La “meteora Malaparte” a Merano

Curzio Malaparte, al secolo Kurt Erich Suckert (1898-1957), scrittore, giornalista e diplomatico italiano, trascorse un’esistenza in costante movimento: ora a Roma al fianco del Duce, poi come inviato speciale in Etiopia, in seguito in veste di capitano sul fronte orientale durante la seconda guerra mondiale, infine in Russia e in Cina, dove intervistò Mao Zedong. I più ignorano che, prima che la sua carriera si avviasse, Malaparte passò alcuni mesi a Merano, dove la sua strada si intrecciò, seppur brevemente, con le vicende politiche della neonata realtà altoatesina.

Curzio Malaparte fu uomo dai mille volti; ora fascista, ora al confino come nemico del Partito, intimo amico di Galeazzo Ciano — stretto collaboratore e genero di Benito Mussolini —, a varie riprese assurto nelle grazie di quest’ultimo e subito ricaduto nel più torbido sospetto. Tra tutte, scrisse Kaputt e La pelle, due grandi opere sulla guerra, per lungo tempo trascurate dai programmi scolastici e universitari. La prima ha luogo principalmente sul fronte orientale durante lo svolgimento del conflitto; la seconda comincia con la liberazione-occupazione di Napoli da parte degli americani. Entrambe narrano un periodo complesso, nel quale l’umanità si fa strada tra orrori e atrocità profondamente umane per sbocciare in tutta la sua oscena bellezza.

Pochi sanno che la “meteora Malaparte” passò anche nel cielo altoatesino. Ce lo rivelano la sua biografia L’Arcitaliano realizzata da Giordano Bruno Guerri nel 1980 e un saggio di Gianni Faustini del 1981 per la Fondazione Bruno Kessler.

È il 22 novembre 1924: l’Alto Adige ha assunto ufficialmente questo nome solo da un anno, in seguito all’imposizione da parte di Ettore Tolomei, quando Malaparte viene nominato segretario del Fascio di Merano, restandolo per pochi mesi, fino allo scioglimento del 28 gennaio 1925. Da un lato, la speranza del Partito è quella di rinvigorire il fascismo in una regione nella quale non sembra attecchire, favorendo l’italianizzazione e creando una sorta di ‘laboratorio ideologico’. Difatti, Malaparte è perfetto per questo ruolo, in quanto era stato fondatore dei Fasci autonomi toscani e direttore del giornale La conquista dello Stato. D’altra parte, pare che la reale ragione di questa breve permanenza nelle estreme province della nazione sia da attribuire a un attrito con Mussolini, risultante in quello che si rivela essere a tutti gli effetti un primo, timido, confino. Questo dissapore tra i due era stato causato da un articolo nel quale Malaparte aveva invocato la sconfitta del liberalismo, pretendendo dal Duce l’attuazione della volontà rivoluzionaria o la presentazione delle dimissioni — volontà in seguito realizzata con le leggi fascistissime. Inoltre, Malaparte è una figura troppo compromettente per poter restare a Roma: sono, infatti, i mesi dell’assassinio di Matteotti, e Malaparte è uno dei fascisti più radicali del partito, tanto da testimoniare a processo a favore degli squadristi, arrivando persino a depistarne le indagini. Nella biografia viene definita come una delle pagine più buie e vergognose della vita dell’autore: sebbene in seguito passerà alla storia per il suo proverbiale camaleontismo, tanto da portarlo a posizioni avverse al nazi-fascismo e all’esilio a Lipari, Malaparte vive in questo periodo la sua fase più radicale. Ciò si applica anche al contesto altoatesino. Per esempio, definisce la politica della regione come “inqualificabile” e non sufficientemente tesa all’italianizzazione delle proprietà tedesche, desiderando l’estensione della confisca dei beni degli ex nemici voluta dai provvedimenti di Tolomei. 

L’operato di Malaparte non sortisce alcun risultato: alla fine del suo mandato, i fascisti iscritti sono poche decine e sono osteggiati dalla maggioranza della popolazione, sia tedesca che italiana. Il fugace passaggio della “meteora Malaparte” non ha dunque lasciato nulla sul territorio altoatesino, se non un effimero strascico di luce.

Autore: Tommaso Calamaro