Rita Chiaromonte: l’impegno per la scuola anche oltre la scuola


Maria Rita Chiaromonte è stata insegnante, dirigente scolastica e ispettrice per l’integrazione. Ha collaborato al Nucleo operativo del Comitato di valutazione del sistema scolastico. Per l’Università di Bolzano è stata docente a contratto presso la Scuola di Specializzazione per l’Insegnamento Secondario per l’insegnamento della Didattica Speciale. Dopo il pensionamento, in seno al Soroptimist International d’Italia, è tornata ad occuparsi di scuola e in particolare del dilagante problema del Bullismo e del Cyberbullismo, creando con altre esperte materiali che potessero essere di sostegno alle famiglie oltre che ai docenti.

Come siete arrivate a creare un gruppo di lavoro sul bullismo?

Il Soroptimist ha creato un gruppo di lavoro formato da soggetti della società civile: esperte del settore, psicoterapeute e psicologhe, funzionarie delle forze dell’ordine, genitori, magistrate, dirigenti scolastiche, docenti, studenti.

Il vostro gruppo di lavoro ha creato anche del materiale informativo?

Il Club Soroptimist International si è impegnato a realizzare un’agile guida intitolata Contro il Bullismo e i Cyberbullismo, rivolta essenzialmente a genitori e insegnanti. Nella seconda parte compaiono le domande dei genitori e le risposte delle psicoterapeute. Nella terza parte vi sono le testimonianze toccanti dei ragazzi vittime di bullismo.

Cosa è il bullismo?

Il bullismo è una forma di comportamento aggressivo e prepotente caratterizzato da intenzionalità, sistematicità e asimmetria di potere Il bullismo può essere fisico, verbale

o psicologico.

Che cos’è il cyberbullismo?

Il cyberbullismo o bullismo digitale è una forma di aggressività sociale molto pericolosa perché, sfruttando la tecnologia, internet e i social media può diventare più veloce, pervasiva, diffusa, distruttiva e anonima. Si giunge velocemente alla public shaming, che è l’umiliazione pubblica di un individuo.

Quali sono i ruoli nel bullismo?

Il bullismo è un fenomeno di gruppo e sei sono i ruoli identificati: il bullo/la bulla, l’aiutante del bullo, il sostenitore del bullo, la vittima, il difensore della vittima, l’esterno.

Il bullismo è un comportamento solo maschile?

Da sempre il bullismo è stato trasversale ai generi ma a partire dal 2019 il bullismo al femminile ha avuto un vistoso aumento.

La scuola può contrastare il bullismo e il cyberbullismo? Come interviene?

I doveri dei dirigenti scolastici e degli insegnanti – in quanto Pubblici Ufficiali – sono in primo luogo l’elaborazione e l’utilizzo del “Il Protocollo di prevenzione del bullismo e del cyberbullismo”, documento indispensabile che viene condiviso con i genitori. Molto importante è anche l’istituzione del Team Antibullismo costituito dal dirigente scolastico e dai referenti per il bullismo-cyberbullismo, dall’animatore digitale e da altre professionalità presenti all’interno della scuola (psicologo, pedagogista, operatori).

Se tali risorse non fossero sufficienti?

Il dirigente scolastico, l’insegnante, il genitore, l’educatore devono attivare senza ritardo le autorità competenti: i Servizi minorili, le Forze di Polizia e l’Autorità Giudiziaria attraverso: modalità quali la segnalazione, la denuncia, la querela, l’ammonimento.

Cosa si intende per segnalazione?

La segnalazione è un atto redatto da qualsiasi persona o istituzione che sia venuta a conoscenza di una situazione lesiva o pericolosa per la salute psichica o fisica di un minore con cui si comunica ai Servizi Sociali, a un Ufficiale di Polizia Giudiziaria o all’Autorità Giudiziaria una preoccupazione relativa alla situazione di pericolo per uno studente.

Cos’è la “denuncia”?

È la segnalazione obbligatoria con la quale il Pubblico Ufficiale rende noto all’Ufficiale di Polizia Giudiziaria o all’Autorità Giudiziaria un fatto che può costituire un reato perseguibile.

Cos’è la “querela”?

È uno strumento che prevede un “richiamo” da parte dell’Autorità di Pubblica Sicurezza all’autore di cyberbullismo. Si può presentare al Questore la richiesta di ammonire uno o più minori (di età compresa tra 14 e i 18 anni non compiuti), autori delle condotte sopracitate.

Il Cai di Bolzano, una sezione attiva piena di proposte


La sezione di Bolzano del Cai, noto per la sua lunga tradizione e le sue numerose attività, rappresenta un punto di riferimento per gli appassionati di montagna e cultura alpina. Abbiamo intervistato il suo presidente, Maurizio Veronese, per conoscerne meglio programmi e attività. Veronese ci offre una panoramica completa delle proposte escursionistiche, adatte sia ai principianti che agli esperti, e del significativo impegno del Cainel promuovere la cultura della montagna attraverso mostre, film, conferenze e incontri con autori.

Il Cai di Bolzano si è fatto conoscere per le sue attività culturali – il primo pensiero va alla mostra su Walter Bonatti, in collaborazione con il Museo della Montagna di Torino, lo scorso inverno alla Galleria Civica – ma l’attività principale restano le escursioni…

Assolutamente, si. Offriamo circa una quarantina di escursioni spalmate lungo tutto l’arco dell’anno da gennaio fino a fine ottobre, per cui ogni domenica o quasi – in inverno ne organizziamo una ogni 15 giorni, a seconda del tempo. Proponiamo uscite di un giorno oppure anche trekking di più giorni. Quindi il fenomeno dell’escursionismo per noi è molto importante. È una attività a cui partecipano moltissime persone, non ultimo in quanto i nostri titolati di escursionismo fanno delle proposte che sono obiettivamente interessanti.

