà affrontare liberamente il tema del rapporto che intercorre tra cultura e comunità. ArtMaySound è realizzabile nell’edizione 2024 grazie all’impegno dell’Associazione La Strada – Der Weg ONLUS e alla fiducia e al sostegno dell’Ufficio Giovani del Comune di Bolzano e dell’Ufficio Politiche Giovanili della Ripartizione Cultura Italiana della Provincia di Bolzano.

Autrice: Anna Michelazzi COOLtour

Martina de Pellegrin, artista spontanea

Martina de Pellegrin è un’artista bolzanina specializzata nella tecnica del pastello su carta, nonostante si cimenti anche in diverse pratiche artistiche come, ad esempio, il disegno su strumenti musicali. Si appassiona all’arte sin dall’infanzia grazie all’ambiente in cui è cresciuta, ricco di libri sull’argomento ed ereditando l’amore per questa disciplina dal padre. Il disegno diventerà velocemente il miglior strumento per esprimere i suoi sentimenti e la sua visione del mondo. La ricerca di uno stile personale l’ha portata, inizialmente, a intraprendere uno studio accademico dei grandi artisti italiani e, in seguito, a decidere di trascorrere circa 10 anni in Toscana per esplorare le proprie radici e studiare Beni Storico Artistici presso l’Università di Siena.

“Non saprei dire con esattezza come nascono le mie opere, esse emergono dall’interno. Sia la mia mente che il mio cuore generano queste immagini e la mano semplicemente le trasferisce sulla carta istintivamente” afferma Martina de Pellegrin. “Ogni cosa ispira le mie opere, come le emozioni che mi attraversano o il desiderio di plasmare qualcosa di esteticamente gradevole che nutra la bellezza dell’occhio e la pace dell’animo di chi osserva.”

Le opere di Martina de Pellegrin consistono principalmente nella rappresentazione di busti umani, nonostante si sia confrontata anche con il ritratto di personaggi celebri e con la riproduzione di opere pittoriche già esistenti. Inoltre l’avvicinamento al contesto musicale dell’Alto Adige l’ha spinta a cimentarsi anche nella decorazione di diversi strumenti musicali.

L’artista descrive i suoi personaggi come figure che si trovano in uno stato di attesa, spesso donne bloccate in un mondo senza tempo. 

“Queste donne vivono in equilibrio tra realtà e surrealismo, costantemente in lotta con il proprio io interiore. Tuttavia sono donne di carattere, distanti da canoni estetici forzati, decise a sfidare il mondo nella loro unicità. Ritengo che ognuna di esse rifletta una parte del mio essere”. L’arte per Martina de Pellegrin resta solo un hobby, nonostante mostri una grande passione per questa disciplina. Ogni opera presenta elementi fortemente legati all’artista, in quanto sono frutto di un suo puro istinto creativo cosa che le rende difficile realizzare opere su commissione. 

Eternamente grata di questa sua abilità di espressione personale continua il suo percorso per migliorarsi e continuare ad esplorare l’arte figurativa, studiando e perfezionando le sue capacità ogni giorno. 

Autore: Martin Bonaccio COOLtour

“Wild blocks”: una giornata dedicata ai climber e nello specifico al “sassismo”

Sabato 4 maggio si è svolta la terza edizione del contest “Wild Blocks”, una gara di arrampicata sportiva all’aperto, organizzata da DoloMate in collaborazione con l’associazione YoUnited. La gara consisteva in trenta possibili vie posizionate sui due blocchi fuori da Salewa e gli scalatori potevano decidere quali completare, autovalutandosi con l’aiuto di una scheda. I migliori cinque si sono poi sfidati con un’ultima via comune. Il bouldering o sassismo è un’attività di arrampicata su massi (naturali o artificiali) che viene svolta a massimo 7-8 metri di altezza e consiste nel risolvere particolari sequenze di movimenti concatenati e dinamici, in genere pochi (8-10), ma estremamente difficoltosi. Questa disciplina viene svolta senza corda e imbragatura, gli atleti arrampicano in free solo. Abbiamo intervistato alcuni degli atleti presenti per scoprire assieme il mondo dell’arrampicata sportiva.

Anika, come ti sei avvicinata all’arrampicata?

I miei genitori arrampicavano e già da piccolina mi portavano in falesia con loro. Così un po’ per gioco ho iniziato a fare le mie prime arrampicate su roccia ed è nata la passione. Mi sono iscritta ad un corso di arrampicata indoor e da lì non ho più smesso. Ho iniziato a fare amicizie in palestra e ho iniziato ad andarci sempre più spesso. 

E invece a te Niklas, cosa ti piace di più del boulder?

Del boulder amo la forza e il dinamismo che questa specialità ti richiede. Lo sforzo mentale inoltre è molto grande, devi preparare con cura ogni mossa che vorrai fare in anticipo.

Ciao Michele, quali sono i tuoi progetti futuri come boulder?

Mi piace mettermi sempre alla prova e cercare di completare vie sempre più difficili. Sbagliare e migliorare dagli errori.

Giada, perché hai scelto di praticare questo sport e non un altro?

Questa disciplina ti permette di stare a contatto con la natura e di metterti costantemente alla prova con te stessa. A fine giornata torno a casa stanchissima e con gli avambracci che mi sembrano stiano per cadere, ma con un sorriso a trentasei denti.

Ciao Matteo, cosa ti piace in particolare di questo sport?

È un istinto che abbiamo naturalmente quello dell’arrampicata, tocca a noi migliorare la tecnica e riscoprire questo istinto.

E tu invece Lucia ci dici come ti alleni?

Principalmente arrampicando e cercando di fare gradi sempre più difficili. Un paio di volte a settimana invece vado in palestra per rafforzare i muscoli e migliorare la mobilità. Il boulder è uno sport di forza, resistenza, equilibrio e dinamicità.

Ad Anna invece chiediamo se non ha mai pensato di mollare questa attività sportiva…

A volte dopo una giornata passata cercando di chiudere una via e fallendo ogni volta mi viene da pensarlo, ma alla fine non ci riesco mai, perché questi momenti mi danno la motivazione per continuare a cercare le giuste sensazioni che ho provato in passato. L’adrenalina che il tuo corpo ha quando riesci a completare un tracciato è indescrivibile.

Infine ad Olga chiediamo se Bolzano è una città amica dei climber.

Si lo è! Abbiamo alcune bellissime palestre di roccia e tantissime falesie in provincia dove possiamo allenarci. Rispetto ad altre città noi siamo avvantaggiati avendo le montagne che ci circondano.

Autore: Niccolò Dametto