Legittimità

Nel mondo le cose sembrano andare in modo diverso, ma ad inizio anno noi – ancora – ci permettiamo di segnalare quanto è stato detto sul tema della pace (sempre più di stretta attualità) da due personaggi autorevoli quali il presidente della Repubblica Italiana e il papa della Chiesa cattolica romana. 

Sergio Mattarella nel suo messaggio di Capodanno dopo aver ricordato le devastazioni e le sofferenze dei civili in Ucraina e a Gaza, ha detto che “la pace è un modo di pensare: quello di vivere insieme agli altri, rispettandoli, senza cercare di imporre la propria volontà, i propri interessi o il proprio dominio”. 

Questo modo di pensare, questa mentalità, ha detto, è radicata nella vita quotidiana: “Riguarda tutti gli ambiti: internazionale, gli affari interni degli Stati, e ogni comunità, grande o piccola. Per ogni popolo, è radicata nella sua dimensione nazionale”, ha proseguito il Presidente della Repubblica. “Se ogni circostanza diventa pretesto per violenti scontri verbali, per accuse reciproche dove conta solo la sostanza e conta solo la forza polemica, allora la mentalità di pace non si esprime, non si costruiscono le sue fondamenta. Di fronte alla domanda: ‘Cosa posso fare?’, dobbiamo liberarci da questo fatalistico senso di impotenza che rischia di opprimere tutti”, ha detto Mattarella.

Papa Leone XIV nel suo messaggio per la 59a giornata per la pace che ricorre il 1° gennaio dal canto suo ha parlato di nuovo della pace del Cristo risorto, una “pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante”, riprendendo un concetto espresso più volte anche dal suo precedessore. 

Mattarella e Prevost a più riprese hanno ricordato anche al mondo dell’informazione la propria potenzialità per lo meno di non fomentare i conflitti, promuovendo nei fruitori dei servizi giornalistici conoscenza dei fatti reali, accuratezza nel riportare le differenti opinioni, e rigore nella distinzione appunto tra notizie e opinioni. 

A nostro avviso non si tratta di prospettive e valori ormai passati di moda, bensì di richiami che riteniamo oggi ancor più importanti e cruciali, in giorni in cui sempre più capi di governo tendono a ritenere legittime operazioni militari che vengono messe in atto senza alcun rispetto per il diritto internazionale. 

Autore: Luca Sticcotti

I veri doni

Mi ha colpito molto, curiosando sui social media che frequento ormai da anni quasi solo per senso del dovere giornalistico – la contrapposizione sempre superficiale, per carità, tra coloro che nei commenti ai vari post maledicono i mercatini di Natale per i disagi che portano soprattutto ai residenti e coloro che invece li benedicono in quanto in grado di ravvivare le nostre città spesso considerate troppo assopite. 

Mi sono quindi domandato come possiamo ritrovare un equilibrio (ce lo abbiamo mai avuto?) tra la frenesia consumistica e festaiola, e un atteggiamento troppo ascetico ed eremitico di fronte all’essenza originaria del Natale come dono nel senso più profondo e spirituale.

Ebbene: non è facile, ma al tempo stesso non è difficile. 

Non è facile perché tutti noi quando giunge dicembre ci ritroviamo a correre a rotta di collo verso le due festività, una religiosa e l’altra laica, che concludono l’anno. La corsa appare senza freni e ci sembra difficile se non impossibile fermarci, per riflettere un attimo su quello che stiamo facendo e sul suo senso. 

Al contempo ritrovare la bussola, almeno per quanto riguarda la festività del Natale, non è neppure tanto difficile. Persino l’intelligenza artificiale che ha fatto irruzione da qualche settimana nei risultati alle nostre richieste nei motori di ricerca, è in grado di darci risposte quasi istantanee e davvero alla portata di tutti. Non si tratta di discorsi teologici o di condanne moralistiche, ma di buon senso. 

Volete un esempio delle facce della contraddizione elencate per noi dal nuovo grande fratello? Eccole. 

Spiritualità vs. Materialismo: Il Natale, che dovrebbe celebrare valori come la famiglia, la pace e il dono, si scontra con la pressione a comprare, spesso oggetti superflui, trasformando la festa in un’esibizione di potere d’acquisto.

