Gli ultimi giorni per gli abitanti del Burgraviato sono stati contraddistinti dai nasi all’insù e da sguardi di curiosità mista a preoccupazione, per l’incendio divampato alle spalle del paese di Marlengo, appena sopra la metà del versante est del Monte San Vigilio. Il favonio, che per quasi due settimane ha maramaldeggiato indisturbato, ha sradicato alcuni alberi che si sono abbattuti sui cavi dell’alta tensione, che, strappatisi, hanno poi cagionato il resto; almeno, questa, sembra la scintilla ufficiale da cui è partito il tutto. Le fiamme, alte e meschine, visibili ad occhio nudo nell’oscurità, in una delle notti più ventose e secche dell’anno, hanno inghiottito ettari di bosco misto; uno scenario atipico e decisamente poco frequente in inverno in Alto Adige, ma che ci ha tenuti in apprensione. Un ringraziamento enorme e sentito – credo davvero da parte di tutti – spetta, come sempre, agli impavidi vigili del fuoco, di ruolo e volontari, che per tutta la notte e per tutto il giorno seguente con oltre duecento unità si sono prodigati prima via terra sui pendii scoscesi ed irti di pietre e radici, poi anche per via aerea con l’ausilio di elicotteri muniti di benna o bucket (appositi secchi per il trasporto d’acqua e liquidi ritardanti) per domare definitivamente il mostro. I pochi sfollati dalla furia delle fiamme hanno poi fatto ritorno alle loro case. E non dimentichiamoci anche dei simpatici animali selvatici, che del bosco sono gli abitanti.
Il fatto che i cavi dell’alta tensione siano ancora sospesi e non sotterrati apre la strada a questi rischi; l’elevata siccità di un ennesimo inverno mite e avaro di precipitazioni, che rimarca le anomalie climatologiche oramai irreversibili in atto, spalanca la porta degli “inferi” nell’incertezza di cosa aspettarci dal punto di vista meteorologico per la primavera e l’estate prossime venture. Tutti i fenomeni atmosferici, favonio compreso, si sono incattiviti. Le alte pressioni sempre ferme sulle Francia bloccano di fatto ogni perturbazione Atlantica diretta nel Mediterraneo. Ricordiamo che, senza disdegnare l’Ostro e il Ponente, per noi in Alto Adige l’unico vento veramente ricco di precipitazioni è il Libeccio teso. L’occhio attento non può restare indifferente alle pareti boschive delle conche altoatesine dal tipico colore del Pianeta Rosso; e, forse, alberi sradicati, lampioni divelti, rami spezzati, balconi in disordine mettono a nudo le nostre città e ci scoprono fragili “marziani” su di un pianeta che sta cambiando rapidamente. I semenzai sui davanzali ci ricordano che, a breve, i nostri BalconiORTI pulluleranno di nuova vita.
Autore: Donatello Vallotta