A Caldaro due giorni per le finali

Il Maia Alta Obermais vince il titolo provinciale U15 e quello U17, il  Velturno quello U19, il Lagundo la Falkensteiner Cup, il Laives l’U15B, l’Appiano l’U17A eil Cadipietra la  Forst Cup. Sono i risultati della due giorni di finali Provinciali e di Coppa del calcio provinciale Figc – Lnd, manifestazione organizzata dal Cpa di Bolzano e dalla società Kalterer Fussball.

Il titolo provinciale U15 A finisce nella bacheca del Maia Alta Obermais, che a Caldaro, nella sfida inaugurale delle finali organizzate dal Comitato Provinciale Autonomo di Bolzano e dall’Asv Kalterer Fussball, piega 2-0 il Bozner. E dopo questo titolo, il Maia Alta Obermais a Caldaro strappa anche la vittoria nella finale provinciale U17 B, battendo 3 – 1 il Neugries B. 

Il Velturno Feldthurns conquista il titolo provinciale U19: dopo aver vinto lo spareggio contro il Latzfons Verdings, la formazione in maglia gialloblù, formata dai ragazzi del Velturno e del Barbian Villanders, si impone di misura a Caldaro sul Tscherms Marling e alza al cielo la coppa.

Servono invece i supplementari per assegnare la Coppa Terza Categoria Falkensteiner Cup, e alla fine dei 120 minuti, a Caldaro ad alzare al cielo il trofeo è l’Algund Raiffeisen, che piega 1 – 0 il Dietenheim Aufhofen. A decidere la finale è un gol di Angelillo, che regala il trofeo alla squadra di mister Avancini. Dopo aver vinto il girone A di campionato, la squadra porta a casa anche la coppa. 

Il Voran Leifers riesce ad aggiudicarsi il titolo provinciale U15 B al termine di una sfida bella e combattuta contro la Virtus Bolzano B. 

E nella finale del Campionato Provinciale U17 A, al termine di una bella e combattuta partita a fare festa è l’Eppan, che conquista il titolo provinciale vincendo contro il Campo di Trens Freienfeld.


Nell’epilogo di questa bella e intensa due giorni di Caldaro, con l’organizzazione del Cpa di Bolzano e del Kalterer Fussball, il Sav Steinhaus Cadipietra supera ai rigori il Plose e alza al cielo la Coppa Seconda Categoria Forst Cup. Davanti a un pubblico calorosissimo, in una partita pazzesca, in cui succede di tutto, i pusteresi conquistano il trofeo e volano agli spareggi con le seconde classificate del campionato. Il sorteggio, svolto al termine della finalissima, metterà di fronte proprio Plose e Steinhaus in questa sfida infinita, mentre l’altro accoppiamento è Auer Ora-Malles Mals.
Per lo Steinhaus una dedica particolare a Erich Lechner, tifosissimo della squadra e tragicamente scomparso nei giorni scorsi. Prima della partita si è tenuto un minuto di silenzio in sua memoria.

È andata dunque in archivio la due giorni delle finali provinciali e di Coppa. Le premiazioni sono state effettuate dal presidente del Cpa di Bolzano Klaus Schuster con il vice presidente vicario Guenther Pfoestl e i consiglieri Andreas Canal, Andrea Oberjakober e Veleo Sgarbi, il segretario Roberto Mion e il vice segretario Stefan Campregher.

Un mare di note per il Live Muse

Lo hanno chiamato “il concertone”, e l’accrescitivo non è certo a caso. Per celebrare degnamente i dieci anni del Live Muse, domenica 11 giugno a partire dalle ore 20 il Teatrotenda del Pfarrheim di Laives ospiterà la bellezza di sei gruppi musicali per un totale di oltre quaranta artisti: “Sarà una festa bellissima, sul palco saliranno molti dei ragazzi che ci hanno accompagnato in questa lunga avventura; sarà un regalo che vogliamo fare alla cittadinanza, perché oltretutto l’ingresso è gratuito”, spiega entusiasta Mario Cosentino, batterista e presidente dell’associazione.

// Di Luca Masiello

Dieci anni sono tanti, per un’associazione, soprattutto se la sua attività principale è l’organizzazione di concerti; chiunque sia stato almeno una volta in un backstage si rende conto di quanto lavoro ci sia dietro ad un’esibizione. Solo l’allestimento di un palco è un lavoraccio non da poco, per non parlare della parte dei fonici, di quella di chi sbriga le pratiche burocratiche e di tutti coloro che sono dietro le quinte. E poi ci sono i musicisti, che quel palco devono calcarlo e quindi normalmente si esercitano autonomamente per la loro esibizione. Ma non è così per il Live Muse, perché – così come aveva voluto da subito il suo fondatore, Emilio Insolvibile, e come l’hanno voluto mantenere il suo successore Alex Refatti e l’attuale presidente Maio Cosentino – quelli che vengono regolarmente organizzati nel teatro di San Giacomo non sono concerti normali, ma performance che vedono per protagonisti strumentisti di diversi livelli, di diversi generi e di diverse età che si ritrovano a suonare assieme pur non conoscendosi “pilotati” dai soci del sodalizio, che per quell’occasione crea dal nulla delle band. “Questo sarà il 52 esimo concerto – spiega il presidente Mario Cosentino – facendo due calcoli credo che potremmo dichiarare di aver ospitato quasi mille artisti, in questi dieci anni”.

