Otho Mollis: il prog rock nella Bolzano degli anni settanta

Quarantacinque anni fa tra le formazioni maggiormente attive sul territorio bolzanino (ma con incursioni anche nel vicino Trentino) c’erano gli Otho Mollis, un gruppo costituito dall’organista Giorgio Del Sante, il batterista Paolo Turetta e i giovanissimi Giorgio Mezzalira al basso e Franco Condè alla chitarra.

La scena musicale bolzanina degli anni settanta si differenziava parecchio da quella del decennio precedente. Nel ricordo di molti protagonisti dei sixties il servizio militare era stato una sorta di spartiacque, molti sostengono che al loro ritorno dalla naja la scena fosse per così dire svanita. In realtà, dei vecchi protagonisti, qualcuno aveva messo su famiglia e poi c’era stato l’avvento dei DJ che avevano letteralmente sostituito i complessi nei locali di ritrovo, riducendo notevolmente la possibilità per questi di esibirsi in pubblico. I giovani bolzanini non avevano però smesso di fare musica, erano solo cambiate le modalità: allora, quelle che oggi chiameremmo band cominciarono a dedicarsi alla composizione ed esecuzione di repertori originali e i concerti non erano più basati sulla musica da ballare, ma sul fatto di poterla ascoltare. Tra le formazioni maggiormente attive sul territorio cittadino (ma con incursioni anche nel vicino Trentino) c’erano gli Otho Mollis, gruppo dal curioso nome, suggerito dall’organista Giorgio Del Sante, più per la sua originalità e stranezza che per un riferimento all’imperatore romano Otone, detto “il Molle”. Con Del Sante c’erano il batterista Paolo Turetta (che già aveva militato nei Cormorani e ne fa parte tutt’oggi) e i giovanissimi Giorgio Mezzalira al basso e Franco Condé alla chitarra (in futuro entrambi coinvolti in gruppi fondamentali della scena). “Abbiamo cominciato suonare insieme – ricorda oggi Mezzalira – tra il 1973 e il 1974, la nostra sala prove era nei locali di una segheria della zona industriale che oggi non esiste più e che si trovava più o meno di fronte all’attuale Twenty. Un posto d’oro perché si potevano tenere i volumi a canna. Testi e musica li scrivevo io ma poi in sede di arrangiamento lavoravamo tutti e ne uscivano sempre gran belle idee compositive. Suonavamo musica prog, un genere allora in piena fioritura. Oltre ai brani nostri, a volte, inserivamo nei concerti anche cover dei Santana come ‘Evil Ways’, ‘Samba pa ti’, ‘Soul Sacrifice’… Ricordo che Franco Condè si era comprato la Gibson Les Paul De Luxe e si era imparato alla perfezione tutte le parti di Carlos Santana. Era un piacere suonare quei brani.” C’era poi un quasi quinto membro aggiunto, l’amico Fabrizio Dall’Oca, appassionato di musica che seguiva gli Otho Mollis, oltre che in sala prove, anche ovunque andassero a suonare. Lui s’intendeva un po’ di amplificazione e così divenne il tecnico del gruppo, districandosi tra cavi, impianto voci e strumenti; in qualche occasione poteva poi capitare che al gruppo si aggiungesse come seconda chitarra Roberto Banaletti (come risulta anche dalla foto del San Silvestro 1976). “Nella prima metà degli anni Settanta – prosegue a raccontare Giorgio Mezzalira – c’era una scena musicale abbastanza ricca a Bolzano e dintorni, la musica era un momento di aggregazione formidabile e ti capitava di fare session con un sacco di persone che suonavano, fosse anche solo i bonghetti appena comprati. Di conseguenza si moltiplicavano le formazioni. Se escludiamo i mega concerti al vecchio palaghiaccio e le marchette che si facevano ai veglioni per raccattare qualche soldino suonando nelle sale da ballo o negli hotel della Gardena e della Badia i classici della musica in voga, l’offerta dei concerti in quei primissimi anni Settanta non era così ricca. Difficilmente trovavi l’associazione o la persona che organizzava il concerto a te, giovane e acerbo musicista.”
Ma gli Otho Mollis non erano certo tipi da farsi spaventare e si fecero anche promotori di eventi autogestiti in cui proporre la propria musica, in barba alle difficoltà burocratiche e tecniche: quello che importava era la musica, il feeling che gravava attorno alla possibilità di ritrovarsi a suonare insieme, fosse a casa di qualcuno, sui prati, nei locali di una parrocchia, nelle sale prove, dovunque ci fosse una scusa per sfoderare la chitarra o le percussioni. Era del tutto naturale lanciarsi in lunghi brani strumentali, improvvisando e crescendo insieme.
“Abbiamo suonato nei teatri – conclude Giorgio – nelle sale civiche, nelle palestre, in concerti all’aperto, ma come si diceva anche in locali che facevano musica live. Ricordo a quest’ultimo proposito che in un famoso locale di Predazzo, di cui ora mi sfugge il nome, aprimmo per i Jet, i futuri Matia Bazar.”

Autore: Paolo Crazy Carnevale – musicofilo