Dono vs. Consumo: L’atto del donare, che dovrebbe essere spontaneo e legato all’affetto, diventa un obbligo commerciale, con milioni di persone che si affrettano a comprare regali per conformarsi alla “tradizione”.

Potremmo continuare ma ci fermiamo qui. Perché sono cose che in realtà sappiamo molto bene. L’intelligenza artificiale è nostra figlia. Per questo ci dice cose così… ovvie. 

Il mio augurio è che tutti noi sappiamo passare in questi giorni dalla teoria alla pratica nella nostra vita di tutti i giorni. Non è facile eppure… non è difficile, come dicevamo. Quindi: buone feste!

Autore: Luca Sticcotti

Adolescenza

Lo scorso 20 novembre si è celebrata la giornata mondiale per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Non dobbiamo dimentiche che in molti casi è grazie alla Dichiarazione dei diritti del fanciullo approvata dall’Onu nel 1959 e alla successiva Convenzione sui diritti dell’infanzia (1989) che in molti paesi del mondo è stata data una forte spinta affinché tutti i minori potessero –  indipendentemente dal loro background – avere l’opportunità di crescere e raggiungere il loro pieno potenziale nel rispetto dei loro diritti, la loro dignità e la loro nobiltà in quanto esseri umani. 

Molte sono state le iniziative, anche a livello locale, dedicate a questa tematica. Ma a me in questo frangente preme mettere l’attenzione non tanto sull’infanzia quanto sull’adolescenza che – spesso – viene messa per così dire in secondo piano. A mio avviso l’adolescenza è, invece, una fascia d’età che meriterebbe una maggiore considerazione, sotto tutti i punti vista. Gli adolescenti in Italia oggi sono più di 5 milioni (circa 40 mila in Alto Adige) e quindi rappresentano anche dal punto di vista numerico un gruppo di individui molto significativo. Gli adolescenti sono poi – a ben vedere – gli adulti del prossimo futuro. Ci siamo mai domandati cosa pensano loro del loro percorso di vita, di noi e più in generale del mondo che hanno intorno e che stanno per ereditare? 

La mia esperienza personale è che – molto spesso – gli adolescenti sono molto meno “bambini” di come li consideriamo. Potenzialmente, ma anche nella pratica – molti lettori genitori o insegnanti me lo potranno confermare – gli adolescenti possono diventare, in modi anche molto inaspettati, un fondamentale specchio in cui possiamo osservare il nostro essere adulti. 

Può anche capitare che i ruoli si invertano, con gli adolescenti che – saggiamente – ci segnalano i nostri comportamenti adolescenziali, invitandoci per così dire a… crescere e a diventare degli adulti migliori. 

Ecco: dagli adolescenti immersi nella loro transizione tra infanzia ed età adulta forse il miglior insegnamento che possiamo trarre è che la vita è un percorso continuo, in cui ciascuno di noi è chiamato man mano a evolvere e mostrare una maturità crescente. Insomma: frequentare gli adolescenti ci fa bene. Molto bene.

Autore: Luca Sticcotti

Senza confini

Sono ormai più di 7 anni che sul nostro giornale trovate uno spazio di riflessione che cerca di andare al di là dei muri, degli steccati, dei cancelli che spesso noi stessi ci siamo posti e ci poniamo, nella nostra bella terra fra i monti, con lo scopo consapevole o inconsapevole di frenare i nostri vicendevoli incontri. Come spesso accade si tratta di bastoni tra le ruote che finiscono per diventare una zappa sui piedi. Gli esempi di ciò sono innumerevoli, non per niente questa rubrica prosegue imperterrita dal 2019, seguendo man mano ricorrenze e attualità, locale o non. 

Nello specifico in questo numero Paolo Bill Valente prende le mosse dal dibattito, stucchevole, che nei giorni scorsi ancora una volta ha messo in discussione il tasso di “italianità” del nostro super campione del tennis (e del fair play) Jannik Sinner. 

Il modo con cui il giovane tennista sta gestendo questo delicato (?) aspetto delle sue relazioni pubbliche è straordinario. Basso profilo, sorrisi e parole sempre e assolutamente misurate sono state da lui spese anche in questo caso, alimentando la sua ormai leggendaria fama di sportivo mai sopra le righe e quindi sempre incredibilmente in grado di rispettare tutti.