IL ROCK ANNI NOVANTA

Molti di questi musicisti si esibiranno dunque domenica sera. Introdotte da Sarah Freimuth e Luca Tommaseo, che presentano l’evento, le prime due formazioni ricorderanno i fasti del Rock anni 90. La prima a salire sul palco sarà la band capitanata da Carlo Bertacchi, che renderà omaggio al Rock degli anni 90; ci saranno Matteo Bruccoleri (voce), Giada Scrinzi (chitarra), Alessandro Repetto (chitarra), Matteo Trova (batteria) e Carlo Bertacchi (voce e basso), che proporranno grandi classici quali “Nutshell” (Alice in chain),  “Man in the box” (Alice in chain), “Killing in the name”  (Rage Against The Machine) e Alive (Pearl Jam).

Poi sarà la volta della band quella guidata dalla cantante Eva Massardi, con Fabio Tenca (chitarra), Renzo Andreatta (chitarra), Joe Andreatta (basso) e Pilo Berton (batteria), che eseguiranno “I Love Rock ‘n’ Roll” (Arrows), “Born to be wild” (Steppenwolf) e “Hard to handle” (The Black Crowes).

Il terzo ènsemble, quello che vede come capogruppo  il batterista Rino Cavalli, proporrà tre brani dal repertorio di “Isole Minori” dal disco“Attorno a noi”: “Sicuro comandante”, “Rimani qui”, “Pensavo per sempre”. Sul palco con lui ci saranno Stefano Petrungaro (voce e chitarra), Roberta Manzini, Clarissa Arena e Giulia Palaia ai cori), Nick Petricci (chitarra) e Andrea Palaia (basso).

DAI POOH A FABER E FINO A VASCO

Grande spazio sarà quindi dedicato alla musica italiana, e non possono quindi mancare i Pooh con la band guidata dal cantante Nano Mercati. Roberta Manzini (cori), Fabio Tenca (chitarra), Alex Busato (tastiere e cori), Fabrizio Centomo (basso) e Mario Cosentino (batteria) proporranno evergreen quali “Amici per sempre”, “Tanta voglia di lei”, “Dimmi di si” e “Chi fermerà la musica”. E poi un omaggio a Fabrizio “Faber” de Andrè con il gruppo capitanato dal cantante e chitarrista Alessandro Magri: Luca Dall’Asta (tastiere), Andrea Capellupo (chitarra), Niccolò Fornasini (corde e fiati), Ivan Marini (legni e ottoni), Fabrizio Centomo (basso), Rino Cavalli (batteria) e Andrea Leopardi (violino) porteranno in scena “Zirichiltagghia”, “La collina”, “Creuza de Ma” e “Un chimico”.

Per il grande finale ci saranno tre pezzi del Blasco: con “L’amore L’Amore”,  “Tango della Gelosia” e “Qui si fa la storia” si rivivranno le atmosfere del concerto del 1 luglio del 2017 a Modena Park, quando Vasco Rossi riuscì a radunare ben 220 mila persone. Con la tastierista Giulia Scodro si esibiranno Stefano Licio (chitarra e voce), Ivo Orrigo (voce), Alessandro Nervo (chitarra), Roberto Rindone (basso) e Paolo Faccioni (batteria).

LA STORIA

Nell’autunno del 2012, La Coop. Laives Cultura e Spettacolo –Filodrammatica di Laives chiude un accordo con la proprietà del Teatro delle Muse sito a Pineta di Laives (Bz) e ne acquisisce la piena gestione. All’interno della Filodrammatica di Laives lavora il cantautore Emilio Insolvibile, come volontario; Emilio vanta un trascorso di musicista professionista verso la fine degli anni sessanta e ancora adesso frequenta l’ambiente della musica locale esibendosi sporadicamente come cantante. Da qui nasce l’idea di formare un’associazione di musicisti , che diverrà realtà nel gennaio del 2013 con il nome di Live Muse, dal nome del Teatro di Pineta e giocando sull’equivoco Muse e Music. Il sodalizio nasce con molteplici ed ambiziose finalità; prima fra tutte la volontà di ridare lustro e vitalità ad un delizioso piccolo teatro, appunto quello delle Muse di Pineta, rimasto quasi inattivo ed abbandonato nel corso degli ultimi anni, al punto che molti, specialmente i più giovani, non ne conoscono neppure l’esistenza. C’è poi la voglia di creare nuove opportunità per chi suona in Alto Adige, per musicisti che sono sempre più numerosi e rafforzati da nuove generazioni molto preparate tecnicamente, in un momento di crisi in cui la chiusura di parecchi locali, la mancanza di fondi, l’intolleranza e la burocrazia rendono sempre più difficoltoso reperire spazi per la musica “live”. E poi rieducare il pubblico all’ascolto, dunque non solo a “sentire” la musica confusa con le chiacchiere da bar, bensì ad “ascoltare”, scegliendo il concerto e gustandolo seduti su una poltrona di velluto rosso in una dimensione molto raccolta come quella del Teatro delle Muse, che conta poco più di duecento posti a sedere. Ma la ricetta segreta del successo del Live Muse è la spontaneità dei concerti: la capacità di fare incontrare e incrociare musicisti che non si sono mai confrontati tra loro su un palco, creare jam session, fare musica
assieme, spingere uno stimolante confronto fra i giovani e i musicisti più esperti, donne e uomini appartenenti a tutti i gruppi linguistici locali nella convinzione che la musica continua ad abbattere le barriere. Non si tratta quindi concerti usuali, con gruppi istituzionali, ma nuovi esperimenti e nuove collaborazioni nati per l’occasione e destinati a variare ad ogni concerto. 

Autore: Luca Masiello

Il papa di Caldaro

Nei primi anni del XX secolo, Caldaro conobbe una serie di aspre dispute tra una parte della popolazione e il decano del posto. Gottlieb von Hueber era il suo nome, ma lo chiamavano, non a caso, il papa di Caldaro. 

