Il solido ritornodi Frederick Helmut Pinggera

Col suo disco di debutto, all’età di quasi sessant’anni, Frederick Helmut Pinggera, venostano di nascita ma pusterese d’adozione, si era guadagnato la palma di rivelazione dell’anno nel 2018, come ospite applauditissimo al Tom Keller Show di Rai 3 Sender Bozen e poi organizzatore di un riuscito festival per cantautori nella suggestiva Dobbiaco, per non dire degli applauditi concerti in supporto al disco. Cantautore rock a tutto tondo, con modelli del calibro di Springsteen e Zucchero, Pinggera ha creato un genere tutto suo, complice una voce unica e vincente, in cui le lingue si mescolano nell’ambito della stessa canzone, in particolare nel nuovo disco, intitolato Fred 22, in cui oltre a tedesco e inglese troviamo anche ladino e italiano, trattati con eguale competenza linguistica.

Oltretutto, con l’alternanza del tedesco all’inglese e al dialetto sudtirolese si crea, nelle liriche una sorta di gramelot che vince su tutti i fronti, quando solitamente, con un paio di eccezioni, le asperità della lingua germanica mal si adattano al rock e suoi derivati.

“In un primo momento – ci racconta Pinggera –, il disco avrebbe dovuto avere un titolo diverso, poi il grafico ha creato questa scritta scambiando per titolo un appunto che gli avevo lasciato, ed è venuto fuori con questa scritta, che suonava un po’ come l’autostrada A22. Ci è sembrato funzionasse benissimo, così l’altro titolo me lo tengo buono per la prossima volta. Le registrazioni sono state fatte da Marc Giugni, Magoman, come mi piace chiamarlo, nella sua cantina.”

Il modo di lavorare è sempre lo stesso, Pinggera porta le sue idee e le butta giù con la chitarra acustica, le canzoni vengono registrate e poi Giugni ci lavora su suonando da solo chitarre, basso, batteria e tastiere.

“I brani – ci spiega il cantautore rocker – sono come un’ossatura intorno a cui Magoman mette la carne, o più poeticamente, come dei bimbi a cui cuce addosso un cappottino. Lascio tutto a lui il lavoro di sartoria: a volte li veste con pantaloncini corti e maglia a righe, altre con il giubbotto di pelle da rocker. Poi lasciamo tutto lì un po’ per riascoltarlo a distanza e capire se suona bene. Va sempre a finire che mi affeziono a tutti i bambini e a tutti i vestiti.”

E quanto a suonare, suonano indubbiamente bene. Pinggera ha una vena creativa molto felice, sembra che per lui scrivere canzoni sia la cosa più naturale del mondo”. Giugni da parte sua dimostra un eccellente gusto musicale, molto rock quando c’è da esserlo. Il brano iniziale, Il falco, suona come un potenziale hit radiofonico, la conclusiva Fliach me hoam ha i toni della ballad da titoli di coda, le chitarre sono sempre al posto giusto, il suono dell’organo convince. Il blues di I spiel in blues firr diar ha il suono del blues più verace, lontano da essere una citazione di qualcosa di già ascoltato. Partigiano e partigiana suona come un folk rock in stile Gang e il brano in ladino Tucela por Diana, pare una delicata ninnananna impreziosita dal controcanto della cantante di madrelingua Maria Craffonara.

“Spesso le canzoni nascono di notte – ci confida Frederick –, mi sveglio di colpo con delle immagini che mi girano attorno. Prendo appunti sul cellulare per non perdere gli spunti. Al mattino poi li trascrivo, e magari nella trascrizione qualcosa muta o si perde. Dopo qualche giorno li rileggo e sento che c’è qualcosa che non è come vorrei, magari una parola che suona troppo comunemente, allora riprendo gli appunti e scopro che lì c’era la parola giusta e che nella lucidità del giorno l’avevo cambiata, perdendone l’effetto. Il brano Il falco ha avuto una genesi particolare, la prima volta che si è manifestato è successo nel 2020, quando Reinhold Giovanett mi è venuto a intervistare a casa, mi dava la sensazione di essere di passaggio, un po’ come il falco. Quando è presente, è presente, ma non vuole essere presente più di tanto. Ma c’è anche un’altra cosa cui il brano è legato, mi trovavo a Fez, in Marocco, dove ci sono i falchi che volano sui monti dell’Atlante e si dice che portino l’anima dei morti; mentre ero lì ho ricevuto una telefonata da mia mamma che voleva dirmi che era stanca, ma di non preoccuparmi, di godermi il viaggio. Il giorno dopo mi ha chiamato mio fratello per dirmi che la mamma non c’era più. La canzone parla anche di questo”.

Oltre a Pinggera e Giugni, nel disco si possono ascoltare la già citata Maria Craffonara al canto, il gardene Tommy Vinatzer e la sua pedal steel guitar, che pennella col suo suono allungato un paio di brani. Ci sarebbe anche la bella voce di Annika Borsetto in ben tre brani ma, unica nota negativa, per qualche inspiegabile ragione è rimasta sepolta nel missaggio e la si percepisce appena.

Autore: Paolo Crazy Carnevale