La vostra proposta è indirizzata ad escursionisti principianti o a esperti?

Proponiamo sia escursioni “facili”, cioè con un dislivello minimo che può andare dai 300 ai 600 metri, ma anche escursioni per persone che vogliono camminare e impegnarsi, quindi dislivelli superiori ai 1000 metri nell’arco della giornata, per chi cerca una sfida particolare perché si sente predisposto per impegnarsi notevolmente nella salita e non ha paura di arrivare sulla cima. Abbiamo entrambe le proposte: i soci possono scegliere sul libretto (scaricabile anche dal sito internet del CaiBolzano, n.d.r.) le escursioni che ritengono più adatte alle proprie capacità e poi si iscrivono a quelle che preferiscono. A volte succede che proponiamo sia l’escursione difficile, che un percorso alternativo un po’ più semplice: si parte insieme e poi chi se la sente va sulla cima.

La nostra è una proposta forte, che cerchiamo di pubblicizzare anche sulla stampa locale.

Sui giornali spesso si legge della vostra attività culturale…

È un aspetto su cui puntiamo parecchio proprio per farci conoscere, ma anche per far capire che il Cainon è solo arrampicata, speleologia o escursionismo. Il Cai propone anche cultura, intesa come avvicinamento, conoscenza e rispetto della montagna. Sono valori che non trasmettiamo solo con le uscite, ma anche proponendo riflessioni a vario livello, quindi con delle mostre, con dei film, con delle conferenze e degli incontri con autori di libri.

A questo proposito mi preme ricordare che stiamo portando gli autori di libri nelle scuole, non ultimo grazie alla dottoressa Mirca Passarella (ex dirigente scolastica, n.d.r.) che è andata in pensione ed è venuta a darci una mano nella commissione cultura del Cai. Lei è molto stimata e devo dire che ci sta dando un grandissimo aiuto per portare gli autori di libri di montagna e di narrativa per ragazzi nelle scuole. Ciò permette di avviare una riflessione su cosa significa la montagna e su cos’è l’ambiente in generale. Perché uno dei punti forti del Cai, anche essendo associazione ambientalista riconosciuta, è quello di tenere molto alla cultura dell’ambiente.

Till Antonio Mola

Orienteering, in natura e in città

L’orienteering è uno sport che coniuga abilità fisiche e mentali, portando i partecipanti a misurarsi in ambienti naturali e urbani attraverso percorsi studiati nei minimi dettagli. Oggi ci immergiamo in questo mondo, esplorando le attività del Gruppo Orientisti di Bolzano con l’aiuto di Enrico Frego, tecnico federale ed esperto in questo campo. Per chi non conosce l’orienteering, il primo segnale distintivo sono le lanterne colorate disseminate lungo il percorso di gara.

L’INTERVISTA

Enrico Frego, cos’è l’orienteering? E come funziona?

L’orienteering è una disciplina che viene chiamata anche sport dei boschi perché si pratica all’aperto, prevalentemente nel bosco. è nata circa duecento anni fa in Scandinavia. In un certo senso è un gioco adatto a tutti, in cui si utilizzano una carta topografica – realizzata appositamente con segni convenzionali unificati in tutto il mondo – ed una bussola. Si può gareggiare individualmente o in squadra, transitando attraverso diversi punti di controllo posti sul territorio. Quando si raggiunge il punto di controllo, contrassegnato dalle lanterne, ci si registra con il proprio testimone. Vince chi impiega il tempo minore. In questo sport, però, non vince necessariamente il più veloce, ma chi è in grado di orientarsi più rapidamente o chi si organizza meglio, cioè chi fa le scelte di percorso migliori. Si divide in quattro discipline: corsa orientamento, mountain bike, e nella versione invernale, con sci da fondo. La corsa è la regina delle pratiche sportive dell’orientamento, con percorsi molto lunghi, medi e brevi. I percorsi brevi generalmente si tengono nei centri storici delle città. La quarta disciplina è il trail-O detto più semplicemente orientamento di precisione. è nata per dare spazio anche a disabili, ma è praticata insieme a persone normodotate, creando gare interessanti dove tutti sono posti sullo stesso livello; è riconosciuta dal Comitato Paralimpico. Le gare nelle quattro specialità si svolgono su tutto il territorio nazionale ed internazionale, creando un interessante binomio di sport e turismo.

Lei è anche un esperto nel posizionamento dei percorsi, giusto?

Sono tecnico abilitato alla creazione di percorsi agonistici, ma ho una grande propensione nella ideazione di percorsi a titolo divulgativo di questo meraviglioso sport.

Prima accennava al Comitato Paralimpico. L’orienteering è uno sport olimpico?

Questo è un progetto su cui si lavora molto anche grazie anche alle nuove tecnologie, (droni, gps, maxi schermi ecc.), ma ci  sono molte difficoltà logistiche, che rendono difficile l’intento..

Come GOB, Gruppo Orientisti Bolzano, siete molto noti per la vostra accoglienza e specializzazione nella divulgazione di questo sport. Cosa fate esattamente?