Le vicende che lo videro coinvolto – dalla nota “predica della Cassa di Risparmio”, in cui invitò i contadini del luogo a non depositare i loro risparmi nella banca bolzanina a suo dire in mano a pericolosi liberali, agli esorcismi praticati nell’ospedale del paese in gran segreto – trovarono ampio risalto sulle pagine di molti giornali dell’epoca. Insomma, il personaggio non passava certamente inosservato: o lo si amava, come gran parte della popolazione contadina, o lo si detestava, come tutti coloro che coltivavano idee liberali, socialdemocratiche o comunque anticlericali. Va comunque detto che fu uno strenuo oppositore del fascismo, tanto che il suo nome è il primo della lista dei sacerdoti esclusi dall’insegnamento della religione nelle scuole. A differenza di altri, come il parroco di Laives Bartolomeo Clementi, prima escluso e poi riammesso, subì il divieto di insegnare vita natural durante.

Uno degli episodi che lo videro protagonista avvenne nel 1909. Nel corso di una delle sue famose prediche, tenuta il giorno 8 gennaio 1909 in occasione della messa in onore delle vergini di Maria, apostrofò pesantemente davanti alla comunità cristiana riunita una giovane ragazza per essere “caduta nelle braccia di Satana”. In realtà, la ragazza era assolutamente incolpevole e di costumi morigerati ma il decano la accusò pubblicamente di essere una donna spudorata e malvagia. 

Qual era, agli occhi del severo presule, la colpa della giovane? In occasione di una parata patriottica svoltasi il 2 dicembre 1908, aveva osato marciare accanto ai componenti della banda musicale in veste di “Marketenderin”, le giovani in costume che da sempre e fino ai giorni nostri si aggregano alle bande nel corso delle loro esibizioni in qualità – più simbolica che reale – di vivandiere. Queste figure femminili hanno le loro radici nel medioevo e in quel periodo fungevano effettivamente da vivandiere nei corpi militari. Si dice che non di rado svolgessero anche altre funzioni meno nobili ma di ciò non abbiamo conoscenza. Ad ogni modo, le vivandiere delle bande musicali sono certamente persone al di sopra di ogni sospetto e a nessuno verrebbe in mente di associarle a Satana.

A nessuno – tranne al decano von Hueber: “Avrei provveduto ad allontanare con la forza questa fanciulla da quel luogo se solo me ne fossi avveduto in tempo”, tuonò dal pulpito. La comunità cristiana tutta era attonita: “neppure le comari più devote e le matrone della canonica riuscirono a comprendere cosa mai avesse fatto di male la povera creatura”, scrisse la Volkszeitung qualche giorno dopo. “Ma il Caldarese vede e il decano provvede”, sentenziò il giornale – e pochi giorni dopo tutti erano convinti che la ragazza fosse effettivamente una inguaribile peccatrice.

Quando la fine della storia sembrava prossima e la pecorella smarrita potesse essere riaccolta nel grembo materno della chiesa, al decano fu notificata una citazione. Il decano pretese l’immediato ritiro della querela e le pubbliche scuse della ragazza. Ma Monica, così si chiamava la giovane, rispose piccata: Certo, ritirerò la querela e mi scuserò – ma solo il giorno in cui mi sarà dimostrato dal decano qualche mio atteggiamento sconveniente”.

Il decano reagì alla sua maniera: raccolse le firme dei cittadini caldaresi contro l’ardire della scostumata. Nessuno osò negare la solidarietà al prete. La prima udienza non fu sufficiente a chiarire il fatto, la corte pretese di citare tutti i testimoni che avevano assistito alla predica della vergogna – e fece intendere all’allibito “papa di Caldaro”, che anche chi siede su un trono elevato come il suo farebbe bene a rispettare le regole e, soprattutto, le persone sottoposte al suo ministero.

Autore: Reinhard Christanell

Se sul palco c’è un gruppo di amici

Questa volta ad aprire il sipario del viaggio tra le filodrammatiche della Bassa Atesina, è la compagnia di Pineta di Laives. È stata fondata nel 1995 da Sergio Maccagnan, che è riuscito a coronare il suo sogno e creare una compagnia di persone di Pineta accomunate dal desiderio di divertirsi e far divertire. 

“Nell’ottobre del 1996, davanti ad un notaio, è stato validato un atto costitutivo che ufficialmente sanciva la nascita del nostro piccolo teatro” spiega Angelo Torrice, attuale presidente del gruppo amatoriale pinetano. Da quella firma è partita l’intera attività amatoriale come la si conosce oggi, nonostante i documenti riportino l’esordio ufficiale nel maggio dello stesso anno, in occasione della rassegna Teatro in Castello. “Il tutto si è svolto all’interno del cortile di Castel Mareccio a Bolzano. In quell’occasione abbiamo avuto i primi incontri con il pubblico – rivela Torrice -. Da allora grazie all’attuale presidente dell’associazione cultura di Laives, Loris Frazza (al tempo anche consigliere dell’unione italiana libero teatro a cui siamo iscritti), siamo partiti e abbiamo fatto le nostre rassegne e rappresentazioni. Quest’anno stiamo programmando la ventiquattresima rassegna, che inizierà ad ottobre”.

Presidente, voi recitate in dialetto o in italiano? E quali sono le vostre “piazze”. 

Recitiamo prevalentemente in italiano e per lo più nel vicino Trentino. Parlando di pubblico la differenza di partecipazione è notevole, perché la gente trentina ama e segue molto di più il teatro, soprattutto le commedie brillanti.

Come mai la meta è proprio il Trentino? 

Ogni paesino ha la propria compagnia e il proprio bel teatro, che alcuni hanno ristrutturato o convertito inserendo anche il cinema. In una serata, sempre parlando di teatro amatoriale, si superano abbondantemente le 120 – 130 persone. Dalle nostre parti  non si arriva a più di ottanta persone. E poi in trentino ci sono compagnie che dispongono anche di attori ragazzi, che è un po’ il sogno che abbiamo sempre avuto anche noi ma che non siamo riusciti a realizzare.

