La strada italiana da Trento a Bolzano 

Il turismo è un’invenzione dei tempi moderni. Nel XVIII secolo andavano di moda i cosiddetti Grand Tour, viaggi educativi intrapresi dai giovani aristocratici europei, soprattutto britannici, per visitare le capitali culturali dell’Europa come Parigi, Roma e Firenze. Come fenomeno di massa, il turismo sboccia nel XIX secolo grazie alla Rivoluzione industriale: migliorano i trasporti come ferrovie e funicolari, la popolazione gode di un maggior benessere economico, che permette alla borghesia di viaggiare per piacere e si sviluppano le prime agenzie di viaggio che organizzano viaggi di gruppo.

In Trentino e in Alto Adige il turismo si afferma soprattutto grazie agli alpinisti britannici e tedeschi che iniziano a frequentare le Dolomiti. Accanto ai primi rifugi alpini costruiti per ospitare gli escursionisti, si sviluppano ferrovie e strade. Viaggiano gli aristocratici come l’imperatrice Sissi d’Austria ma viaggiano anche i borghesi e perciò nascono le guide turistiche: inizialmente manoscritte, successivamente stampate e illustrate. Karl Baedeker pubblica la sua famosa guida nel 1835, nel 1876 anche la casa editrice Michelin pubblica guide dettagliate.

Nel 1895 esce a Bassano la Guida del Trentino (orientale) di Ottone Brentari dedicata alla “valle media dell’Adige e dell’Eisack” da Trento a Bolzano, comprese le valli laterali come la Val di Fiemme e il Primiero. In sostanza, è una guida della Bassa Atesina per come veniva percepita in piena epoca asburgica.

Scrive Brentari: “Lo stradone (nome che ha continuato a designare a lungo la via principale di collegamento tra nord e sud) si chiama Strada Italiana, la quale va da Innsbruck al confine austro-italiano sotto Ala.” Sarà sostituito dalla A22 quando negli anni ’60 il traffico turistico di attraversamento dei paesi diventò insostenibile.

Il viaggio di Brentari inizia a Trento e si dirige verso nord. Dopo Gardolo, Lavis, Nave S. Felice e Nave S. Rocco (“paesi da cui ogni anno emigrano diverse famiglie per le Americhe”), arriva a Zambana e S. Michele: “tre scuole con un maestro e due maestre, che sono suore di S. Vincenzo, addette all’Istituto Agrario”. Prossima tappa è la Chiusa d Salorno: “importante sotto l’aspetto geologico, storico, etnografico”.  Salorno, “di nazionalità e architettura mista, è ben fabbricato”. Brentari rifà la storia dai Reti all’occupazione romana e dai Longobardi e Bavari all’arrivo di Carlo Magno, con il quale inizia la lenta germanizzazione della Bassa Atesina “ladina”. Saranno poi i vescovi germanofoni di Sabiona e soprattutto i conti del Tirolo a imprimere il carattere marcatamente tedesco alla Bassa Atesina, che in epoca asburgica prevale nettamente. Tuttavia, scrive Brentari, “in tutta la valle dell’Adige da Salorno a Bolzano è ancora fiorente l’elemento italiano in modo che sembra veramente straordinario se si considera quante circostanze lo osteggiano, mentre nessuna lo sostiene”.  

Il viaggio prosegue verso Magrè e Egna, dove consiglia “la gita a piedi da Salorno a Termeno attraverso la fertile e bella regione d’oltre Adige, considerata come il paradiso del Tirolo”.  

A Egna “gli abitanti parlano tutti anche l’italiano e nei tipi, specialmente in quelli delle donne, l’impronta italiana è predominante”. A Ora “è italiano il tipo di parecchie case”, e da lì si arriva a Vadena con le frazioni di Gmund, Piglon e Stadlhof”. “Il comune è abitato quasi esclusivamente da italiani che lavorano i campi appartenenti a proprietari di Trento e Rovereto. Anche le costruzioni hanno un aspetto completamente italiano.” “Bronzollo, dove molti contadini della Valle Lagarina vennero a stabilirsi (…) le scuole sono completamente tedesche e il clero tedesco”.  Anche a Leifers (Brentari non cita mai il nome Laives), paese di 1848 abitanti,  si “erano stabiliti molti italiani (…) ma essi andarono mano a mano germanizzandosi … grazie al fatto che i bambini, frequentando asilo e scuole tedesche, già in tenera età cominciano ad apprendere il tedesco”. 

“Da Leifers si può salire su per la valle di Branten a Weissenstein, donde a Cavalese in ore 8. La valle è qui paludosa, ed in estate non sono rare le febbri nelle località più basse”. 

Sulla rupe all’estremità del Mitterberg “torreggiano infine le rovine di Sigmundskron, che prima si chiamava Formicarium”.

Autore: Reinhard Christanell