Pur essendo la squadra attiva più antica d’Italia, oggi siamo noti più per la nostra attività divulgativa, formativa e ludica che agonistica. Quest’anno, ad esempio, abbiamo coinvolto ragazzi e genitori organizzando dodici incontri utilizzando varie ”arene” bolzanine come il Parco Petrarca, le passeggiate del Guncina, Il Parco Firmian, il Bosco dei Bricconi, la Sport City a Bolzano. Ma ci siamo mossi anche nei dintorni come ad esempio al Colle o a Maso Ronco, ma anche al Grand Hotel di Dobbiaco per una due giorni di immersione nell’orientamento.

Parliamo degli appuntamenti nel centro storico di Bolzano.

Da anni proponiamo percorsi tematici in centro, che uniscono all’orientamento la possibilità di scoprire aspetti della nostra città. Si tratta di temi adatti a tutti, dai più piccoli ai “bambini” di 90 anni. La proposta spazia dalle piccole curiosità a temi legati all’ambiente, come il verde e l’acqua: ma può riguardare sconosciute “opere d’arte” fino a veri e propri percorsi didattico-artistici o storici, molto richiesti dalle numerose scuole che ogni anno raggiungono la nostra città per visitare Oetzi e che “giocando” prospettano una nuova divertente forma di visita ai propri insegnanti e scolari. I percorsi sono frutto di una minuziosa raccolta dati, effettuata ancora nel 2010 – insieme a oltre 2000 fotografie catalogate di particolari punti del centro storico – unitamente al continuo lavoro di aggiornamento della mappa, adattabili di volta in volta alle esigenze del richiedente di turno. I vari punti servono sì a scoprire parti sconosciute o quasi della nostra città, ma soprattutto a far riflettere e a far nascere domande in modo che il partecipante incuriosito possa in autonomia approfondire i temi proposti. Scopriamo spesso che altre realtà utilizzano le nostre mappe. Questo non ci infastidisce, anzi, ci fa piacere, ma gradiremmo che si citassero le fonti o, meglio ancora, che ci interpellassero direttamente, in modo da fornire loro materiale aggiornato. Quando prepariamo delle mappe per i bambini delle elementari, ci assicuriamo di predisporre percorsi sicuri, sempre in accordo con le loro maestre o maestri, evitando attraversamenti pedonali e cantieri. Tuttavia, c’è chi utilizza ancora mappe nostre di qualche anno fa, che segnano elementi architettonici della città, alcuni dei quali, a causa di lavori, non esistono più. Per questo preferiamo essere contattati, non solo per correggere le mappe, ma soprattutto per predisporle in modo tale da non perdere di vista lo scopo ultimo: migliorare la capacità di’orientamento, divertendosi.

Chi è interessato alla vostra attività dove può documentarsi? Come si entra in contatto con voi?

La cosa più facile per trovarci, almeno per chi ha Facebook, è seguire la pagina del Gruppo Orientisti Bolzano, dove pubblichiamo tutte le informazioni relative alle varie attività man mano che vengono svolte. Si può anche scrivere una mail al seguente indirizzo:
gob.bolzano@gmail.com

Autore: Till Antonio Mola

Merano vissuta da primo cittadino

Il sindaco di Merano Dario Del Medico si trova ormai oltre la metà della sua prima legislatura e traccia un bilancio del ruolo che non si aspettava di poter ricoprire ma che oggi vive serenamente, pur non nascondendo le tante difficoltà. Nel suo ufficio nel cuore della città Dal Medico ci ha parlato del futuro della città del Passirio, dei suoi problemi, dei grandi progetti che stanno trovando oggi una realizzazione e di quelli che ancora sono solo tratteggiati sulla carta.

Era l’ottobre del 2021 quando l’avvocato Dario Del Medico varcò per la prima volta il municipio con la fascia tricolore, e lo fece dopo essersi candidato con una lista civica totalmente slegata dai partiti tradizionali; una scelta che – numeri alla mano – venne premiata dagli elettori. Oggi a distanza di tre anni molto è cambiato, sia per lui che per la città.

Sindaco Del Medico, lei è stato eletto in una lista che si poneva oltre le divisioni ideologiche, e pare che questa scelta  si sia rivelata vincente. Qual è la situazione oggi, le sembra che questa spinta civica sia rimasta nei cuori dei cittadini?

Secondo me sì, anche perché gestire una città di queste dimensioni richiede soprattutto uno sforzo amministrativo, per cui non c’è il reale bisogno di un collegamento con la politica nazionale. Avevo accettato di correre per le Comunali, ritenevo la proposta un onore, e avevo detto fin da subito che avrei voluto essere un candidato indipendente fra le civiche. Poi, con mia grande sorpresa, i meranesi hanno deciso di votarmi, evidentemente premiando anche questa scelta, che ritengo vincente ancora oggi: non sono legato a nessuno, mi sento davvero super partes, e sono davvero a mio agio così. 

In questo suo mandato sono stati sciolti molti nodi cruciali dell’amministrazione cittadina. Fra questi la questione dell’areale militare, che potrebbe diventare parte integrante della città… 

Non è una questione semplice, e trovare una soluzione non sarà così agevole come potrebbe sembrare: sta passando piano piano nelle mani della Provincia, e poi potrà passare nelle mani del Comune. Il problema è che il Comune non ha le potenzialità economiche per poter pensare di acquistare quell’areale, perché – lo ricordo – non verrà ceduto a titolo gratuito. In merito però ci sono moltissime idee; un paio di anni fa abbiamo fatto un convegno sul tema, ed ora vorremmo organizzarne un altro per avere una visione più concreta su quello che potrebbe essere lo sviluppo di questa zona. Siamo però consapevoli che qualsiasi idea avrà bisogno di diversi lustri per vedere la luce, per cui dobbiamo essere molto elastici nella pianificazione, rispondendo alla domanda: quali saranno le esigenze della città fra 20 anni?

