La storia dell’umanità è, per certi versi, una storia di confini. Confini collettivi e privati, politici e linguistici. Confini imposti e, nello stesso tempo, minacciati o violati. Anche la cosiddetta “privacy” altro non è che un confine tra le singole persone. E un confine rappresenta la “Heimat”, il luogo ideale in cui “confinare” la propria individualità.
Ma come nascono i confini? Quelli politici, si sa, quasi sempre in seguito a conflitti, raramente grazie a pacifici accordi. Più complessa è la questione dei confini linguistici o culturali. Infatti, se è abbastanza semplice fissare o spostare una linea immaginaria su una carta geografica, è più difficile popolare in modo omogeneo un territorio o sradicare persone, famiglie, comunità dai luoghi dove risiedono da decenni, a volte da secoli. Perciò lo spostamento di un confine linguistico non è quasi mai repentino ma frutto di un processo lento, spesso irriconoscibile.
Un esempio in tal senso è la storia della Bassa Atesina, territorio tra Bolzano e Trento schiacciato da un millennio e mezzo tra due grandi culture e realtà linguistiche: quella tedesca e quella italiana. In questi pochi chilometri di spazio che funge, in certo qual modo, da confine “liquido” e cerniera nel corso dei secoli le linee di demarcazione linguistiche, indipendentemente da quelle politiche mutate più volte, si sono spostate quasi impercettibilmente da sud verso nord.
Il punto di partenza “storico” è il periodo di occupazione romana, in cui tutto il territorio dell’odierno Trentino-Alto Adige era parte integrante dell’impero – anche da un punto di vista linguistico.
Certo anche allora erano ancora presenti isole linguistiche riferibili alle vecchie popolazioni retiche ma non si può comunque parlare di un vero e proprio confine linguistico come si è formato in seguito.
Dopo la scomparsa dei Romani, abbiamo assistito all’arrivo delle popolazioni germaniche: Franchi, Longobardi e Bavari.
Specialmente le ultime due hanno determinato la divisione sistematica di un territorio prima unitario: a nord, appena sotto Bolzano o Laives, i Bavari, a sud i Longobardi. In un articolo apparso sul periodico Schlern nel 1949, lo storico Otto Stolz ha tracciato bene le linee principali della “separazione” territoriale e linguistica della regione partendo proprio dai confini imposti da queste due popolazioni nell’VIII e IX secolo. Da un punto di vista politico non è del tutto chiaro dove corressero i confini in Val d’Adige, a quanto pare piuttosto “ballerini”.
Da quello linguistico, tutta la Bassa Atesina risultò a lungo influenzata dal precedente periodo romano progressivamente soppiantato dall’insediamento dei Longobardi romanizzati e soprattutto dai coloni bavari. Nel 1027 le contee di Trento e Bolzano passarono al principe-vescovo di Trento e in quel periodo Bolzano faceva parte del ducato bavaro. Nel 1305 il re tedesco Albrecht I affidò ai conti del Tirolo la sovranità doganale fino ai confini politici – e probabilmente linguistici – contraddistinti dal torrente Efeis (oggi Avisio).
È verosimile che il territorio al di là dell’Avisio venisse considerato “welsch” ossia di cultura italiana, quello al di qua tedesco – benché politicamente anche Trento facesse parte dello stesso regno di Bolzano. Nella vecchia pretura di Königsberg con i comuni Nefis (oggi Lavis), Pressan (Pressano), Faid (Faedo), Jaufen (Giovo) e St. Michael (San Michele) i toponimi e i cognomi delle famiglie ricordano ancora la loro origine tedesca.
Anche tra le vecchie preture di Kron- o Deutschmetz (Mezzocorona o Mezzo Tedesco) da un lato e di Welschmetz o Merzzolombardo dall’altro possiamo trovare tracce univoche di un’antica linea di confine linguistico. Nel XVI secolo, Marx Sittich von Wolkenstein parla già di “welsches Volk nach Sprach und Sitten“ (popolazione italiana per lingua e usanze) con riferimento a Königsberg, mentre dice “alles teitsch Volk” per quanto riguarda le vicine Salorno e Cortaccia. Probabilmente in quei due o tre secoli è avvenuto un significativo spostamento del confine linguistico verso nord, fermandosi poi fino ai nostri tempi all’altezza di Salorno.
Scrisse infatti Denis Diderot a proposito di Salorno: “Un gros bourg aux confins d’Alemagne et d’Italie dans le Tyrol, dont il fait la séparation“. Quello di Salorno si è rivelato un confine “resistente”, tanto che sia Napoleone, sia il regime fascista qualche decennio più tardi, pur scompaginando i confini politici regionali, non riuscirono a scalfire la solidità linguistico-culturale della Bassa Atesina.
Autore: Reinhard Christanell