Un libro per raccontare don Giuseppe Rauzi

La Strada – Der Weg dedica un libro a Don Giuseppe Rauzi, scritto da Federico Andriolli e Luca De Marchi, per raccontarne la vita attraverso le voci di chi l’ha conosciuto da vicino. Il libro sarà pronto prima di Natale. Per averne una copia fino a esaurimento scorte basterà scrivere a cooltour@lastrada-derweg.org

Come nasce il progetto di un libro per raccontare Don Rauzi?

De Marchi – Il libro è parte di una collana edita da La Strada – Der Weg che documenta la storia di persone di fede che hanno lasciato un segno nella comunità. A inizio 2022, mentre iniziavamo le interviste, l’associazione ha proposto alcune attività all’interno del Centro Lovera, che è stato fondato da don Giuseppe. È stato un caso che queste due attività si tenessero nello stesso momento. Il risultato è che abbiamo provato a recuperare il messaggio di don Giuseppe con le parole e con i fatti.
Andriolli – L’idea di preparare questo libretto di interviste legate a Don Giuseppe si è trasformata in un vero proprio percorso di crescita personale, anche grazie all’ascolto delle parole di chi lo ha conosciuto nel profondo, che ancora oggi riescono a restituirne la grande energia.

Come avete deciso di raccontarlo?

De Marchi – Un piccolo libro sulla vita di don Giuseppe Rauzi esisteva già. Così abbiamo deciso di ricordarlo attraverso delle interviste alle persone a lui più vicine. Si tratta di membri della famiglia, di persone che frequentavano la sua parrocchia e di insegnanti che lavoravano con lui. Oggi è giustamente ricordato come parroco, ma nel libro abbiamo voluto ricordarlo come persona: un insegnante severo, un ciclista appassionato, uno zio sempre pieno di impegni.

Qual è stata la storia che avete raccolto che vi ha colpiti di più?

De Marchi – Mi hanno colpito il rispetto e per alcuni la reverenza con la quale viene ricordato; don Rauzi era un intellettuale coltissimo. Per questo, quando mi sono confrontato con il fratello Antonio e con la nipote Serena, mi è sembrato strano sentirlo nominare semplicemente “Beppe”. Non riuscivo a separare da quel “don” l’idea che mi ero fatto di lui. Ed è proprio questo che mi ha colpito di più: don Rauzi, con la sua autorevolezza, ha saputo stare davvero vicino al prossimo. Ha costruito una Chiesa essenziale e a misura d’uomo; ha pensato alle persone laiche costruendo un centro culturale; ha tolto il confessionale e usato il suo studio per ascoltare le persone con domande o problemi di ogni tipo; ha sostenuto la formazione culturale e religiosa di chi frequentava in parrocchia. Tutto questo senza mai dire una parola di troppo o uscire dal proprio perimetro di competenze: la Parola per lui era sacra.
Andriolli – È molto difficile dirlo. Ci hanno raccontato storie molto diverse tra loro. Ma se devo pensare a una storia, mi viene in mente un incontro organizzato a maggio insieme ai parrocchiani e agli amici di Don Giuseppe. Senza quell’incontro sarebbe stato davvero difficile entrare nel mondo della parrocchia e della comunità della Visitazione. Le persone presenti iniziavano a parlare prima ancora di sentire le domande, tanta era l’energia e l’intensità con cui volevano raccontare. Sono loro molto grato: ci hanno permesso di crescere e di arrivare a una visione meno parziale della sua vita.

E le difficoltà che avete incontrato?

De Marchi – Ho sentito questo lavoro come una responsabilità: comprendere la verità di un altro uomo vissuto in un’epoca diversa dalla mia e con un percorso umano diverso dal mio. Non sono mai stato praticante e il mio rapporto con Dio non sono ancora riuscito a definirlo, ma porto sempre molto rispetto verso le persone di autentica fede come don Giuseppe, perché penso che abbiano molto da dire e da insegnare.
Andriolli – Per me sicuramente quella di avvicinarmi a una figura poliedrica come quella di Don Giuseppe. Nonostante frequenti la parrocchia da quando sono piccolo, avvicinarmi al mondo di Don Giuseppe ha richiesto molto tempo e studio.

Autore: Alex Piovan COOLtour