Nuova vita per il castello di Salorno

La passione per il proprio territorio può diventare un motore di rinascita e condivisione. Lo dimostrano i tre lunghi anni di scavi, studio e dedizione spesi dai tredici volontari dell’associazione Haderburg, che ha da poco inaugurato ufficialmente la cisterna medievale dell’omonimo Castello a Salorno.

// Di Daniele Bebber

Si tratta di un gioiello architettonico che poco alla volta sta restituendo alla comunità di Salorno interessanti pezzi di storia. Una storia che viene narrata fra le colonne di questo giornale nell’approfondimento a pagina 18, fra l’altro.

Parlando dell’iniziativa di recupero della cisterna, questa è partita quasi per caso dall’idea di Michele Girardi, membro dell’associazione, diventando uno dei recuperi più significativi nel patrimonio locale. 

“È un po’ imbarazzante dirlo – racconta – ma sì, l’idea è nata da me. Quando sono entrato nell’associazione, alcuni anni fa, ho sentito di dover dare un contributo più concreto alla cura del castello, perché c’era tanto da scoprire e valorizzare.” Il progetto ha preso chiaramente forma e vigore da un non scontato entusiasmo collettivo, volto a riportare alla luce un qualcosa risalente alla metà del XII secolo, epoca coeva alla fondazione del castello stesso. 

“Da ragazzino mi ero calato lì sotto e sapevo che c’era qualcosa di speciale. Nessuno ne conosceva davvero le dimensioni o lo stato perché all’epoca era piena di materiale. Per me era chiaro, quella cisterna meritava d’essere riportata alla luce.” Con il supporto della Sovrintendenza ai Beni Culturali, in particolare della dottoressa Dalla Torre, è arrivato quindi il via libera ufficiale. Si è trattato di una fiducia rara, concessa a un gruppo di volontari per svolgere direttamente i lavori sotto la supervisione di un archeologo. A quel punto è stata avviata la “macchina del recupero”: attrezzi prestati da cittadini, materiali acquistati di tasca propria, o costruiti artigianalmente, e l’indispensabile aiuto dei Vigili del fuoco di Salorno per lo svuotamento iniziale. 

“Il lavoro è stato immenso. Ogni sabato e domenica, per tre anni consecutivi, ci siamo calati nella cisterna raccogliendo e setacciando oltre 30 metri cubi di materiale, pari a circa 5-6 tonnellate – racconta Girardi -. Pensavamo di avere sotto un metro di detriti, invece erano due e mezzo. Questo ha allungato i tempi, ma non ha mai spento l’entusiasmo.” 

Il 14 settembre dell’anno scorso è stato estratto l’ultimo secchio. Da quel momento si è aperta la seconda fase, quella volta a rendere la cisterna fruibile al pubblico. Non potendola mantenere asciutta, la scelta è ricaduta sulla progettazione di una pedana in acciaio a metà altezza, che consente ai visitatori d’ammirarla nel suo stato naturale, pian piano anche con l’acqua a riempire, un po’ come accadeva nei tempi antichi. La nuova struttura, interamente progettata da Michele Girardi è stata trasportata in quota con l’elicottero. “È stato il progetto più bello che abbiamo vissuto nel nostro mondo associativo. Un progetto che ci ha uniti così tanto che non abbiamo mai avuto un conflitto. Questo ci dà forza per guardare avanti”. 

Fondamentale è stato il sostegno della comunità: “Chiunque abbiamo interpellato ci ha dato una mano – continua –  ad esempio Aldo Larger, falegname per hobby, ci ha costruito quattro setacci. Anche alcuni ragazzi sono venuti con i genitori ed hanno vissuto un’esperienza senz’altro unica, educativa e coinvolgente”. Guardando al domani, l’associazione Haderburg ha delle idee in cantiere, “progetti ambiziosi, impegnativi anche dal punto di vista economico, ma non ci spaventano”. Nel frattempo, il pensiero va alla possibilità di coinvolgere nuovi volontari, soprattutto tra i più giovani, strutturandosi meglio sul piano comunicativo, con una presenza più attiva sui social e con la realizzazione di un sito internet. 

E il castello? 

“Attrae molti visitatori, ma sono più i turisti che non i salurneri a visitarlo. Quindi invitiamo tutti, specialmente i nostri concittadini, a scoprire e vivere questo luogo, simbolo della nostra storia e identità”.

INTERVISTA ALLA BARONESSA ALBRIZZI

La storia del Castello di Salorno si intreccia profondamente con quella della famiglia Albrizzi, proprietaria da secoli. A raccontarlo in sintesi è la baronessa Elisabetta Ruben Albrizzi. “La nostra famiglia è arrivata in questo castello quando abbiamo ottenuto il feudo – racconta la baronessa -. Fu assegnato ai miei antenati, gli Zenobio, patrizi veronesi che erano al tempo stesso nobiltà veneta e asburgica. Avevano concesso prestiti agli Asburgo, che in cambio affidarono loro un ampio territorio, da Lavis a Salorno, fino a Montagna, dove ancora oggi siamo presenti”. Nel 1648, il feudo passò dunque alla famiglia Zenobio e successivamente agli Albrizzi, di cui la baronessa fa parte. Il castello, un tempo presidio militare, era già in disuso nel Seicento, racconta la storia, ma ha continuato a rientrare nei diritti feudali rimanendo legato ai passaggi strategici sull’Adige. “Negli anni Duemila il castello mostrava gravi segni di instabilità – ricorda -. Fu mio padre a intervenire, avviando un’opera di consolidamento delle mura. Si innamorò tanto dell’idea di restituire questo luogo alla collettività. Da lì partì il progetto di restauro, iniziato nel 2000 e concluso nel 2003”.

Cosa significa oggi essere proprietari di un castello? 

Nel nostro caso parliamo di un rudere. Non è abitabile e questo rende le cose più complesse. È un grande onere, ma anche un grande onore. Sentiamo il peso e il dovere di custodirlo e valorizzarlo, proprio come ha fatto nostro padre.

Siete gli unici in zona a possedere un castello? 

Certamente il nostro è tra i pochi ad essere ancora in mani private. Noi però non risiediamo in zona, viviamo a Venezia e veniamo soprattutto d’estate.

Com’è il rapporto con l’Associazione Haderburg? 

Qualcosa di magico. Li ammiro profondamente. Hanno iniziato come un piccolo gruppo e oggi sono una realtà solida, mossa da una passione autentica. Collaboriamo attivamente e loro ci supportano in modo eccezionale con progetti concreti, idee e un grande spirito di dedizione.

Conserva qui qualche ricordo d’infanzia?

Da bambina venivo spesso in questo castello, era abbandonato a tal punto che non c’era quasi la strada d’accesso, ma si giocava ugualmente. Era un luogo di avventure e immaginazione.

Adesso sono i suoi figli a vivere quel legame con la storia… 

Anche loro stanno iniziando a comprendere cosa significhi avere un bene così importante. È qualcosa che si capisce con il tempo. Vedi l’impegno che comporta, ma anche il valore che rappresenta e spero che abbiano anche loro lo stesso sentimento di responsabilità e amore che abbiamo ricevuto noi.

Autore: Daniele Bebber