Avete vinto qualche premio? 

Due prime posizioni e due volte la terza posizione in concorsi con la Cofas e in alcuni teatri singoli. 

Abbiamo fatto anche spettacoli per beneficenza e siamo stati invitati due volte dall’associazione Dante Alighieri in Slovenia.

Quanti siete? 

Con questa nuova commedia, la tredicesima che proponiamo, siamo undici attori più un tecnico luci e due simpatizzanti.

Quali sono i vostri cavalli di battaglia? 

“Apri tu per favore”, di Sergio Marolla: l’abbiamo interpretata un’ottantina di volte. Poi c’è “Menomale che oggi è venerdì” e poi la commedia che abbiamo attualmente in cartellone: “Mezzanotte e un minuto”. Agli inizi avevamo proposto “Non tutti i ladri vengono per nuocere”, un atto unico di Dario Fo. Ci siamo divertiti molto e abbiamo deciso di andare avanti.

Autore: Daniele Bebber

Un orto sociale per l’integrazione

Il titolo del progetto è “Cultivate your Culture”, coltiva la tua cultura, e non è certo stato dato a caso. Il Gruppo giovani Flowers di Bronzolo lo ha scelto per indicare un’iniziativa volta a creare insieme ai ragazzi un orto sociale, luogo di comunicazione, integrazione ed interazione. E in attesa dello spazio necessario, i giovani stanno “studiando” al maso Gerwies.

// Di Luca Masiello

“Vogliamo riconnettere i giovani alla natura, vorremmo che abbandonassero cellulari e videogames per stare con i loro coetanei all’aria aperta, divertendosi, imparando e facendo qualcosa che li porti a creare qualcosa. Con l’orto sociale si promuove la collettività, il senso di comunità, l’inserimento lavorativo e, più in generale, il benessere per i ragazzi.”
Sono queste le parole di Valentina Scianamè, educatrice del Gruppo Giovani Flowers, che sta seguendo i giovani di Bronzolo in questo nuovo percorso intrapreso.  

Valentina Scianamè, come è nata l’idea dell’orto sociale?

La richiesta di un orto aperto a tutti è frutto di una idea di un giovane volontario del Gruppo Giovani Flowers, oggi vicepresidente del sodalizio, Wualid Sghaier, che ha sviluppato l’dea con il presidente Ruben Sadei e la coordinatrice Valentina De Laurentis. Noi abbiamo il compito di sostenerlo e di accompagnarlo nello sviluppo di questa iniziativa, in modo tale che i giovani diventino protagonisti nella propria comunità. Attraverso la gestione di un orto sociale costruiamo un luogo di incontro per le diverse culture presenti sul territorio e per tutte le persone appartenenti alla comunità che ancora oggi sono poco integrate, discriminate o emarginate.  Il progetto ha infatti come obiettivo primario l’inclusione sociale di tutte le persone, a prescindere dal sesso, disabilità, etnia, origine, religione e status economico o altro. 

Dove si trova questo orto?

Lo spazio fisico ancora non c’è, ma ci sono le premesse affinché si resca a crearlo all’altezza della rotonda fra Bronzolo e Vadena, su uno spazio appartenente al Comune di Bronzolo, il quale non solo ha creduto ma anche supportato fin da subito il nostro progetto. “Cultivate Your Culture” mira a far nascere un luogo aperto a tutti, proprio vicino alle panchine e un salice piangente dedicati alle persone affette da demenza e realizzate attraverso un progetto di “Sentemente”, al quale il Gruppo Giovani Flowers ha partecipato oin sede di allestimento. Attraverso la realizzazione dell’orto sociale e la cura del verde pubblico, anche mediante dei fiori, si intende a conseguire l’obiettivo secondario di valorizzare un’area che è già stata scenario di attività collettive e si è dimostrata essere un punto di riferimento per la comunità  .

Ma nel frattempo già vi trovate per elaborare il progetto…

Ogni sabato mattina ci troviamo al maso “Gerwies”, proprio alle porte di Bronzolo. Qui è in atto un un progetto realizzato da Christoph Pizzini allo scopo di riportare in vita una agricoltura sostenibile e che non vada a impattare negativamente sull’ambiente. Christoph e il suo team mettono a disposizione dei ragazzi il supporto tecnico, pratico e anche formativo, durante il processo di progettazione e coltivazione. Il maso Gerwies è il punto di inizio per costituire le basi tecniche nello sviluppo di un orto a regola d’arte. Inoltre, l’associazione Libera Scuola di Agricoltura Sinergica “Emilia Hazelip”, fornirà un corso base teorico volto a promuovere una conoscenza più a 360° sull’argomento.  

Quali sono i prossimi passi?

Il progetto si compone di più fasi, che si sviluppano nell’arco di sei mesi.  Gli incontri saranno diversi tra loro, in quanto alcuni richiedono una partecipazione attiva del gruppo, mentre altri saranno gestiti dagli esperti del settore.  Nella seconda fase invece gli incontri si svolgeranno nel luogo prescelto per la concretizzazione del progetto, quindi all’aperto, sul campo. Qui avrà luogo l’inizio vero e proprio del progetto ovvero la costruzione e gestione dell’orto, e al termine del progetto ci sarà una premiazione. 

Ci sarà una forma di riconoscimento per i ragazzi?

Sono previsti due premi di merito: il primo è per il volontario dell’associazione Flowers che si è distinto nel progetto vincendo un viaggio di due settimane a fare volontariato ambientale. Il secondo premio invece è destinato ai due partecipanti, che all’inizio del progetto non si conoscevano e hanno maggiormente legato. Vinceranno un buono di 100 euro da poter spendere insieme in una esperienza di tipo culturale a loro scelta.  