Ma quale sarebbe il suo sogno in merito?

Merano come centro secondo centro altoatesino non ha ancora un suo palazzetto dello sport: tutte le società sportive che militano tra le serie A di pallamano e altre Serie B e che fanno campionati nazionali, sono sempre dipendenti dalla disponibilità delle scuole, e sono quindi sempre ospiti. È un sogno, ma in realtà assieme alla Provincia sono già in atto dei contatti con “Euregio Plus”, che potrebbe essere utile per investimenti a lungo termine.

E poi c’è la questione dell’ippodromo: siamo finalmente a un vero punto di svolta?

Siamo riusciti a firmare il contratto di permuta, si tratta di un bel passo avanti per il suo rilancio. Abbiamo a disposizione un “gruzzoletto” da investire, e sono molto felice delle persone che sono state nominate nel relativo gruppo di lavoro: la Provincia ha nominato due tecnici,  Daniel Bedin, direttore del Dipartimento opere pubbliche e valorizzazione del patrimonio e Andrea Sega, direttore dell’Ufficio edilizia est, mentre noi abbiamo scelto altri due membri, l’avvocata e vicepresidente di Merano Galoppo Clara Martone e il consulente aziendale Richard Stampfl, grande appassionato di ippica, nonché proprietario di cavalli. Sono persone che se ne intendono, che conoscono le necessità ed i problemi del settore.

Uno dei temi più stretta attualità è quello dell’overturism. Com’è la situazione a Merano?

Merano è una città a vocazione turistica da sempre e di turismo vive, ci guadagnano tutti, non solo gli albergatori, e questo è un particolare che non tutti comprendono davvero. Sono stato in città che un tempo erano dei templi del turismo, e che oggi invece sono in crisi, come Chianciano Terme, per esempio, che oggi è ridotta a città fantasma, e questo lo vorrei davvero evitare a Merano. Proprio in questo periodo stiamo lavorando con l’Azienda di soggiorno per creare un percorso che renda Merano attrattiva prima per i residenti e poi per gli ospiti, facendoli poi naturalmente convivere. 

Il turismo è strettamente legato anche con la mobilità. A Merano in questi ultimi anni sono state fatte opere importanti per gestire il traffico. A che punto siamo?

Siamo a buon punto per quanto riguarda la circonvallazione interrata, speriamo di riuscire a renderla percorribile per i primi mesi del 2026. Con essa, poi, ci sarà un estremo bisogno di riorganizzare la viabilità nella zona della stazione grazie al Centro di mobilità, un progetto che è sul tavolo delle giunte da almeno 13 anni. Nella zona dove ci oggi sono i container vorremmo creare un centro di interscambio, dove i cittadini arrivano in città in treno e si possono poi spostare senza difficoltà in autobus o con la bicicletta. Non è un progetto facile da realizzare, siamo ancora nella fase di elaborazione del Pums, ma è di estrema importanza: nel momento in cui verrà aperta la circonvallazione il problema del traffico verrà trasferito nella zona della stazione ferroviaria. E se lì non si crea uno snodo, il traffico inevitabilmente si ingolfa.

Con i suoi comitati, Merano è un esempio per quanto riguarda la partecipazione nei cittadini all’amministrazione della città nei quartieri. In questo periodo in cui la crisi del volontariato si fa sentire aspramente, sembra un segnale molto positivo…

Lo è, ne siamo tutti affascinati, soprattutto appunto per quanto riguarda i comitati: crescono spontaneamente, creano il loro statuto, si organizzano in autonomia, scelgono i loro rappresentanti e animano i rioni dove le persone dove vivono o lavorano. L’assessora Emanuela Albieri fa da sempre un ottimo lavoro per accompagnarli nei loro servizi e a dare loro voce, e la giunta intera si reca periodicamente a far loro visita per capirne le necessità. I comitati nel prossimo futuro saranno un elemento vitale anche per quanto riguarda la sicurezza: il Controllo di vicinato potrà essere gestito anche da loro.

Autore: Luca Masiello

Una pongista bolzanina a Parigi

Dopo Tokyo ora Parigi. Debora Vivarelli, campionessa bolzanina di tennis da tavolo si è qualificata per la sua seconda Olimpiade; è una delle poche azzurre della disciplina a riuscire in questa impresa. è nata a Caldaro da una famiglia tutta pongista: la madre, ex giocatrice, dirige la società per cui gioca Debora, mentre la sorella maggiore è allenatrice, e il padre e la sorella minore praticano ancora lo sport. Oggi andremo a conoscere assieme questo sport non così conosciuto.

Ciao Debora, raccontaci in breve chi sei…

Ho 31 anni e sono cresciuta a Caldaro dove i miei genitori sono venuti ad abitare da Bolzano 35 anni fa. Ho iniziato a giocare a nove anni proprio grazie ai miei genitori che praticano questo sport da una vita. 

È una questione di famiglia… sono orgogliosi di questo risultato?

Credo siano molto orgogliosi di questo risultato. È proprio un risultato di famiglia, ognuno di loro ha contribuito a modo suo. Purtroppo, a Tokyo non sono potuti venire per via della situazione Covid. Sono davvero contenta di essermi qualificata per una seconda olimpiade, così finalmente la mia famiglia potrà vedermi giocare. 

Queste non saranno le tue prime Olimpiadi, raccontaci qual è la sensazione di esserti riconfermata a questi livelli?