La questione, oziosa, riguarda l’identità di Jannik. Italiano? Tedesco? Sudtirolese? Oppure – in quanto star mondiale di uno degli sport più pagati del mondo – cittadino per interesse di uno dei paradisi fiscali in Europa? 

Il successo di Sinner è planetario quanto la sua capacità di gestirlo. Al punto che – al netto di qualche triste eccezione nel panorama mediatico italiano – anche gli Schützen nei giorni scorsi nel criticarlo in realtà hanno lanciato un segnale davvero importante nell’ottica della relativizzazione dei confini che ci sta tanto a cuore e che Paolo Bill Valente richiama nella sua rubrica, che vi invito a leggere. 

“Proprio tu, che viaggi tanto nel mondo, sai bene che apertura e diversità non sono una debolezza, ma una forza”, hanno scritto i cappelli piumati dopo aver criticato il pusterese reo di aver detto di essere contento di essere nato in Italia e non in Austria. 

A nostro avviso Jannik intendeva di essere contento di essere sé stesso, ovvero essere nato a San Candido, un comune che fa parte di una provincia europea felicemente autonoma e pacificata, a due passi da un confine che oggi non è oggettivamente un problema per quasi nessuno di noi.

Autore: Luca Sticcotti

Lavoro di cura non retribuito

Le donne percepiscono pensioni nettamente inferiori rispetto agli uomini – in Alto Adige fino al 43% in meno in media. La causa principale di questa disparità è la cura della famiglia e dei propri cari, che comporta interruzioni contributive e lavoro a tempo parziale per le donne. Nei giorni scorsi in occasione dell’Equal Pension Day del 28 ottobre, l’Alleanza per le famiglie dell’Alto Adige ha chiesto un cambiamento culturale ormai indispensabile.
Lo sanno tutti, almeno in teoria: occuparsi dei figli e dei familiari è forse uno degli investimenti più preziosi che si possano fare, non solo per la propria famiglia ma anche per la società. Questa forma di cura familiare è la base per la crescita di giovani persone emotivamente competenti, sane e sicure di sé, favorisce una buona convivenza sociale e allo stesso tempo alleggerisce i sistemi educativi, assistenziali e sanitari. Nella maggior parte dei casi ancora oggi, però, sono le donne ad assumersi questa responsabilità, con grande impegno e senza lasciarsi scoraggiare dalle conseguenze economiche di lungo periodo.
Le conseguenze del lavoro di cura familiare non retribuito diventano evidenti soprattutto al momento del pensionamento. L’Alleanza per le famiglie chiede che questa ingiustizia sociale venga eliminata: “Dovrebbe essere ormai una cosa ovvia riconoscere gli anni dedicati all’educazione dei figli e all’assistenza dei familiari come anni assicurativi ai fini pensionistici. Inoltre, il lavoro di cura all’interno della famiglia dovrebbe essere equamente condiviso tra i partner,” afferma Gudrun Brugger dell’Alleanza per le famiglie.
Come fare? Occorre un cambiamento di paradigma e gli esempi ci sono. Modelli come il pension splitting – previsto per legge in Svizzera e possibile su base volontaria in Austria – prevedono che una parte dei contributi previdenziali del genitore che lavora venga attribuita al genitore che si dedica prevalentemente alla cura dei figli, in modo da ridurre le disparità nei futuri trattamenti pensionistici. Un’ulteriore possibilità concreta per valorizzare economicamente il lavoro familiare svolto e garantirne la copertura pensionistica consiste nei versamenti del partner che lavora a tempo pieno nel fondo pensione complementare del partner che si occupa della famiglia. Il governo in carica a livello nazionale finora si è speso spesso solo a parole a favore della famiglia e la natalità. Rimane ancora moltissimo da fare per ridurre la forte differenza di genere che si genera in famiglia, a svantaggio delle donne.