Autore: Luca Masiello

“Da grande farò l’architetten”

Nata a Bologna nel 1984, Sofia Bonvicini è un’architetta traferitasi da poco a Bolzano. E’ figlia di Franco Bonvicini – in arte Bonvi – uno dei più grandi fumettisti d’Italia conosciuto per la sua serie a strisce Sturmtruppen. Dal 26 maggio al 7 giugno presso la Waag in Piazza del Grano sarà ospitata la mostra “Sturmtruppen a Bolzanen”, organizzata in occasione del festival ArtMaySound. 

“Un aneddoto divertente di quando sono nata è che mio padre mi mise subito in mano una matita. In quel momento scrisse il mio destino. Mi è sempre piaciuto disegnare e cercando il mio posto nel mondo ho trovato nell’architettura il posto dove poter esprimere la mia creatività. Finita la scuola ho iniziato a studiare architettura a Ferrara, ma la passione del disegno c’è sempre stata.
È morto quando avevo undici anni ma attraverso il disegno riesco a ricollegarmi a lui. È un modo per ricordarlo.
Sono molto legata al mondo del fumetto quanto a quello dell’architettura. Anche perché le due cose sono molto collegate: quando ti immagini una storia a fumetti devi dargli un contesto che è ciò che fai in un progetto d’architettura.”

Che cosa ti ha portato a Bolzano?

Sono approdata a Bolzano per la prima volta nel 2021 e mi ha colpito da subito la sua aria internazionale. Si respira un’aria diversa qua a Bolzano. Avendo sempre vissuto tra Milano e Bologna cercavo un posto che mi permettesse di crescere a livello professionale in un ambiente più europeo. Per certi versi credo che Bolzano sia molto più europea di Milano. Ho anche una mia cara amica che abita a Bolzano e che ho conosciuto in università; quindi, c’è anche questo fil rouge che mi collega alla città. Qua a Bolzano c’è un modo più umano di vivere. Poi i problemi ci sono anche qui, come è normale che sia, i problemi ci sono dappertutto. Però questa natura molto forte e selvaggia, a due passi da casa è qualcosa di fantastico. Un posto strano che mi ha incuriosita molto. Spero di restarci a lungo.

Quanto è importante per te far rimanere vivo il ricordo di tuo papà?

Mio papà è stato un uomo incredibile, io lo chiamo un super uomo, ma non lo dico perché era mio padre. Era un uomo con un codice d’onore, con una cultura molto vasta, un modo di approcciarsi alla vita e alle persone molto umano, molto umile. Non esistevano distinzioni di ceppo sociale per lui. Si definiva un anarchico, tra virgolette, scevro da condizionamenti politici. Anarchico non in modo violento, ma in modo intellettuale. Per me è un modello d’ispirazione, che io stessa cerco di seguire.
Seppur avendo passato poco tempo con lui, abbiamo passato dei bellissimi momenti, anche perché eravamo molto affini. Sin da piccolina mi piaceva disegnare e lo facevo spesso insieme a lui, già lo aveva capito che c’era il disegno dentro di me. Mi reputo molto fortunata, ci sono persone che hanno avuto il papà per tutta la vita; eppure, non riescono a ricordare dei bei momenti insieme. 

Che messaggio vuole lasciare Bonvi alla nostra società?

Fa riflettere le persone, è un fumetto trasversale, sia per piccini che per adulti.  La risata è un modo che usa per far pensare le persone, fargli venire dubbi, facendoli sempre divertire. Alla fine Sturmtruppen è un fumetto che narra le disavventure di un esercito, formato da singoli soldati, che combattono contro un nemico che non si vede mai. Che lottano cioè, contro sé stessi. Affronta temi sociali, la borghesia, il bullismo, l’amore, l’omosessualità, la morte. Negli anni Settanta non si trattavano apertamente questi temi, alcuni di questi erano dei tabù.
Al giorno d’oggi (anche grazie al mondo dei social) veniamo bombardati di contenuti, ma sono contenuti poveri, sono “scatole vuote”, non ti dicono nulla: non ti lasciano spunti di riflessione, ma le subisci passivamente. Per questa ragione occorre fare un passo indietro e domandarsi “di tutto ciò che assorbo che cosa ha ancora valore?”
Secondo me è importante leggere Sturmtruppen per questo motivo qui. Nell’arco di tre vignette, ti fa riflettere o ti lascia un bel ricordo, o ti fa sorridere o ti genera malinconia. In un’epoca così ricca di scatole vuote, le scatole veramente piene sono da tutelare.

Tuo papà ti hai mai dedicato una striscia?

Sì! È capitato diverse volte, ho dei bellissimi fumetti che conservo a casa mia tipo “La piccola Sofia che va a scuola” e sono dei bellissimi ricordi che mi porto di lui. Strisce vere e proprie no, negli ultimi capitoli ogni tanto si incontra qualche personaggio che ha delle mie somiglianze. Mi ricordo però sempre molto volentieri di una striscia che venne pubblicata negli anni ‘70, che sicuramente non mi ha potuto dedicare perché non ero ancora nata ma mi rimane nel cuore. Mi ci rivedo – risata.

Qual è il ricordo più bello che hai di lui?

Ne ho tantissimi, ma il più bello è legato ad un rumore, la più dolce delle melodie, lo scricciolo del suo pennino a china che incideva i fogli di carta Schoellershammer. Ero piccolina e dormivo assieme a mio fratello in studio da papà e lo sentivo lavorare, mi piaceva addormentarmi e svegliarmi con questo rumore. 