La seconda qualificazione alle Olimpiadi forse è stata più complicata della prima. In questi tre anni ci sono stati numerosi alti e bassi. Ho sempre avuto il mio obiettivo chiaro in testa, ma non nego il fatto che a volte avevo dei dubbi. Sono fortunata ad avere un allenatore che ha creduto in me anche quando io stavo per buttare la spugna. 

Quali sono le tue ambizioni per questa edizione?

Se a Tokyo sono andata per partecipare, a Parigi vorrei andare con la consapevolezza di potermela giocare con tutte, tolte le asiatiche ovviamente. Ho avuto una buona stagione, so che se mantengo questo livello posso fare bene. 

Sei pronta per Parigi? 

Al momento sto facendo una piccola pausa dagli allenamenti al tavolo. È stata una stagione lunghissima. Mi sto godendo un po’ di mare in Portogallo ma sto curando particolarmente la preparazione fisica. A breve riprenderemo la preparazione al tavolo in Italia ed in Svezia, prima di partire per Parigi. 

Quali sono le caratteristiche per essere un bravo pongista? 

Per diventare una buona pongista bisogna essere disposti ad allenarsi 5-8 ore al giorno, soprattutto da giovani. La parte fisica negli anni è diventata sempre più importante. Bisogna essere rapidi, esplosivi e forti. La parte più importante però rimane comunque la testa, rimanere lucidi e forti mentalmente. A me piace descrivere il mio sport così “Correre i 100 metri mentre giochi a scacchi”. Devi essere veloce e nel mentre essere in grado di anticipare le mosse dell’avversario.  

Chi ti aiuta in questo percorso?

Il nostro sport richiede enormi sacrifici in quanto la quantità di allenamenti è enorme e le trasferte in tutto il mondo sono molto impegnative. Ho la fortuna di avere sempre la mia famiglia alle mie spalle ed un marito fantastico. Essendo uno sportivo anche lui, capisce la vita che faccio e tutti i sacrifici che devo fare. Ho imparato tanto anche da lui. Un aiuto fondamentale me lo da anche la mia psicologa, Monika Niederstätter. Ci terrei a ringraziare il Gruppo Sportivo dell’Esercito del quale faccio parte da parecchi anni. Senza di loro tutto questo non sarebbe possibile. Sono veramente orgogliosa di far parte della grande famiglia dell’Esercito e di poterlo rappresentare nelle mie competizioni ad ogni livello. Inoltre, un ultimo ringraziamento va alla Provincia Autonoma di Bolzano. 

Autore: Niccolò Dametto

Il 2 luglio parte la programmazione estiva del Teatro Capovolto in Piazza Battisti

Inserzione pubblicitaria – Arriva l’estate e il Centro Servizi Culturali S. Chiara di Trento presenta al pubblico la programmazione del Teatro Capovolto – La città in scena, la Stagione estiva del Teatro Sociale. 

Martedì 2 luglio prenderà il via il nuovo calendario di appuntamenti che, fino al 31 agosto, colorerà Piazza Cesare Battisti a Trento con un ricco ventaglio di proposte per ogni gusto e per ogni età, tra musica, cinema, spettacoli di prosa, il ritorno del concorso di poetry slam dedicato alla memoria di David Wilkinson, incontri letterari e appuntamenti all’insegna della comicità e, soprattutto, del divertimento.

Un’offerta di appuntamenti decisamente articolata e interessante, distribuita su quarantasei serate, che per il quinto anno consecutivo si svolgeranno all’interno della meravigliosa cornice offerta dal Teatro Sociale di Trento, con il palco rivolto verso Piazza Cesare Battisti. Una veste che negli ultimi anni ha saputo incontrare il gradimento e l’apprezzamento del pubblico trentino e non solo.

La Stagione estiva del Teatro Sociale si inserisce all’interno del contenitore “Trento aperta 2024”, ricco palinsesto coordinato dall’Ufficio Cultura turismo eventi del Comune di Trento, che da maggio a settembre riempirà parchi, piazze e strade della città con tante iniziative dedicate anche al tema del ‘volontariato’, per celebrare nel migliore dei modi la nomina di Trento come Capitale europea del volontariato 2024.

Anche per quest’anno sul palco del Teatro Capovolto verrà dato ampio spazio alla musica, con alcuni grandi nomi del panorama musicale internazionale come l’iconico chitarrista americano Marc Ribot, a Trento con il suo trio The Jazz Bins (formazione che ruota attorno all’organo Hammond di Greg Lewis), o il collettivo internazionale dei C’mon Tigre, oltre al rock del power trio trentino dei The Bastard Sons of Dioniso e all’Eursax 2024, il Congresso Europeo del Saxofono, che quest’anno farà tappa a Trento all’interno del Capovolto con due concerti che vedranno protagonisti i Mac Saxophone Quartet e la New Project Orchestra. Torna, inoltre, la seconda edizione del Beat Festival, una giornata interamente dedicata alla musica e alla cultura underground, mentre la Ziganoff – jazzmer band (composta da musicisti trentini e sudtirolesi) incontrerà il gipsy jazz del leggendario Kalman Balogh per un inedito e imperdibile incrocio musicale. Per gli appassionati di musica, da non perdere il concerto con gli OrcheXtra Terrestre, progetto che parla la lingua delle musiche del mondo (con la direzione artistica di Corrado Bungaro), per poi lasciarsi andare con il divertimento degli Articolo Trentino, la band dialettale più amata del Trentino, che nell’occasione si esibirà insieme alla Banda Sociale di Lavis diretta da Adriano Magagna.