Autore: Luca Sticcotti

La pace è una cosa seria

Negli ultimi giorni come tutti voi ho seguito l’accelerazione degli eventi che ha portato all’accordo per il cessate il fuoco a Gaza. Quella a cui abbiamo assistito è la prima fase di un’intesa più ampia che, nelle intenzioni del presidente statunitense Trump, dovrebbe portare in futuro alla pacificazione di questa area del mondo martoriata da più di cent’anni. A dire il vero i toni con cui l’accordo è stato celebrato dal presidente Trump e dal parlamento israeliano sono stati sopra le righe e discutibili, molto più vicini alla proclamazione di una vittoria sul nemico che all’oculata considerazione di quanto delicati saranno i passi futuri per fare in modo che una pace vera venga resa possibile. Già nel giro di poche ore in Egitto, dove ha avuto luogo un summit di capi di stato – con l’Onu e il presidente palestinese Abu Mazen solo “ospiti” a giochi fatti – per fortuna qualche leader ha ricordato che il percorso di pace non vede protagonista solo il governo israeliano ma anche il popolo palestinese. 

A questo proposito, seguendo sui media le vicende di questo conflitto, mi è sorta una curiosità. Sulla scia delle notizie provenienti dagli organi d’informazione italiani e occidentali, mi ero fatto un’idea sulla consistenza numerica dei due popoli, ebraico e palestinese, che sono voluto andare a verificare. Ebbene: con mia sorpresa ho constatato che di fatto i numeri quasi coincidono. 

Oggi nel mondo ci sono infatti circa 15 milioni di ebrei, di cui la maggioranza vive in Israele (circa 7,2 milioni) e negli Stati Uniti (circa 6,3 milioni). Altre comunità significative si trovano in Francia (440.000) e in Canada (circa 393.000). 

I palestinesi invece sono complessivamente quasi 13 milioni, e la loro distribuzione è molto interessante e significativa. 4,75 milioni di loro vivono nel cosiddetto “Stato di Palestina” (di cui 2,9 milioni in Cisgiordania e 1,85 milioni nella Striscia di Gaza). 1,47 milioni vivono invece nel resto del territorio di Israele (dove sono detti cittadini arabi di Israele). Altri 6 milioni di palestinesi si trovano da esuli in Paesi arabi (soprattutto in Giordania, Siria e Libano) e di questi 685.000 nel resto del mondo. Impossibile al momento è la stima di quanti di loro vivano nei campi profughi, ma stiamo parlando di circa 5 milioni.

Non c’è dubbio: è davvero interesse di tutti che – finalmente – questi due popoli avviino ora un percorso che li porti a costruire una convivenza. All’insegna di una libertà e di una democrazia in grado di metta ai margini chi predica odio e di una giustizia che imponga a chi si è macchiato di crimini di pagare per le proprie colpe. 

Autore: Luca Sticcotti

Insegnanti

L’anno scolastico 2025-2026 si è aperto con un’inedita agitazione da parte degli insegnanti che in diversi istituti rischia di paralizzare tutte le attività che normalmente si svolgono parallelamente alle canoniche ore di lezione. 

La protesta in corso ha delle caratteristiche singolari, anche rispetto al passato. Forse la più evidente risiede nel fatto che viene condivisa, seppur con sfumature diverse, tra le scuole di lingua tedesca e quelle di lingua italiana. 

Gli insegnanti lamentano un peso sempre crescente della burocrazia che per forza di cose ricade su di loro anche per le croniche carenze di organico negli uffici amministrativi degli istituti. Ma è forte e chiaro anche il grido d’aiuto rivolto alla società tutta e alla politica: il ruolo dell’insegnante – lamentano i docenti – è sempre meno considerato nella società, e questo a fronte di un impegno che invece non diminuisce affatto. Le inquietudini crescenti nel nostro tessuto sociale e gli squilibri generazionali si ripercuotono, infatti e per forza di cose, anche sul compito educativo prima ancora che formativo, svolto dalla scuola a contatto con le fasce più giovani della popolazione, costituite da individui spesso disorientati.

Di tale complessa richiesta da parte degli insegnanti e del dibattito che si è avviato con la politica – che, lo ricordiamo, sovrintende all’organizzazione della scuola, nonché del reperimento e della gestione del suo personale – spesso si è evidenziata sui media quasi esclusivamente la richiesta di un adeguamento considerato ormai irrinunciabile dei salari al costo della vita. 

Non è solo una questione di soldi, lo abbiamo già detto. Ma anche gli stipendi hanno la loro importanza in un mondo in cui la professione dell’insegnante perde sempre più appeal. I laureati che guadagnano meno sono senz’altro i docenti, non vi è dubbio, anche se in Alto Adige rispetto al resto d’Italia la Provincia interviene da anni con un contributo integrativo. Ma resta il fatto che il costo della vita non consente più deroghe a un ripensamento del sistema dei salari. Gli insegnanti delle scuole di lingua tedesca hanno poi davanti ai loro occhi il sistema austriaco, con i loro colleghi che vengono pagati significativamente di più.  

