Alla scoperta della lingua degli antichi

Non c’è metodo migliore per stabilire l’appartenenza culturale di una popolazione che conoscerne la lingua, sia parlata che scritta. Tuttavia, ciò non è sempre possibile, perché pochi popoli hanno lasciato testi scritti in quantità sufficiente per essere letti e interpretati in modo efficace. Per quanto riguarda la lingua parlata, vale la vecchia massima: verba volant.

Se ne possono trovare alcune tracce negli antichi toponimi (soprattutto nei nomi dei fiumi, risalenti all’epoca preindoeuropea), che certamente furono tramandati oralmente. Tuttavia, anche i toponimi sopravvissuti hanno subito corruzioni e adattamenti dovuti alle esigenze dei nuovi “parlanti”. Restando nel nostro territorio, è difficile individuare il nucleo originario di un toponimo “incomprensibile” – per esempio Leifers / Laives –, modificato prima dai latini e poi dai germanofoni.

L’enigma linguistico principale – che riguarda da vicino anche la valle dell’Adige – è rappresentato dall’etrusco, una lingua preindoeuropea documentata in testi scritti risalenti a un periodo compreso tra l’VIII secolo a.C. e il I secolo d.C. Ci ha lasciato un corpus di circa 13.000 iscrizioni, perlopiù funerarie, alcune delle quali bilingui e dunque leggibili. Per il resto, è buio totale. Gli etruschi utilizzavano un alfabeto di derivazione greca con solo quattro vocali (senza la “o”) e, pur convivendo a lungo con popolazioni di origine indoeuropea, come i Latini e i Veneti, mantennero le peculiarità della loro lingua.

Abbiamo fatto questa lunga premessa perché vogliamo dedicare qualche parola a un’altra lingua che ci riguarda molto da vicino, in quanto fu parlata per un lungo periodo nelle valli alpine e prealpine: il retico. Proprio in questi giorni, nella città di Trento – da sempre strettamente collegata con la Bassa Atesina –, è venuta alla luce una straordinaria necropoli con 200 sepolture dotate di ricchi corredi funebri (armi per gli uomini, monili per le donne), che dovrebbe appartenere al popolo dei Reti ovvero all’area culturale di Fritzens-Sanzeno. I Tridentini dell’età del ferro, presenti anche in Bassa Atesina,  intrattenevano intensi rapporti economico-culturali con l’area padano-emiliano-veneta. Basti pensare che il principale luogo di culto della loro dea Reitia si trovava a Este.

A differenza dell’etrusco, il retico non ci ha lasciato testi significativi, ma solo un corpus piuttosto ridotto di circa 300 iscrizioni. La struttura grammaticale e l’alfabeto presentano notevoli somiglianze con l’etrusco, che certamente fa parte della stessa famiglia di lingue, detta reto-tirrenica. Queste iscrizioni sono incise principalmente su supporti metallici (ferro e bronzo), pietra, ceramica o ossa animali. I reperti sono stati ritrovati prevalentemente in Trentino-Alto Adige, Tirolo e Grigioni. Il periodo di riferimento è quello dell’età del ferro, tra il 600 a.C. e il I secolo a.C. Dopo l’anno 15 iniziò la romanizzazione forzata.

L’alfabeto utilizzato dei nostri predecessori fino all’arrivo dei Romani si divideva in due filoni: Sanzeno-Bolzano e Magrè (Schio). Il primo era utilizzato prevalentemente in Val di Non e nella Val d’Adige, il secondo nelle zone del veronese e del vicentino.

Cosa contengono queste iscrizioni? Principalmente nomi di persone, dediche a divinità e verbi. Un esempio famoso è l’iscrizione su una pietra tombale rinvenuta a Vadena: pnake vitamu la ↑em (forse “qui è sepolto Vitamu”?). Inoltre, in varie iscrizioni appare il nome proprio Lavise (lavisie, lavisealu e laviseseli), romanizzato in Lavisno. Da questo nome potrebbe derivare anche il moderno toponimo Lavason, una valletta tra Caldaro e Appiano, dove probabilmente correva un ramo della Via Claudia Augusta tra Altino e Augusta (Augsburg). Questa località è menzionata nella famosa lettera di San Vigilio con il nome Lauesana. E, perché no, anche la retica Laives, situata oltre il Monte di Mezzo, potrebbe essere stata in origine la terra di Lavise.

In attesa di trovare la chiave interpretativa di questi antichi idiomi, possiamo godere delle straordinarie scoperte archeologiche, come quella trentina, che ci permettono di conoscere più da vicino i nostri misteriosi avi e la loro cultura.

Autore: Reinhard Christanell