Ma non finisce qui, perché tornerà la Danza Capovolta in collaborazione con la Federazione Trentino Danza, e non poteva di certo mancare un’attenzione particolare alle realtà artistiche territoriali, a cominciare dallo storico Fantasio, il Festival internazionale di regia teatrale organizzato da EstroTeatro e dal Gruppo Teatrale Gianni Corradini – quest’anno in collaborazione proprio con il Centro S. Chiara -, con due serate, il 19 e 20 luglio, dedicate e rivolte ai registi selezionati, che dovranno lavorare tutti sullo stesso testo (1984 di George Orwell), oltre ad ATU – Associazione Teatrale Universitaria, che sarà protagonista di un interessante progetto che cercherà di esplorare l’interazione tra tecnologie IA e pratiche artistiche e di spettacolo. E poi, spazio a volti noti e amati dal pubblico trentino come Loredana Cont, Mario Cagol e Lucio Gardin, agli spettacoli proposti da AriaTeatro di Pergine, TrentoSpettacoli e da Evoè!Teatro di Rovereto, alla performer circense Miriana Nardelli con il suo Dama Koke, uno spettacolo tra danza, coreografia e teatro, realizzato in collaborazione con l’Associazione Aurelio Laino. Senza ovviamente dimenticare i concerti con l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento e il Corpo Musicale Città di Trento, fino agli appuntamenti cinematografici realizzati in collaborazione con Cineworld Trento, pronti anche quest’anno a coprire gran parte dei mesi estivi con un calendario di ben sedici appuntamenti tra i migliori film italiani ed europei usciti di recente in sala e non solo.

Infine, verrà dato nuovamente ampio spazio anche alla poesia con il poetry slam e il ritorno del premio intitolato a David Wilkinson – con giovani poeti e poetesse del territorio pronti a sfidarsi in pubblico recitando poesie originali e inedite -, e al mondo della letteratura con “Prometeo Capovolto”, piccolo festival letterario che indaga le relazioni profonde tra letteratura e teatro attraverso una serie di incontri con alcuni protagonisti della cultura italiana e internazionale, in collaborazione con la Libreria Arcadia di Rovereto.

Tutti gli spettacoli avranno inizio alle ore 21.15.

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Ricordando Lino Maniezzo, il canadese bolzanino, innamorato dell’Alto Adige

Lo scorso 22 maggio è morto a Toronto Lino Maniezzo, un bolzanino emigrato in Canada nel lontano 1956, ma distintosi per il suo entusiasta attaccamento alla città d’origine e all’Alto Adige. 

Avevo avuto modo di conoscere Lino quando, nel 2011, venni incaricato di intervistarlo per la rivista Scripta Manent edita dalla Ripartizione Cultura Italiana della Provincia. Ho pensato di riproporvene alcuni tratti, per ricordare Lino ma soprattutto alcuni tratti originali del suo sentirsi bolzanino. La sua passione lo portò, negli anni, ad essere per molti versi un bolzanino ed altoatesino molto più “doc” rispetto alla maggior parte di noi che da Bolzano non si sono mai allontanati. Significativo a mio avviso era anche il concetto “globalizzato” che Maniezzo aveva del suo essere al contempo bolzanino ed emigrato. Sul tetto e sulla balaustra del suo cottage sulla riva di uno dei laghi canadesi hanno sventolato in bella mostra le tante bandiere della sua vita, tutte orgogliosamente sventolate senza quei timori, non solo reverenziali), che proviamo molti di noi, qui in Alto Adige. 

Senta Maniezzo, quando è nata la sua grande passione per tutto quello che riguarda Bolzano e l’Alto Adige? 

L’ho sempre avuta sostanzialmente perché sono un avido lettore. Quando sono venuto in Canada mi sono messo a leggere tutti i libri di storia e geografia di questo paese: volevo conoscerlo ed imparare in fretta la lingua. In un secondo momento ho cominciato a leggere i libri sull’Alto Adige che avevo portato con me e quando tornavo in Italia ne recuperavo altri. Poi ho cominciato a chiedere ai miei parenti e amici di mandarmene altri. Oggi la mia biblioteca altoatesina conta più di 640 volumi. 

Perché è rimasto così legato a Bolzano?

Ho lasciato Bolzano ma Bolzano non ha lasciato me. È un legame profondo e tutti i libri che ho ricevuto non hanno fatto altro che alimentare in continuazione questa mia passione. Ho anche diversi libri in lingua tedesca, questa lingua la ricordo poco perché non la pratico, ma quel poco che so mi permette comunque di leggerli. E la capacità di leggere migliora sempre di più. Leggo tanti libri così sono in grado di vedere la storia dal punto di vista dagli italiani ma anche da quello dei tedeschi. E tutti gli aspetti del passato: il fascismo, la monarchia. Ho i vari libri che sono usciti sulle semirurali. In alcuni di questi libri ci sono frammenti della storia della mia famiglia. 

Cosa rappresentano le bandiere che sventolano sul suo cottage? 

Ho un pennone alto con le bandiera del Canada e dell’Ontario. Poi sul terrazzo lungo davanti ho le bandiere dell’Italia, la bandiera dell’Alto Adige con l’aquila rossa. C’è anche la bandiera del Portogallo per via della mia nuora numero 1 e quella della Jamaica da dove viene la moglie del mio secondo figlio. A fianco si trovano anche la bandiera del Veneto con il leone di Venezia e quella di Rovigo. I miei genitori erano nati nel Veneto, in Polesine. Mio papà veniva infatti da Fratta Polesine (ndr si tratta di quello che fu anche il paese natale di Giacomo Matteotti, che ricordiamo in questi giorni). 