L’auspicio è che non solo la politica ma la società tutta sia in grado di responsabilizzarsi in questo senso. Il prossimo passo sarà – poi – fare in modo che la scuola funzioni meglio di ora. Ma per parlarne bisogna fare in modo di arginare la fuga degli insegnanti. All’estero ma non solo.

Autore: Luca Sticcotti

Lèggere

A questo numero del nostro giornale trovate allegato un corposo Magazine Cultura. è un dono, così come è un dono il nostro giornale. Sempre. Speriamo dunque riusciate a ritagliarvi qualche minuto, o anche più tempo, per leggere quello che vi proponiamo. E lo speriamo soprattutto per due motivi. 

Il primo è perché riteniamo che quella della cultura sia una dimensione esistenziale che fa bene. è legata all’importanza di coltivare la curiosità e la creatività, come fruitori ma anche come attori. Letteratura, poesia, musica, arti visive e performative, filosofia e storia, da che mondo è mondo arricchiscono la vita di ognuno di noi perché aprono la nostra mente nei confronti di molte cose. Le persone vicine e lontane con cui condividiamo questo periodo sul pianeta, ma anche i luoghi e le forme espressive che nel globo utilizziamo per esprimerci e condividere esperienze. 

Molti presumono di non avere bisogno di occuparsi di cultura, perché la ritengono inutile al proprio percorso o perché considerano coloro che se ne occupano saccenti e superbi. 

Forse è importante in questo senso ricordare il detto “so di non sapere”, attribuito a Socrate e pervenutoci attraverso il racconto di Platone, filosofo greco. Il concetto, anche chiamato paradosso socratico, è ritenuto il fondamento del pensiero del filosofo greco, perché basato su un’ignoranza intesa come consapevolezza di non conoscenza definitiva, che diventa però movente fondamentale del desiderio di conoscere.

Siamo tutti dunque nella stessa barca. Il percorso di conoscenza è – appunto – un percorso che dura tutta la nostra vita. Un percorso nel quale la lettura è un’attività fondamentale. Volete al volo 5 motivi universalmente riconosciuti per cui leggere fa bene? Detto fatto. 

Innanzitutto leggere stimola la mente e rafforza la memoria, particolarmente importanti soprattutto nelle fasce d’età più avanzate, per prevenire Alzheimer e demenza. Cosa c’è poi di meglio di una bella storia per ridurre lo stress quotidiano? Un bel romanzo con una trama avvincente aiuta a scaricare le tensioni della vita, mentre un articolo appassionato distoglie l’attenzione dai problemi quotidiani. Leggere naturalmente migliora anche il pensiero analitico, particolarmente importante in un’epoca in cui si va avanti a colpi di slogan e a false semplici soluzioni a problemi estremamente complessi. Leggere migliora infine anche la capacità di… scrivere e in questo caso il messaggio è rivolto invece soprattutto ai più giovani. 

Dunque: buona lettura!

Autore: Luca Sticcotti

Salari nel settore privato

Tra il 2018 e il 2023, i salari nominali nel settore privato altoatesino sono aumentati dell’11,8%, mentre il costo della vita è cresciuto del 20,3%.  A dirlo è un’indagine locale dell’Istituto per la Promozione dei Lavoratori. Non è la prima volta che questo accade e oggi giunge una conferma: gli stipendi nel settore privato non riescono davvero a tenere il passo con l’aumento dei prezzi. Gli aumenti salariali recentemente annunciati per i dipendenti del pubblico impiego rappresentano senz’altro un segnale importante, ma ora anche il privato è chiamato ad agire, dicono i vertici di IPL. Lo dicono ricordando che con il 76% in Alto Adige il settore privato detiene una quota significativamente maggiore dell’occupazione dipendente rispetto al settore pubblico (24%).

Guardando alle qualifiche professionali nel settore privato guarda caso si osserva che quelle più elevate hanno tendenzialmente registrato un aumento salariale maggiore rispetto a quelle più basse. Nello specifico: +15,9% per i dirigenti, +12,7% per i quadri, +11,3% per gli impiegati e solo +10,2% per gli operai.