Autore: Niccolò Dametto COOLtour

Pompieri: oltre un secolo di attività

Era il 1911 quando Franz Zanott intuì che, come stava accadendo in molti altri centri abitati, anche a Laghetti c’era la necessità di poter contare su un “gruppo di spegnimento”: così infatti erano denominati gli attuali vigili del fuoco volontari al tempo dell’impero austro-ungarico. E oggi questo gruppo esiste ancora, più impegnato che mai.

All’epoca Franz Zanott si mise d’impegno e riuscì a raccogliere la buona volontà di diversi cittadini; non si conoscono le cifre, ma è certo che non si sta parlando di un corpo particolarmente numeroso in fatto di volontari, come non lo è nemmeno oggi, anche se comunque può contare su un’importante storia fatta soprattutto di persone e di famiglie.

A cominciare dall’attuale comandante, Manuel Veronesi, terza generazione di una famiglia di Vigili del fuoco. “Il primo è stato mio nonno Alois Veronesi (dal 1980 al 1988). Dopo di lui è toccato a mio papà Guido, rimasto in carica fino al 2000, e dal 2015 la staffetta è passata a me. Però, anche mio figlio Luca fa parte del gruppo allievi: chissà cosa ci riserva il futuro!”, rivelaVeronesi al comand di caserma vissuta occupata da venti vigili del fuoco volontari e tredici allievi. 

Una delle menti storiche della caserma è senza dubbio Roberto Bedin, con alle spalle una carriera ampiamente oltre i quarant’anni di servizio, di cui otto trascorsi nel ruolo di comandante che ha ricoperto dal 2000 fino al 2008.

Comandante Manuel Veronesi, quali sono stati gli interventi più “impegnativi” a cui siete stati chiamati?

L’intervento in assoluto più duro che ricordo risale a quindici anni fa. Erano più o meno le nove di sera quando ci chiamarono ad intervenire per un incidente stradale avvenuto all’incrocio con San Floriano, dove persero la vita quattro persone (tre erano bambini). Penso poi alle piene dell’Adige, che sono normale amministrazione, ma non fu così il 19 luglio del 1981: il fiume ruppe gli argini e l’acqua arrivò fin quasi nel centro storico. Lo ricordo bene perché avevo 17 anni ed ero da poco entrato a far parte del gruppo. E poi c’è stato il grosso incendio di due anni fa in un’abitazione del nostro centro storico.

Può tracciare un bilancio di quest’ultimo anno?

Durante tutto l’anno scorso ogni volontario di questa piccola caserma ha dedicato complessivamente 176 ore del proprio tempo solo per gli interventi. Siono stati ben sedici, per la maggior parte questioni tecniche quali incidenti o porte bloccate.

È vero che diverse caserme faticano a trovare nuove leve? È così anche per voi?

L’anno scorso abbiamo creato un nuovo gruppo giovani, provando a coinvolgere anche bambini dai dieci anni in su. Uno dei nostri giovani è passato negli effettivi, e siamo riusciti ad implementare il gruppo con altri quattro nuovi quest’anno.

Entrando nella vostra caserma, fra ciò che è attualmente avete in dotazione si nota anche una sorta di museo di cimeli. Di che cosa si tratta?

Abbiamo la prima scala in dotazione a Laghetti, che veniva  tirata da cavalli. Era stata abbandonata, così l’abbiamo recuperata, pulita e appesa in caserma come cimelio storico. C’è poi una divisa in esposizione: è quella da parata che si usava una volta e grosso modo è simile a quella attuale. Abbiamo anche una vecchia campagnola, la prima macchina di soccorso che abbiamo avuto in dotazione, arrivata negli anni Sessanta.

Sicuramente c’è anche qualche componente insignito di onorificenze di servizio…

Quattro anni fa, mio papà è stato nominato comandante onorario. Due anni fa, Roberto Bedin ha festeggiato i propri quarant’anni di servizio, e anch’io nello stesso periodo ho festeggiato i venticinque. Poi ci sono Stefano Medice e sua sorella Michela, che hanno raggiunto i quindici anni di servizio. I più recenti ad aver festeggiato sono Igor Benatti e Matthias Schmidt: qualche settimana fa abbiamo consegnato loro l’onorificenza, rispettivamente, per i venticinque e i quindici anni di servizio. Se guardiamo al gruppo allievi, in questi anni siamo diventati effettivi ben in dodici.

Autore: Daniele Bebber

“Il privilegio del mio lavoro? Il lato umano dei campioni” 

Uno dei decani del giornalismo sportivo italiano è un cittadino di Bolzano. Per quasi  due decenni, Ezio Zermiani è stata la voce e il volto delle telecronache delle competizioni motociclistiche e automobilistiche sulla RAI. Ha interpretato il suo ruolo di inviato in pista con estro e inventiva, guadagnandosi sul campo la stima e l’amicizia dei tanti fuoriclasse raccontati in una carriera ricca di soddisfazioni. La nostra intervista.

Zermiani, come nasce la Sua passione per il giornalismo? 

Parte tutto dalla mia città, Bolzano. All’epoca degli studi universitari – studiavo Ingegneria a Bologna – avevo cominciato a collaborare come esterno con la sede Rai di piazza Mazzini. In quegli anni collaborai anche a programmi radiofonici famosi come “Chiamate Roma 3131”. Quando venni assunto in pianta stabile, nel ’75, cominciai ad occuparmi di cronaca nera e giudiziaria ed ebbi la possibilità di affrontare alcuni casi di cronaca che ebbero eco mediatica nazionale. 

Ci aiuta a ricordare quali?

