Ilario Dalvit: l’artigiano – artista

Reinventarsi, trovare la passione della vita e dedicarsene a tempo pieno: è la storia di Ilario Dalvit, artigiano di Salorno che dopo aver raggiunto la pensione ha iniziato, con successo, la sua attività artistica.

“Con la scusa della pietra ollare, che ho lavorato per moltissimo tempo, avevo l’attrezzatura anche per fare le serigrafie su pietra. E allora mi sono detto: ma se potevo farle su pietra, perché non posso farle sulla carta? Mi sono appassionato, ho convertito l’attrezzatura e adesso mi dedico a fare incisioni in chiave moderna”. 

Stiamo parlando di quasi cinquant’anni d’esperienza e di tanto in tanto ancora molta voglia di fare. Di decine e decine di serate passate davanti al tecnigrafo nella bottega di via Trento a Salorno, per realizzare i propri progetti. E poi tutta la parte della messa in opera, un mattone dopo l’altro. è una storia che sottolinea il potere di reinventarsi partendo dal cosiddetto “lavoro dei sogni” quella che – oltre l’aver portato Ilario Dalvit a realizzare 1.400 stufe ad olle sparse fra Alto Adige, Trentino, buona parte del nord Italia e pure del centro nord – dopo la pensione lo ha spinto a rivedersi come artista amatoriale. 

In questo modo Dalvita ha quindi rimosso la sottile linea di confine che separa il mondo dell’arte dall’artigianato creativo di un tempo. Un vero punto di partenza, tecnicamente, e in parte creativamente, davvero fondamentale.

 “Anziché incidere una lastra di zinco o di rame, incido un materiale vinilico. È a monotipo, perché faccio una sola stampa e poi devo rifare la matrice”, racconta con molto entusiasmo e un pizzico d’orgoglio, per un’attività che gli sta portandogli parecchie soddisfazioni. “Tra non molto esporrò a Castelfranco Veneto – rivela -. Però ho già fatto diverse mostre fra Bolzano, Laives, Salorno, Roverè della Luna”.

Della sua professione di artigiano e restauratore di stufe ad olle, che ricordi conserva? 

Era il 1978 quando con un signore della Val di Non che conoscevo ci siamo messi in società. A quel tempo avevamo un negozio di pavimenti e rivestimenti. Dopo mi è scattata una molla ed ho iniziato ad interessarmi e coltivare la passione per le stufe. Sono andato a fare dei corsi con dei maestri tedeschi e poi, assieme a mia moglie, sono andato avanti su quella via fino alla pensione nel 2015. 

Ha sempre lavorato da solo?

Dal novanta al duemila con mio fratello, che era artigiano, poi sì… sempre da solo.

E riusciva a stare dietro a tutto?

Tutto! Le famose 35 – 36 ore settimanali, il mercoledì a mezzogiorno erano già fatte. Partivo alle 6.30 del mattino con il furgone carico e tornavo la sera verso le 19. Il tempo di fare la doccia, cenare e poi giù in laboratorio a creare.

Lei è sposato ed ha due figli. Qualcuno di loro ha mai seguito le sue orme?

Mia figlia durante le vacanze mi seguiva volentieri. A lei piaceva tagliare, fare la malta, si metteva una tuta da lavoro e via. Ma per una ragazza, oggi una donna, è un lavoro pesante, altrimenti le sarebbe ben piaciuto.

Cosa le piaceva maggiormente della sua professione?

Fare la stufa, dsbizzarrendomi a disegnarla, partendo da un triangolo per arrivare ad un tondo e poi via a giocare con le forme.

Quale la richiesta più particolare che ha ricevuto? 

Una stufa barocca in Val di Non e una stufa modello nuovo a Sfruz, tutta dipinta con motivi floreali e vegetali.

E se un giovane volesse intraprendere questo mestiere?

Sarebbe bellissimo! Costruire con le proprie mani un manufatto che riscalda è il massimo che si può dare in fatto di creatività. Però, oggigiorno, c’è troppa burocrazia, carte, quando i primi anni bastava una stretta di mano, si combinava e via. Poi è anche un lavoro molto delicato e costoso, che richiede molta manualità, creatività e una bella responsabilità.

Si tratta di un mercato ancora aperto?

C’è stato un periodo di calo anni fa, ma adesso vedo che con il caro energia c’è un boom interessante. Molte famiglie preferiscono scaldare a legna, investendo su questi manufatti. È senz’altro più conveniente.

Autore: Daniele Bebber