I cognomi della discordia

I rapporti tra Sudtirolesi e governi italiani si distinguono  per un’ambiguità di fondo che impedisce il superamento del trauma originario dell’annessione del 1920. Perfino ora che l’amministrazione locale ha abbracciato la causa della destra italiana, sono sufficienti episodi anche minimi (per esempio in ambito scolastico) per riaccendere nella società dispute ataviche dai toni e dai contenuti d’altre epoche.

A tal proposito, il regime fascista adottò metodi perentori e violenti per regolamentare la convivenza e affermare l’italianità di questo territorio. Seguendo le linee guida tracciate da Ettore Tolomei nei “Provvedimenti per l’Alto Adige”, i fascisti emanarono leggi “speciali” come quelle sulla toponomastica, sui programmi didattici, sull’obbligo dell’uso della lingua italiana negli uffici pubblici, sulla lingua d’insegnamento e, perfino, sulla “Restituzione in forma italiana dei cognomi delle famiglie della Provincia di Trento”.

È di quest’ultima “perla” che vogliamo occuparci in questa sede. Non tragga in inganno l’indicazione “Provincia di Trento”: nel 1922 tutta la Bassa Atesina fu accorpata alla Provincia di Trento per “favorire” l’italianizzazione del territorio “mistilingue”. Con regio decreto-legge del 10 gennaio 1926, n. 17, entrato in vigore il 30 gennaio e poi convertito con legge n. 898 del 24 maggio 1926, si impose ipso facto la restituzione (mai reclamata da nessuno!) in forma italiana dei cognomi delle famiglie della provincia di Trento. “Vittorio Emanuele III, per GRAZIA E PER VOLONTA’ DELLA NAZIONE (il termine “nazione” ultimamente è ritornato di moda), sentito il Consiglio dei Ministri, sulla proposta del Guardasigilli Ministro Segretario di Stato per la giustizia e gli affari di culto…. abbiamo decretato e decretiamo: Le famiglie della provincia di Trento (Bassa Atesina N.d.R.) che portano un cognome originario italiano o latino tradotto in altre lingue o deformato con grafia straniera, o con l’aggiunta di un suffisso straniero, riassumeranno il cognome originario nelle forme originarie. Saranno egualmente ricondotti alla forma italiana i cognomi di origine toponomastica, derivanti da luoghi, i cui nomi erano stati tradotti in altra lingua, o deformati con grafia straniera, e altresì i predicati nobiliari tradotti o ridotti in forma straniera. Chiunque, dopo la restituzione avvenuta, fa uso del nome o del predicato nobiliare nella forma straniera, è punito con la multa da L. 500 a L. 5000.”  

Non serve chissà quale ingegno per comprendere la portata di siffatto tragico – e per certi versi grottesco –  provvedimento. I “portatori” di cognome straniero di “antiche origini latine” si videro notificato un provvedimento che trasformò e, il più della volte, storpiò il loro nome di famiglia. Il più classico degli esempi è il fantasioso Rabensteiner – Pietracorvo, la cui antica romanità sta tutta nel colore dell’uccello… 

In concreto, i cognomi modificati furono moltissimi e qui ne elenchiamo alcuni riguardanti cittadini della Bassa Atesina: passi per la “i” aggiunta a Peterlin e Abram, ma trasformare  Pichler e Kofler in Collini e Colli, Perpmer in Marini, Geier in Girardi, Spitaler in Serri, Floess in Vallesi, Fulterer in Fulteri, Gamper in Campi, Heissl in Casali, Ossinger in Ossini, Bonecher in Bonetti, Stuppner in Stuneri, Schraffl in Dalle Torri, Visintainer in Visentini, Baumgartner (cognome tipicamente latino) in Fiore, Moedlhammer in Martelli, Cont in Conti, Coser in Coseri, Moser in Moseri, Pirhofer in Perrone, Rohregger in Rovere, Plank in Bianchi, Gasser in Dallavia, Heuschreck in Mattei, Kalser in Colli, Schachner in Dalmonte, Ortler in Ortelli, Petermair in Pietromanio e, mistero toponomastico, Meraner in Cristoforetti – tutto ciò rappresenta  semplicemente la follia di un regime dittatoriale come quello del ventennio fascista.

A tutti costoro e a molti altri cittadini il Prefetto Karl Tinzl restituì il cognome originario con decreto del 16 marzo 1945, cancellando di fatto una vergogna di dimensioni epocale.

Autore: Reinhard Christanell