L’uomo della fiducia

Un pezzo di vita condiviso con un’intera comunità. Si possono riassumere così gli anni che, dal 1994 al 2024, Tiziano Trisotto ha passato al comando della Stazione dei Carabinieri di Salorno. Una lunga esperienza professionale, a cui si affianca la memoria di un paese cambiato poco a poco e nel quale le abitudini si sono trasformate. Anche il mestiere del carabiniere ha dovuto confrontarsi con nuove sfide, ma senza perdere di vista il valore fondamentale della vicinanza alle persone.

Il maresciallo Trisotto, in pensione da due anni, vive Salorno come una seconda casa, come un luogo in cui ha conosciuto famiglie e generazioni, dove ha attraversato anche momenti difficili, condiviso ricorrenze e costruito, giorno dopo giorno, un rapporto di fiducia con la cittadinanza. Una presenza costante che ha saputo andare oltre l’intervento in uniforme. Come egli stesso anticipa: «ascoltare, mediare, rassicurare e rappresentare un punto di riferimento, anche quando non c’era una denuncia da raccogliere».

In tre decenni sarà anche cambiato il volto del paese più a sud dell’Alto Adige, si sono evoluti gli strumenti, le responsabilità e pure le competenze richieste a chi indossa l’uniforme. Il senso del dovere, l’imparzialità e, soprattutto, l’umanità, sono però quei principi rimasti inalterati dal tempo. Anche di questo parliamo con lui.

Dopo trent’anni al comando della Stazione Carabinieri di Salorno, cosa l’ha legata a questa comunità?

Dopo trent’anni nella stessa Stazione dell’Arma, non sei più soltanto il comandante, diventi parte della struttura portante del paese. Il legame smette di essere istituzionale e diventa biografico. Ho visto crescere generazioni di famiglie, condiviso momenti difficili ma anche positivi e partecipato alla vita quotidiana della comunità. Con il tempo, da “lo Stato” diventi “il maresciallo”, fino a essere considerato “uno di noi”. Salorno è diventata parte della mia vita.

Dal suo punto di vista, com’è cambiato il paese in questo lasso di tempo?

È cambiato profondamente. Un tempo il paese viveva soprattutto delle proprie attività agricole e commerciali. Oggi molti si spostano altrove per lavorare e diversi negozi hanno chiuso. Anche le famiglie sono cambiate, ci sono più anziani soli e una comunità più eterogenea. La tecnologia ha trasformato le relazioni e anche i reati. Alle problematiche tradizionali si sono aggiunte le truffe online, il cyberbullismo e forme di violenza che un tempo spesso rimanevano nascoste. È cambiato il modo di vivere insieme, ma resta importante il senso di appartenenza di chi sceglie di abitare e costruire il proprio futuro qui.

Nel suo ruolo, quanto è stato importante conquistare la fiducia della cittadinanza?

È fondamentale. Senza fiducia, una Stazione Carabinieri è soltanto un edificio con un’insegna e un’auto di servizio parcheggiata fuori. La fiducia permette alle persone di rivolgersi a noi prima che una situazione diventi grave. Si conquista con la presenza, l’ascolto, la discrezione e la correttezza. In un paese tutti si conoscono e basta poco per perdere credibilità. Per questo bisogna essere coerenti e trattare tutti allo stesso modo, senza favoritismi. Spesso sono proprio le piccole cose, una lite ascoltata o una persona fragile aiutata, a fare la differenza.

In trent’anni com’è cambiata, o per meglio dire evoluta, questa professione fondamentale per la sicurezza dei cittadini, per la legalità?

Profondamente, soprattutto sul piano tecnologico e normativo. Dalla macchina da scrivere siamo passati ai tablet, alle banche dati e alla firma digitale. Anche i reati si sono evoluti, tant’è che oggi richiedono competenze informatiche e una conoscenza sempre più ampia delle leggi. Il comandante è diventato, oltre che un tutore impegnato sul territorio, anche un uomo di scrivania, chiamato a coordinarsi con molte istituzioni. Ma una cosa non è cambiata: la necessità di saper ascoltare, comprendere le persone e intervenire con umanità.

Una volta carabiniere, sempre carabiniere, si dice. Lei è in pensione da un paio d’anni: cosa le manca di più del suo lavoro?

Di certo non le sveglie all’alba, le notti in bianco o le pratiche da firmare… Mi manca invece sentirmi un punto di riferimento per la comunità, il caffè al bar, il giro quotidiano per il paese e soprattutto il rapporto con i miei collaboratori. Dopo tanti anni si conoscono le persone, le strade e le necessità di ciascuno.

Andare via significa lasciare un ruolo, che ha contribuito a definire la propria identità. Il paese andrà avanti anche senza di me, ed è giusto così, ma non è facile abituarsi.

In conclusione di questa chiacchierata, alla luce della sua esperienza vuole dire qualcosa ai giovani carabinieri che stanno iniziando, o a chi vorrebbe intraprendere questo percorso?

Vorrei dire loro di ricordare che la divisa non li rende migliori, ma li rende più osservati. Che imparino da chi ha esperienza. Che ascoltino prima di giudicare. Che siano giusti con tutti anche quando è scomodo. Non cerchino la popolarità, ma la fiducia delle persone. Questo mestiere richiede sacrificio, studio continuo e disponibilità a rinunciare a una parte del proprio tempo, coinvolgendo anche la famiglia. La soddisfazione più grande non è necessariamente un arresto, è incontrare, dopo anni, qualcuno che hai aiutato e sapere che è riuscito a costruirsi una vita. Come mi disse il mio primo comandante: “La gente ti perdona se non risolvi un caso. Non ti perdona mai se non sei stato umano”. Se tenete a mente questo, anche tra 45 anni vi potrete guardare allo specchio con la divisa e senza. È quello che vi auguro!

Autore: Daniele Bebber