Eliminare la povertà non significa allontanare i poveri

Una campagna elettorale dovrebbe essere il momento in cui si mettono sul tavolo problemi, proposte di soluzione, prospettive di sviluppo, idee e visioni per il futuro. Spesso invece diventa una passerella di personaggi più o meno noti che ammiccano, lanciano slogan e cercano capri espiatori per racimolare una manciata di voti.

La Caritas diocesana ha suggerito alcune aree di intervento e fatto delle proposte. Tra i problemi aperti quelli della casa e del lavoro per le persone svantaggiate (e non solo), dell’offerta formativa per gli adulti, dell’assistenza alle persone anziane, della promozione del volontariato e dello sviluppo della comunità.
“I Comuni sono l’ente territoriale più vicino ai cittadini e hanno la possibilità di rendersi conto dei bisogni delle persone e di dare risposte efficaci, coinvolgendo altri comuni o la Provincia, ma anche i cittadini e le loro organizzazioni.” Il Comune – come parte della collettività, la “res publica” – ha il dovere di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese” (art. 3 della Costituzione).
Eliminare la povertà non significa eliminare i poveri o allontanarli, ma occuparsi di loro in modo da rimuovere le cause della povertà. A volte si osserva che in diverse località si vorrebbero collocare in periferia i servizi sociali per gruppi di popolazione svantaggiati. Perché? Dovrebbero invece rimanere nei centri, lì dove si svolge la vita di tutte le persone.
Le pubbliche istituzioni sono a volte un po’ arroganti, perché si dimenticano di dover rispondere ai cittadini delle loro azioni. Uno stile di dialogo con le espressioni del Terzo settore da pari a pari, secondo il principio di sussidiarietà, aiuta senz’altro a fare il bene (e il meglio) della comunità.

Autore: Paolo Bill Valente