Non di rado in Bassa Atesina, terra di confine per eccellenza, le partite politiche più scabrose si sono giocate sulla pelle di ignari alunni delle scuole elementari. Sembra quasi che i facinorosi di una parte e dell’altra non trovassero altro luogo in cui dare libero sfogo alla loro incurabile faziosità. D’altronde, anche ai giorni nostri la contesa scolastica è sempre all’ordine del giorno e l’assalto alla diligenza “dell’istruzione e del merito” fa parte integrante del background culturale di molti salvatori della patria.
Successe a suo tempo a Vadena, poi a Laghetti e, infine, dopo la guerra, anche a Salorno. Questo paesino sul confine linguistico-culturale assurto a simbolo di qualcosa di molto più grande della sua reale dimensione appare nei libri di storia grazie a Paolo Diacono, lo storico longobardo che ci narra di una battaglia avvenuta qui nel 577 tra i Longobardi guidati dal conte Edvino e i Franchi. Salurnis, centro amministrativo di una “curtis” che comprendeva anche Laghetti, Cortina e Magrè, faceva parte del ducato longobardo di Trento e diversi chilometri a nord, tra Laives e Bronzolo, scorreva il confine tra i due popoli ”barbari” dei Baiuvari e dei Longobardi.
Dopo questo evento, per quattro secoli non sentiamo più parlare di Salorno, che sicuramente rimane nell’orbita del mondo romanzo plasmato dal vecchio impero romano e dalla presenza dei longobardi romanizzarti. Come gli altri paesi della Bassa Atesina, a partire dall’XI secolo subisce in misura crescente l’influenza dei Baiuvari, che espandono il loro raggio d’azione ben oltre la famosa Chiusa.
Nella cronaca di un convento bavarese si parla di “castellum quod dicitur Salurna” e una comitiva di viaggiatori transitata da quelle parti descrisse il grande lago formato dalle acque dell’Adige all’altezza di Laghetti, che peraltro diede il nome al paesino stesso. Sempre più spesso, nei documenti dell’XI e XII secolo compaiono persone e toponimi di origine germanica; probabilmente in quell’epoca gli immigrati bavaresi ottennero il sopravvento sulla popolazione autoctona e imposero anche il loro idioma, qui come nel resto della Bassa Atesina “ladina”.
Ma torniamo a tempi meno remoti e al fatto che agitò non solo l’opinione pubblica locale ma, grazie ad un quotidiano nazionale, anche quella dell’Italia di allora. Il 29 gennaio 1961 il giornale filogovernativo romano “Il Messaggero” pubblicò sul suo supplemento domenicale un reportage a dir poco ingiurioso nei confronti del paese di Salorno e in particolare della sua scuola elementare e del corpo insegnante, con l’evidente scopo di disegnare un quadro a tinte fosche della realtà e del popolo sudtirolese. “Il problema dell’Alto Adige – I nostri giusti confini” fu il titolo provocatorio del servizio. Al centro dell’inchiesta il sistema scolastico “autonomo” delle scuole pubbliche di lingua tedesca. Prendendo come testimone, a quanto pare involontario, il sindaco democristiano Giacomo Pojer, il giornale scrisse: “Vi racconterò, per esemplificare, quel che succede a Salorno, ad una decina di chilometri da Trento. (…) Gli insegnanti sud-tirolesi hanno indotto i loro allievi a non salutare il sindaco italiano quando lo incontrano per strada. (…) Il sindaco stesso un giorno si recò a visitare la quarta elementare “tedesca” (…) che lo accolse con l’inno di Andrea Hofer…” In sostanza, secondo il giornale “ufficioso” del governo romano, che evidentemente intendeva risolvere la “questione sudtirolese” a modo suo, i bimbi salurnesi non conoscevano la capitale d’Italia Roma, l’eroe dei due mondi Garibaldi e neppure gli affluenti del fiume Tevere ma, ahimè, solo quelli del teutonico Reno.
L’allora deputato regionale Hans Dietl reagì con veemenza al servizio giornalistico e attaccò pesantemente lo stesso sindaco Pojer, che si era prestato alla rappresentazione palesemente distorta della realtà sudtirolese, e pretese da lui, esponente provinciale di un partito cattolico come la DC e per di più di origine trentina, una smentita immediata dell’accaduto. Giacomo Pojer rispose con una rettifica ai sensi della legge sulla stampa, negando peraltro di essersi mai recato in visita a una scuola di lingua tedesca.
Dietl prese atto della smentita del sindaco ma chiese allo stesso, capo dell’amministrazione del suo comune, di querelare il giornale e il corrispondente Matteo de Monte. Cosa che, a quanto risulta, non avvenne.
Autore: Reinhard Christanell