Le misteriose buche di ghiaccio di Ganda

Ai piedi della Mendola, tra Appiano e Caldaro, si estende il Monte Ganda, un rilievo apparentemente comune, ma che custodisce fenomeni naturali e racconti popolari che lo hanno reso un luogo fuori dall’ordinario. I grandi blocchi di roccia sparsi lungo i pendii, i boschi fitti e le fenditure nel terreno testimoniano un passato segnato da frane imponenti e mutamenti geologici che hanno modellato il paesaggio odierno.

Siamo a due passi dalla città e dalla strada verso il passo ma nei boschi immersi in un silenzio irreale si percepisce un clima particolare che favorisce incredibilmente la crescita di rododendri e rose alpine. Durante l’estate, quando la pianura circostante è segnata dal caldo, le temperature scendono di molti gradi, creando un ambiente freddo e umido, simile a quello che si incontra in alta montagna. 

Rilevazioni scientifiche hanno registrato differenze termiche fino a 15–17 gradi rispetto all’esterno: un fenomeno di inversione climatica che permette la sopravvivenza di queste piante solitamente legate a quote subalpine. Alcune specie vegetali rare, considerate “relitti glaciali”, trovano qui rifugio: sono organismi che hanno resistito sin dall’ultima glaciazione, offrendo una finestra preziosa sulla storia naturale delle Alpi.

Accanto all’aspetto scientifico, sopravvivono narrazioni tramandate per secoli. A pochi passi da Pianizza di Sopra/Oberplanitzing si intravedono ancora i resti della chiesetta di San Giorgio, che la tradizione collega a un’antica città scomparsa. Le cronache popolari raccontano di una comunità fiorente, arricchita dal commercio, ma segnata dall’arroganza e dall’indifferenza verso i precetti religiosi. La rovina arrivò in un giorno di carnevale, quando gli abitanti, accecati dall’eccesso, si macchiarono di un atto crudele: scuoiarono un bue ancora vivo, cospargendolo di sale. Le grida dell’animale avrebbero attirato la punizione divina. Un temporale improvviso, piogge torrenziali e lo scoscendimento delle rocce del Monte Ganda/Gandberg avrebbero sepolto la città sotto una colata di pietre. Le grandi masse rocciose che oggi emergono dal terreno sono interpretate come i resti di quella catastrofe.

Leggende di città sepolte come quella del Ganda non sono rare: molte comunità alpine narrano di paesi inghiottiti dalla terra (per esempio Nisselburg a Laives) o cancellati da disastri improvvisi. 

Pur non trattandosi di città vere e proprie nel senso moderno, queste storie sembrano custodire un ricordo remoto di antichissimi insediamenti preistorici o protostorici. Villaggi distrutti da frane o abbandonati per cause naturali avrebbero lasciato un segno nella memoria collettiva, trasformandosi con il tempo in racconti moralizzanti, nei quali la rovina appare come punizione divina. Così, la leggenda trasmette un frammento di storia arcaica, rivestito di simboli e ammonimenti.

Un altro racconto lega la memoria del luogo al vino. Si dice che, secoli dopo, un giovane pastore della Val di Non, curando le capre tra le frane del Ganda, scoprì un passaggio sotterraneo che conduceva alla cantina intatta di una delle case della città sepolta. Là resisteva ancora una grande botte di vino, che egli iniziò a condividere con il contadino presso cui lavorava. Secondo la leggenda, da quella scoperta trarrebbe origine la qualità rinomata del vino locale.

Il Monte Ganda, così, si presenta come uno spazio dove natura e memoria si intrecciano: da un lato un laboratorio naturale che conserva specie antiche e fenomeni climatici eccezionali; dall’altro un deposito di miti e ammonimenti, nati forse per spiegare le frane e i fenomeni atmosferici, e trasformatisi in racconti identitari tramandati di generazione in generazione.

Autore: Reinhard Christanell