Secondo la paleogenetica, l’ultimo antenato comune tra noi e i nostri “cugini” scimpanzé, con cui condividiamo quasi il 99% del DNA, visse circa tredici milioni di anni fa. Oggi vediamo il risultato delle mutazioni genetiche intervenute in questo lunghissimo processo evolutivo, ma possiamo solo immaginare che aspetto avesse quel “nonno” comune.
Karl Marx, che ne capiva, scrisse che l’anatomia dell’uomo spiegava quella della scimmia. Noi abbiamo due certezze: stava lentamente imparando a camminare su due gambe e non aveva la coda. Alla luce di questa enorme distanza temporale possiamo affermare che l’uomo del Similaun, vissuto “appena” 50 secoli fa, non è un nostro lontanissimo parente ma, per così dire, uno di noi. Anzi, Ötzi siamo noi.
La sua raffigurazione corrente presenta però alcuni problemi. Viene immaginato come una sorta di “nonno di Heidi”, un archetipo dell’antico montanaro alpino: robusto, chiaro di pelle, con tratti quasi folkloristici. Le analisi genetiche più recenti raccontano invece una storia diversa. Ötzi aveva – come tutti gli europei originari – la pelle scura. Il suo patrimonio genetico mostra inoltre che l’80% del suo genoma proveniva dagli agricoltori neolitici anatolici, mentre solo una parte minore derivava dai cacciatori-raccoglitori europei dell’era post-glaciale.
Ötzi, che in realtà avrebbe dovuto chiamarsi Velthune, Larth, Kutzi o Thana, apparteneva alla cultura di Remedello, diffusa nell’Italia settentrionale. Le comunità di quell’epoca erano inserite in reti di scambio che collegavano le regioni alpine con la pianura padana e altre aree europee. Anche la sua lingua apparteneva a un contesto pre-indoeuropeo, come il retico e l’etrusco.
Quando nel 1991, a oltre 3.200 metri di quota, venne alla luce il suo corpo mummificato si aprì una finestra sull’età del Rame (3300–3000 a.C.), un mondo di transizione in cui antiche tradizioni di caccia convivevano con agricoltura, allevamento e prime forme di metallurgia. Per comprenderlo bisogna però tornare alla fine dell’ultima glaciazione. Con il ritiro dei ghiacci, circa 13.000 anni fa, la valle dell’Adige divenne un importante corridoio ecologico e umano: terrazzi fluviali e zone umide favorivano insediamenti stagionali, mentre il fiume offriva risorse e, soprattutto, vie di spostamento.
Nel Mesolitico gruppi di cacciatori-raccoglitori iniziarono a percorrere l’asse atesino e le valli laterali. Siti come il Riparo Gaban presso Martignano di Trento, San Giacomo o il crinale della Mendola testimoniano comunità che vivevano di cervo, stambecco, pesca fluviale e raccolta di frutti spontanei. Ripari sotto roccia, focolari e strumenti in selce rivelano una profonda conoscenza dell’ambiente alpino. L’equipaggiamento di Ötzi riflette bene questo mondo. L’ascia in rame non era un utensile comune ma un oggetto di prestigio. Le sepolture remedelliane con pugnali in selce e armi deposte accanto ai defunti mostrano una società già articolata. Il resto del corredo è essenziale: coltello in selce, arco incompiuto, frecce e abiti in pelli di capra, pecora e orso, con un mantello di fibre vegetali e scarpe isolate con erbe secche.
Rimane il mistero della sua morte.
Una freccia nella spalla indica violenza e conflitto. Forse fuggiva da un’imboscata o da tensioni locali. Il ghiacciaio ha conservato il corpo ma non il contesto; è quasi certo che gli aggressori appartenessero al suo stesso gruppo e non si siano impossessati della preziosa ascia o di altri oggetti per paura di essere subito individuati come autori dell’omicidio.
Ötzi si inserisce così in una storia millenaria che unisce primi cacciatori e pescatori mesolitici della valle dell’Adige, agricoltori neolitici e metallurghi dell’età del Rame. Nel suo corpo, nel suo DNA e nel suo equipaggiamento si riflette un’Europa già dinamica e connessa.
Non è solo una mummia eccezionale: è il testimone di un territorio atesino che, molto prima della storia scritta, era già spazio di mobilità e scambi culturali.
Autore: Reinhard Christanell