Ad esempio, il delitto della perpetua della Val d’Ultimo, il cui processo venne rifatto tre volte. Poi mi interessai dei delitti di Marco Bergamo. Grazie alle mie inchieste, venne scagionato un portiere di notte che era stato inizialmente accusato di essere il responsabile dell’uccisione di una prostituta che in realtà era stata vittima di Bergamo. In seguito a questi casi, nel ’78 venni chiamato a Milano da Sergio Zavoli che aveva fondato il GR1. Non ci pensai due volte a trasferirmi in Lombardia.  

Lì ebbe inizio la sua seconda carriera, quella che la rese il giornalista per eccellenza del mondo dei motori.

In precedenza, ovviamente, avevo già fatto incursioni nel territorio del giornalismo sportivo. Ero appassionato di moto e macchine e chiesi se interessavano contributi per la Domenica sportiva. Iniziai con servizi sulla sicurezza nel mondo delle gare di motociclismo: un aspetto del tutto trascurato all’epoca, i piloti morivano come mosche. Quando cominciai, a fine anni ’70, era l’epoca dominata da Niki Lauda. Dai primi anni ’80 in avanti, ero sempre in trasferta per fare le telecronache di moto e F1. Posso affermare tranquillamente di aver fatto almeno una volta il giro del mondo. 

Qual è lo sportivo che più l’ha colpita?

Ho avuto modo di entrare in confidenza con grandi campioni come Prost, Piquet, Nannini, Alboreto, anche Alonso, tra i tanti. Ma il più grande per me rimane Ayrton Senna che purtroppo non è più tra noi.  

Chi era Senna, una volta smessi i panni del pilota di Formula Uno?

Era un uomo a tutto tondo. Non era solo il grande campione dell’automobilismo che tutti conosciamo. Dava una mano ai bambini di strada brasiliani, pagando loro cibo e istruzione, come oggi continua fare la fondazione che porta il nome. Era un pilota dall’animo nobile che faceva un lavoro pericoloso non per i soldi o la fama ma per aiutare chi ne aveva bisogno. Altri bei ricordi mi legano all’amico Michele Alboreto, purtroppo prematuramente scomparso, con cui facevamo una trasmissione insieme. Una volta, tra Natale e Capodanno dell’87, ci incontrammo a Maranello a provare in pista la nuova Ferrari da strada, la F40. Poi si decise di usare la macchina, non ancora omologata, per andare dalla famiglia di Michele e facemmo un servizio su quel folle viaggio da Modena a Milano. Il grande vecchio, Enzo Ferrari, si infuriò. Poi vide il servizio e mi mandò una nota per complimentarsi.  

Com’era il mondo del giornalismo sportivo, a quei tempi?

Era completamente diverso da oggi. Allora si viveva in simbiosi con i campioni sportivi, si riusciva a coglierne il lato umano, a conoscere le loro famiglie e le loro storie. Ti affidavano segreti e confidenze e tu dovevi scegliere di non raccontare alcune cose perché era un rapporto basato sulla correttezza, la fiducia e l’amicizia. A volte, con le loro famiglie e le nostre, facevamo le ferie insieme. Io ero solito intervistare i piloti sulle griglie di partenza, pochi secondi prima che schiacciassero l’acceleratore. Adesso è inimmaginabile. Ora ci sono conferenze stampa e interviste uguali per tutti, anche perché una parola di troppo, pronunciata nel momento sbagliato, può causare disastri finanziari. Noi abbiamo consumato tante suole delle scarpe per scovare le notizie e raccontarle. Oggi il pc e internet, che sono molto utili, forse ci hanno reso un po’ più pigri. Io rimango convinto però che il giornalismo vada fatto recandosi sui luoghi degli avvenimenti in prima persona, per vedere con i propri occhi e ascoltare i testimoni, come mi ha insegnato Sergio Zavoli.  

Autore: Nilo Ruggeri

A Laives c’è una grande voglia di recitare

Nel “viaggio” fra le filodrammatiche della Bassa Atesina questa volta sotto lo scenico occhio di bue è stata inquadrata un’altra importante compagnia teatrale di lingua italiana della Bassa Atesina: la filodrammatica di Laives, attualmente impegnata nello studio del nuovo spettacolo. Anzi, in realtà in più più d’uno, visto che la compagnia ha all’attivo qualcosa come una ventina di attori.

Serve però andare con ordine nell’esposizione dei fatti, e quindi dalla data di nascita, attestata al 1947, quindi subito dopo la guerra. “Una particolarità della nostra compagnia sta nel fatto che non ci sono mai state interruzioni” rivela Bruno Debortoli, attuale presidente della compagnia fondata ai tempi da Gino Coseri, descritto come una persona che ha avuto un’importanza notevole nella vita dell’abitato di Laives. “Noi abbiamo cominciato a fare teatro con lui e siamo sempre andati avanti così – racconta -. Da vent’anni a questa parte la nostra compagnia è cresciuta alla grande, perché proponiamo sessanta spettacoli all’anno in tutta Italia. Ma la nostra forza deriva anche dal fatto che abbiamo partecipato a concorsi nazionali, oltre ad essere come una grande famiglia. Da un po’ di anni a questa parte – aggiunge -, abbiamo integrato anche un gruppo di genitori, che hanno creato il Circo Pizza e lavorano prevalentemente con i bambini, e le FacebookSisters, che prima recitavano con noi mentre adesso sono autonome nel proporre i propri spettacoli pur appoggiandosi a noi”.

Presidente Debortoli, voi recitate in italiano o in dialetto? 

In passato abbiamo recitato in dialetto, oggi sempre meno, perché recitando in italiano possiamo pensare di spostarci sull’intero territorio nazionale, e inoltre riusciamo a coinvolgere meglio i giovani. L’età della nostra compagnia si è abbassata e l’attuale numero di attori ci permette di tenere in piedi i quattro spettacoli che abbiamo al momento in repertori, tendenoli operativi per molto tempo. Al momento stiamo portando in scena degli spettacoli che ci danno molte soddisfazioni.

