Emigrato da una ventina d’anni in Svizzera, Francesco Mattuzzi è uno di quei personaggi del panorama musicale locale che hanno sempre abbinato la passione per la musica suonata a quella per la registrazione e la riproduzione dei suoni.
A tal riguardo ci racconta: “Si tratta in realtà di aver legato due passioni che ho avuto da sempre. I miei genitori mi hanno portato, probabilmente quando avevo tre anni, ad ascoltare una signora che suonava il pianoforte e da quel momento ho cominciato ad appassionarmi alla musica e a studiare pianoforte. Più tardi, credo ai tempi della scuola media, ho cominciato a interessarmi in generale ai computer e da lì il passo è stato breve: usare un computer per registrare la musica che si faceva all’epoca con le varie band e gli amici.”
Prima di trasferirsi in Confederazione Elvetica ha suonato in molte formazioni altoatesine, da quelle scolastiche che sono state la sua palestra alla Westbound, fino alla lunga collaborazione con George McAnthony: è opera di Francesco il lavoro di regia, produzione artistica e arrangiamento in “Dust Off My Boots”, l’ultimo e indubbiamente miglior lavoro del countryman di Appiano, inciso a Nashville nel 2010.
“George – ricorda oggi Mattuzzi – era una persona veramente speciale, capace di una grande umanità e generosità, ma allo stesso tempo molto dedito e concentrato quando si trattava di realizzare prodotti musicali e di organizzarsi per i concerti. Io gli sarò per sempre grato di avermi dato la possibilità di crescere come persona e come tecnico durante tutte le produzioni che abbiamo fatto assieme. Quando si lavora in studio da qualche anno come fonico, si impara ben presto che la qualità sonora di una registrazione è dettata in gran parte dalla qualità dei musicisti. Naturalmente ci sono regole da seguire per ottenere un buon prodotto, ma avere dei musicisti come quelli che hanno realizzato il disco di George a Nashville è il sogno di ogni fonico, perché se la sorgente è di alta qualità, il fonico deve solo alzare i fader e il brano funziona come per magia. Ricordo che George e io ci siamo incontrati con John Nicholson, il tecnico incaricato delle registrazioni, qualche giorno prima dell’inizio delle sessioni per discutere un piano d’azione. George era ovviamente un po’ nervoso e John lo ha calmato con un frase che mi è rimasta particolarmente impressa. Lui disse: ‘Con dei musicisti come questi non vedo proprio cosa potrebbe andare storto.’ Certo, poi c’è stato anche molto lavoro di produzione, editing e mixing da parte mia, ma l’atmosfera che si creava durante quelle sessioni a Nashville non l’ho più rivissuta in altre produzioni e credo che questo sia ciò che, in fin dei conti, il pubblico poi riconosce come qualità di un prodotto quando lo ascolta.”
In Svizzera il nostro conterraneo – che suona attualmente con la band Alpmannstreu, in cui la sua compagna è cantante e compositrice, proponendo un genere che viaggia tra il folk/pop e il rock, cantato in tedesco svizzero e quindi indirizzato principalmente a un pubblico del posto – ha lavorato per tredici anni presso SEC, una ditta che si occupa di installazioni di studi di registrazione, imparando moltissimo sull’ambito delle produzioni e registrazione musicali. In seguito è passato alla Studer, famosa principalmente per i registratori analogici a nastro molto in uso negli studi di registrazione di tutto il mondo prima dell’era digitale, dove si occupava di supporto e installazione dei banchi digitali per regie radio. Al momento lavora come project manager specializzato nella realizzazione della parte video (matrici video, interfacciamenti, trasmissione digitale su reti) presso SLG Broadcast. Interrogato riguardo al fatto se per essere un buon fonico sia necessario possedere un certo dono naturale, ci risponde: “È una domanda interessante, che viene posta troppo poco. Quando lavoravo per SEC abbiamo spesso organizzato delle settimane, dove abbiamo ospitato in studio degli studenti fonici, simulando sessioni di registrazione con vere band. Abbiamo notato che le tecniche di ripresa audio e la capacità di usare il software di registrazione sono qualità che si imparano facilmente. Anche il cosiddetto ‘ear-training’, ovvero la capacità di ascoltare e affinare l’orecchio si può imparare, se si ha un minimo di musicalità. Dove gli studenti erano sempre completamente spiazzati, erano le qualità umane che vanno messe in campo quando si ha a che fare con musicisti in studio. Ritengo che una persona che studia come fonico avrebbe bisogno di una formazione anche in ambiti come la psicologia e la gestione dello stress. Per ottenere dei buoni risultati, è fondamentale capire le personalità dei musicisti e metterli a proprio agio in studio, però non sono sicuro se questa sia una dote innata o che si può invece imparare.”
Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo