Da Berlino a Cuba, con le immagini

Il giovane documentarista del Renon, Matthias Lintner, racconta cosa lo ha portato a realizzare i suoi primi due documentari. Il primo, pubblicato nel 2019, narra di una casa popolare (quasi) abbandonata nel cuore di Berlino; il secondo, che è in produzione e in attesa di ulteriori finanziamenti, uscirà il prossimo anno e collegherà l’Alto Adige con la situazione politica a Cuba. 

Matthias, dove ti sei formato?

Ho iniziato ad appassionarmi al mondo dei documentari, della sceneggiatura e della fotografia, fin da giovane, così ho deciso di iniziare l’Accademia DFFB di Berlino Ovest. Ed è proprio qui, nella ex Berlino dell’Est, che ho girato il mio primo documentario. 

Quali tematiche hai trattato?

Al tempo, ero venuto a conoscenza della presenza di una casa costruita a metà dell’Ottocento, ora di fatto abbandonata a sé stessa, riservata ai dipendenti delle ferrovie. Dunque ho scelto di andare ad abitarci per un periodo limitato, affittando regolarmente una stanza. È da considerare che il complesso aveva circa cento appartamenti e solo sette erano ufficialmente abitati. E questa struttura era nel centro di Berlino, ma nessuno se ne prendeva cura. Così ho deciso di organizzare eventi, cinema all’aperto, feste e mostre d’arte, rivitalizzando il cortile condominiale, che di fatto era diventato una discarica e le piante erano cresciute talmente tanto da diventare un bosco. Da qui è nata anche l’esigenza di raccontare ciò che stava avvenendo. 

In che senso? Su cosa hai messo il focus?

La casa è una struttura protetta in quanto edificio storico, e nessun grande investitore era ancora riuscito ad avere tutte le autorizzazioni per metterci mano. Tutti sapevano che prima o poi quel luogo sarebbe cambiato. Dunque volevo tenere traccia della storia di quel luogo, documentandola in tutti i suoi aspetti, anche quelli socialmente più difficili. 

Com’è stato accolto il documentario dalla critica?

Benissimo! L’ho presentato a CPH:DOX di Copenaghen, in diverse città della Germania e della Polonia e anche a Mosca.

Di cosa tratterà la tua prossima fatica cinematografica?

Come fatto nel primo film cercherò di raggiungere un livello di narrazione che tocchi tutto il pubblico attraverso delle esperienze mie personali. I miei film non sono informativi e oggettivi, ma il frutto di una visione soggettiva delle cose. L’obiettivo è trasformare la dimensione privata in una dimensione politica. Infatti, un mio incontro privato, con un attivista cubano per i diritti umani venuto in Alto Adige diciassette anni fa, ha dato il via a una riflessione sulla democrazia a Cuba. Tenterò di dimostrare che quel che succede lontano da noi ha influenze anche vicino a noi, anche qui in Provincia di Bolzano.

Il tuo interesse per i documentari è nato appunto quando eri giovane. Cerchi di far appassionare anche altri ragazzi?

Assolutamente! Da un film all’altro passano anche 5 anni, quindi nel mentre organizzo workshop e, d’estate, insieme a un collega, propongo ai bambini un’attività di due settimane. I piccoli registi del domani, l’anno scorso, sono riusciti a produrre un film interamente fatto da loro.

Autore: Andrea dalla Serra