Ci può dire qualcosa di più di Lei? Che lavoro ha fatto nella vita? 

Il Vigile del fuoco. Sono stato primo vigile del fuoco italiano della città di York che adesso è entrata a far parte del tessuto urbano di Toronto. E sono stato il primo italiano capitano. Ho lavorato per 32 anni come pompiere ma all’inizio ho fatto anche altri lavori. 

Che dire ai giovani che scappano da Bolzano?

Non ho una risposta che possa essere valida per tutti. Ognuno ha le sue idee e la sua storia. Posso solo esortarvi ad andare d’accordo. Mi viene da pensare che sarebbe bello che tutti i matrimoni fossero misti così tutti, forse, andrebbero più d’accordo. A Bolzano e in Alto Adige i muri non ci devono essere.

Autore: Luca Sticcotti

Incontriamo la passione artistica di Renata Odorico

Renata Odorico è un’artista bolzanina che esprime la sua creatività attraverso la pittura. Le sue opere nascono e vengono esposte nel suo atelier personale in via dei Cappuccini e i suoi lavori si ispirano ai grandi personaggi della cultura e dell’attualità.

La sua passione nasce già dalle scuole elementari, momento in cui riceve quello che lei stessa definisce “il regalo di Natale più bello in assoluto”, ovvero una scatoletta di 6 colori a matita. Fin da subito si sbizzarrisce con questi colori e il suo talento viene notato già in tenera età.

La sua passione non si affievolisce, anzi, cresce col tempo. Arrivata al liceo usa i soldi del suo primo lavoro per comprare colori ad olio e inizia la sua formazione da autodidatta come pittrice. I temi da lei prediletti sono l’amore, la famiglia di suo padre e la sua personale visione del mondo.

Dopo un periodo di pausa dall’attività artistica, in età adulta decide di riprendere in mano matite e colori e si dedica a quelli che lei chiama “lampi”, ispirazioni fulminee che le arrivano a seguito di esperienze come l’ascolto di una canzone o la scoperta di un fatto di cronaca. Tra gli argomenti trattati dall’artista ci sono temi più leggeri come quelli ispirati alle canzoni di Franco Battiato “Centro di gravità permanente” e “Lode all’inviolato”, ma anche il balletto classico e vicende legate alla sua infanzia, per poi arrivare ad affrontare argomenti più impegnativi, come la politica e i diritti umani. Renata di ispira a figure come Mahsa Amini, la ragazza uccisa dal regime iraniano per aver indossato in modo “scorretto” il velo. Ed è proprio questa opera ad essere la prima esposta nel suo atelier.

Esplorando i temi della libertà, democrazia e diritti umani, approfondisce figure come Aleksej Naval’nyi, Julian Assange, Aung San Suu Kyi, per poi concentrarsi sui grandi artisti musicali come Jimi Hendrix, David Bowie, Madonna e Django Reinhardt. Inoltre all’interno della sua collezione non mancano tributi a grandi artisti quali: Tamara de Lempicka, Klimt, Botticelli, Van Gogh, Gauguin, Caravaggio, Guido Reni e Vermeer, tutti sotto forma di copie di loro opere. Per Renata l’arte è “sacra” perché quando dipinge è la sua anima che parla, e improvvisamente il tempo non esiste più.

Autore: Martin Bonaccio COOLtour

I progetti del Servizio Civile Provinciale

Con Daniel Valentini facciamo il punto su una delle esperienze più interessanti e formative che vengono proposte ai giovani in provincia di Bolzano. Il volontariato giovanile è in grado anche di dare nuova linfa alle associazioni altoatesine.

Cos’è il Servizio Civile?

Il Servizio Civile è un’opportunità per i ragazzi tra i 18 e i 28 anni di fare volontariato per 8-12 mesi in un’associazione del territorio. Tante realtà del privato sociale partecipano ogni anno con i loro progetti. Chi aderisce riceve un rimborso spese di 450 euro netti e può utilizzare gratuitamente i mezzi di trasporto pubblici provinciali. È utile per la comunità ed è un primo passo verso il mondo del lavoro nel terzo settore.
Il servizio civile può essere svolto in vari ambiti: assistenza sanitaria e sociale; reinserimento sociale e altri interventi di emergenza; educazione, servizio giovani e promozione culturale; tutela del patrimonio ambientale e artistico; protezione civile; tutela dei diritti dei consumatori e degli utenti; educazione allo sviluppo; attività di tempo libero e sport.

Oggi segui i progetti del servizio civile per l’associazione La Strada-Der Weg Onlus, ma come hai iniziato? 

Dopo due anni di università, ho capito che non era la mia strada e ho deciso di fermarmi per decidere cosa fare. Navigando sul Web, ho trovato la pagina del servizio civile provinciale, attività che non conoscevo. Ho visto che potevo farlo presso l’associazione La Strada-der Weg Onlus e ho deciso di inviare la candidatura per concedermi un anno per pensare a cosa fare della mia vita. Ho fatto varie attività, tra cui una radio in bici, articoli sui giornali, organizzazione di eventi e ho lavorato con i bambini del quartiere Europa-Novacella. Ho scoperto che mi piaceva stare a contatto con le persone. Finito il servizio civile, ho deciso di studiare per diventare educatore sociale e culturale e sono stato assunto dall’associazione come operatore.

Lo consiglieresti? 