La ricerca di IPL ricorda che il 20,3% dell’aumento del costo della vita tra il 2018 e il 2023 è dovuto principalmente alla crescita dei prezzi causata dalla crisi energetica del 2022, con un ulteriore rincaro registrato nel 2023. Un’onda lunga che non accenna a fermarsi. 

I dati relativi al 2023 non fanno che confermare le impressioni che tutti noi abbiamo avuto, gestendo le nostre finanze personali e famigliari. E con questo si conferma la crescita dello squilibrio tra coloro che fanno fatica (con le loro famiglie) a quadrare il loro bilanci e chi invece nella provincia gode di una posizione di privilegio economico, per un motivo o per l’altro. Sia esso la proprietà di immobili in affitto che la responsabilità di aziende con profitti in crescita. 

Non dobbiamo rassegnarci alla presunta normalità di questo squilibrio. Anche nel sistema Alto Adige è giusto che nella parte più dinamica del mondo del lavoro, ovvero il settore privato, riprenda un dibattito – serio – sulla necessità di sostenere i dipendenti, soprattutto quelli a basso reddito. Per evitare il boomerang costituito dall’esclusione di una fetta sempre più ampia di residenti lavoratori dall’accesso di larghe fette di beni di consumo. Stiamo parlando di beni di prima necessità, ma anche – ad esempio – della possibilità di godere di un periodo di ferie degno di questo nome. La tutela dei più deboli non può e non deve passare di moda.

Autore: Luca Sticcotti

Cogliere l’attimo

Quest’estate sta portando dei cambiamenti, in gran parte obbligati. Molti sono coloro che, se riescono ancora ad andare in ferie, in ogni caso sono costretti ad abbreviarle. Le canoniche due settimane, tradizionalmente al mare, vengono sostituite da periodi più brevi e trascorsi in modo diverso. Di necessità virtù: molti vanno in montagna oppure svolgono delle ferie itineranti utilizzando i più diversi mezzi di trasporto al di là dell’auto. Voli e autobus low cost, treni, biciclette o… le proprie gambe, se si tratta di “cammini” o pellegrinaggi. 

Al desiderio di fermare il tempo trasformandolo in un eterno presente fatto di 15 (costosissimi) giorni in spiaggia, si è sostituito il desiderio di costruirsi autonomamente un percorso fatto di momenti diversi, dedicati alla scoperta di luoghi d’arte, borghi, luoghi in cui regna la natura, momenti culturali, incontri casuali con altre persone che condividono le nostre passioni. Il percorso di scoperta si trasforma spesso nel desiderio di conoscere meglio noi stessi. Cogliendo l’attimo. 

Il “carpe diem” tratto dall’omonima ode del poeta Orazio ha una serie di vantaggi, che diventano ancora più evidenti durante le vacanze. Apprezzare ciò che si ha, condendo le proprie giornate con luoghi, tempi e incontri preziosi, aiuta inevitabilmente a stare bene, qui e ora.

Con la non trascurabile conseguenza che si mettono in pausa le preoccupazioni, ovvero il futuro negativo che quotidianamente ci prefiguriamo, con tale convinzione da farla diventare la nuova realtà virtuale in cui stentiamo a galleggiare boccheggiando. 

Apprezzare ciò che ha e si vive durante le nostre (brevi) vacanze 2025, ci può dunque riportare con i piedi per terra. Consegnandoci un benessere che, una volta tornati alla nostra routine, può avere una sua continuità. A ben vedere infatti la filosofia del cogliere l’attimo ci potrebbe accompagnare sempre, nei momenti della nostra vita. 

Gandhi esortava sempre i propri discepoli ad aver cura della pulizia della propria mente. Siamo noi ad essere responsabili della gestione dei nostri pensieri. Della “gestione”, sì, perché spesso i pensieri giungono da soli. Ma abbiamo sempre un certo margine nel cercare di allontanare quelli negativi e dare spazio a quelli più positivi. Per farlo ci sono diverse tecniche, ognuno ha la sua. 

Fare delle buone vacanze senz’altro aiuta. E un certo margine per fare in modo che siano quelle giuste per noi, ce l’abbiamo sempre.

Autore: Luca Sticcotti