Quali sono i più apprezzati?

Negli ultimi anni i più gettonati sono stati “La cena dei cretini” e “Il marito di mio figlio”. Ma una nostra chicca sono le “cene con delitto” che portiamo in scena alla cantina di Laimburg.

Insomma siete una compagnia ben nutrita…

Quando ci siamo formati avevamo solo uno stile e c’erano solo uomini, poi siamo riusciti a costruire una bella compagnia. Possiamo stimare che in questi anni si saranno esibite oltre duecento persone. Inoltre proponiamo corsi e iniziative al teatro delle Muse di Pineta, dove ci troviamo a recitare e provare i nostri spettacoli.

C’è qualche nuovo spettacolo, o proposta, che scalpita da dietro il sipario?

Come ultimo lavoro abbiamo “Boing Boing – l’amore vola e va”. Poi stiamo lavorando ad una nuova cena con delitto e stiamo mantenendo alcuni altri spettacoli. In futuro la nostra idea è portare avanti già quanto abbiamo, ma senza perdere di vista le novità.

Autore: Daniele Bebber

La Bassa Atesina tra Romani e Teutisci

La punta sud-occidentale dell’area linguistica tedesca in Bassa Atesina si estende dalla catena della Mendola fino al corso del fiume Adige. Ad eccezione del paese di Cortina, che forma un’isola in mezzo alla valle, gli altri comuni sorgono sui conoidi alluvionali ai piedi della montagna come Termeno, Cortaccia e Magrè oppure su terrazzamenti più o meno estesi come Sella, Ronchi, Corona, Niclara, Penone e le due frazioni di Favogna – località un tempo comprese nella grande parrocchia di Caldaro. 

Ovviamente non sempre in quel lembo di terra vivevano “parlanti teutisci”, come venivano chiamati all’epoca dei Franchi di Carlo Magno. I teutisci (da cui il dialettale todeschi) arrivarono gradualmente e in piccoli gruppi a partire probabilmente dal IX secolo e si stabilirono qui come già nel resto della zona alpina per lavorare la terra o per trovare occupazione nelle miniere. Avvenne allora, anche in Bassa Atesina, quella che oggi, con un termine terribile, qualcuno chiama “sostituzione etnica” – in realtà una naturale alternanza di popoli dovuta a vari fattori quali il clima, le guerre, le carestie, la scarsa natalità eccetera. La vecchia popolazione romano-bizantina, insediata da mezzo millennio, sfiancata e decimata dalle guerre con gli invasori, non era più in grado di affrontare da sola le sfide del tempo. Le prestigiose villae continuarono a esistere ma progressivamente vennero a mancare le “braccia”: i contadini, i soldati, poi anche gli artigiani, i servi e gli schiavi. Un fenomeno molto lento ma inarrestabile, che inevitabilmente attirò popolazioni migranti in cerca di spazio vitale. 

I Longobardi si insediarono massicciamente in questa terra che stava perdendo la propria forza e infatti la tradizione longobarda rimase in vita a lungo ed è ancora oggi riconoscibile. I Longobardi arrivati in Italia nel 568 sotto la guida di Alboino erano un popolo di migranti, partiti nel II secolo dall’Europa settentrionale per approdare in Pannonia nel VI secolo. Erano un piccolo popolo di qualche migliaio o decina di migliaia di persone. Trovarono una situazione dissestata e favorevole all’invasione in quanto le guerre tra Bizantini, eredi dei Romani, e Ostrogoti, a loro volta un popolo germanico insediatosi nell’Italia settentrionale, aveva dissanguato il paese. Insomma, quella che oggi viene chiamata “denatalità”, contribuì anche allora all’arrivo massiccio di popoli migranti, quasi tutti provenienti dalla zona scandinava o dell’Europa orientale.

Conosciamo pochi dettagli documentati sull’epoca ostrogoto-longobarda, ma certamente per quanto riguarda il territorio della Bassa Atesina occidentale la presenza dei Longobardi fu un fattore di grande rilievo – tanto che successivamente – dopo l’anno 1000 – anche i principi-vescovi di Trento mantennero in vita il sistema amministrativo e giurisdizionale dei loro predecessori. Insomma, in questa parte dell’Unterland si continuò a lungo a vivere secondo le leggi longobarde. La gastaldia di Termeno-Cortaccia-Magrè era retta da un gastaldo nominato dal vescovo di Trento con il compito di amministrare la giustizia e, soprattutto, riscuotere le tasse.  Si trovavano in quel territorio gli stessi paesi di oggi, fondati molti secoli prima, ma la loro dimensione era ridottissima, in molti casi non più di alcuni masi direttamente derivati dalle antiche villae romane. C’era quindi l’estremo bisogno di ripopolare la zona e probabilmente per questa ragione i Longobardi del nascente ducato di Trento favorirono lo stanziamento massiccio di migranti proprio tra la vecchia Metz (poi Kronmetz / Mezza Corona) nella Piana Rotaliana e la punta meridionale del Monte di Mezzo, sulla riva destra dell’Adige. 

Al posto delle vecchie ville romane lentamente arrivarono le curtes longobarde. Non a caso qui abbiamo i paesi di Cortina e Cortaccia, che ricordano proprio questo tipo di insediamento. Le curtes longobarde occupavano e amministravano vasti territori presidiati da arimanni, contadini liberi armati. Non erano semplici tenute agricole ma complessi sistemi di insediamenti agricoli e residenziali che costituivano l’unità di base dell’organizzazione sociale ed economica del territorio. 

Autore: Reinhard Christanell