Certo che sì. Soprattutto a chi, come me, vuole fare un’esperienza di volontariato e mettersi al servizio della comunità, oltre che provare a trovare la propria strada.

Quali opportunità ci sono? 

Tutte le associazioni del territorio offrono opportunità in vari ambiti. Personalmente, per l’associazione, seguo quattro progetti: uno di lavoro educativo con i bambini (aiuto compiti, doposcuola, attività ricreative e sportive), un altro di lavoro di prossimità con i giovani adulti, e gli ultimi due di lavoro nell’ambito della salute mentale e dell’inclusione sociale.

Com’è possibile iscriversi? 

Sul sito della provincia del servizio civile provinciale è possibile trovare tutte le informazioni utili e le modalità di iscrizione. Per le attività proposte dalla nostra associazione, è possibile inviare una mail a serviziocivile@lastrada-derweg.org e richiedere le informazioni necessarie.

Autrice: Sanaa El Abidi COOLtour

Jascha: lingue e diplomazia al servizio della ditta di famiglia

Il nostro territorio può contare su un gran numero di imprese private che nonostante siano divenute assai note a livello nazionale e internazionale conservano una sorta di conduzione famigliare. A questo proposito molto interessante è la storia di una di macchine agricole per la raccolta della frutta e significativa per la nostra rubrica dedicata alle donne è la figura di Jascha Babette Bonmassar. 

La storia di questa ditta ha inizio col padre di Jascha, Alfred Bonmassar, che nel 1975 decise di iniziare questa avventura con la creazione di macchine per lo sfalcio dell’erba e con i famosi carri raccolta a nastro Pluk-O-Trak. Oggi è Jascha Babette Bonmassar a proseguire con quotidiano impegno la mission aziendale. Le abbiamo posto una serie di domande per capire meglio la sua quotidianità di donna, imprenditrice e madre. 

Che tipo di percorso di formazione ha avuto per giungere al suo ruolo nella sua azienda?

Dopo il liceo linguistico “Marcelline” mi sono laureata in “Scienze Internazionali e Diplomatiche” e dunque la mia formazione non è strettamente legata al mio lavoro attuale e al mio ruolo in azienda. Ciò nonostante questa formazione mi aiuta in molteplici situazioni quotidiane, soprattutto l’essere “diplomatici”.

Di cosa si occupa nella sua azienda?

Mi occupo dei diversi compiti gestionali, organizzazione, gestione personale, comunicazione etc. Esseno un’azienda piccola a conduzione famigliare non è facile delimitare nettamente i compiti, devo gestire quotidianamente diverse situazioni o problemi nei differenti ambiti dell’azienda.
Il mio ruolo è sia operativo che strategico per gestire l’azienda con l’aiuto dei collaboratori, parecchi dei quali collaborano da tanti anni e dunque sono parte fondamentale dell’azienda.

Quali rinunce implica la sua professione?

Le rinunce sono più che altro quelle legate al tempo, che non è mai abbastanza. Ho 2 figli oramai adolescenti e gli ultimi anni sono stati una sfida per riuscire a coniugare il lavoro, che non ha orari fissi, con la vita di famiglia. Ha richiesto parecchia organizzazione ma i figli comprendono e sono sempre stati collaborativi e hanno acquisito presto un buon grado di autonomia.

Quali difficoltà ha avuto come donna a rapportarsi con i clienti? 

Personalmente non ho mai avuto inconvenienti nel rapportarmi con i clienti. Penso che conti l’atteggiamento, la preparazione, la personalità, più che l’essere donna o uomo. Per quanto attiene invece alle questioni tecniche riguardanti i macchinari spesso coinvolgo i miei colleghi maschi perché in questo campo hanno più conoscenza ed esperienza pratica.

Oggi per le donne ci sono ancora difficoltà a farsi accettare in un ambito considerato prettamente maschile.

Penso che le difficoltà siano molto meno rispetto al passato e caleranno ancora. Soprattutto i giovani non nutrono più tanti pregiudizi. Forse anche perché durante il percorso scolastico ed educativo che i ragazzi e le ragazze condividono, le ragazze sono nella maggior parte dei casi più studiose ed impegnate e dunque anche maggiormente preparate e i ragazzi ne sono coscienti. Noto anche che, soprattutto negli ambiti tradizionalmente maschili, le donne sono molto preparate, spesso più dei colleghi maschi.

Quali passi sono auspicabili nella società per permettere alle donne di affermarsi in ogni campo?

Attualmente sempre più incarichi prevedono una quota di genere, la cosa spesso fa discutere, molte persone non vedono di buon occhio che il sesso venga considerato prima delle capacità e competenze del candidato o della candidata. Penso invece che questa sia una misura lungimirante perché permette la partecipazione femminile in molti ambiti finora prettamente maschili, come nei cda di banche, enti pubblici, società, industrie o in politica. In futuro tutto ciò sarà un automatismo e non si potrà più fare a meno dell’arricchimento che le donne sanno portare all’interno dei vari consigli e organi.  
Un ulteriore passo importante è quello di incoraggiare le ragazze ad intraprendere la propria strada, a compiere gli studi a loro più confacenti senza escludere a priori quelli del gruppo STEM ossia le materie scientifiche e tecnologiche se vi sono portate. E’ importante evitare qualsiasi accenno al “dover” fare qualcosa o al “dover rinunciare” a qualcosa perché donne ma al contrario spingerle a farlo proprio perché sono donne per garantire la parità di condizioni competitive tra i generi.

Autrice: Rosanna Pruccoli