A caccia di super-terre

In questo numero incontriamo una giovane studiosa bolzanina specializzata in astrofisica. Dopo essersi formata in Italia, Claudia Danti ora sta svolgendo un dottorato di ricerca in Danimarca, dove si occupa in particolare dello studio dei grandi pianeti che si trovano in altri sistemi solari. 

Claudia Danti è un’astrofisica bolzanina. Si è laureata Fisica per la triennale e in Astrofisica e Cosmologia per quanto riguarda la magistrale; ora sta perseguendo un dottorato di ricerca a Copenhagen. La curiosità è una caratteristica che ha sempre avuto, portandola a essere affascinata dalla conoscenza e a essere desiderosa di imparare sempre di più.

L’INTERVISTA

Perché hai scelto questo ambito di studi?

Sin da piccola sono stata affascinata dalle stelle e dall’universo, sommergevo sempre mia nonna di domande a riguardo e le mie storie preferite erano quelle di avventure nello spazio inventate da mia madre.

Di cosa tratti nella tua ricerca?

La principale domanda che cerco di rispondere è perché il nostro sistema solare ha questa specifica architettura. Le nostre osservazioni sugli esopianeti — pianeti che orbitano attorno a stelle diverse dal Sole — mostrano che circa il 50% sono super-Terre: pianeti più grandi della Terra a distanze simili dalla loro stella. Al contrario, nel nostro Sistema Solare ci sono solo quattro pianeti rocciosi, e la Terra è il più grande. Ci chiediamo quindi se l’assenza di super-Terre sia legata alla presenza di Giove, che potrebbe aver sottratto materiale utile alla formazione di pianeti più grandi. La formazione dei pianeti è una teoria complessa che dipende da moltissimi fattori, io mi concentro su alcuni di essi studiando approfonditamente alcuni meccanismi, contribuendo al mio ambito confermando o meno se essi possono dare i risultati che osserviamo con i nostri telescopi. Si tratta di aggiungere dei pezzi di conoscenza a uno sforzo collettivo molto più grande.

Ritieni che il gender gap sia ancora presente nel tuo ambito?

Purtroppo la situazione è ancora lontana dalla parità. Nonostante gli sforzi per includere le donne nella scienza e incoraggiare le ragazze verso le materie STEM, la disparità resta evidente. Ad esempio, le donne sono più numerose degli uomini nei corsi universitari e di dottorato, ma salendo a posizioni superiori il trend si inverte, fino a essere drammaticamente sbilanciato quando si parla di professori universitari. La discriminazione esiste e spesso dalle donne ci si aspetta di più. È una generalizzazione, certo, ma le eccezioni non cambiano la tendenza. La differenza culturale tra Italia e Danimarca si sente: qui ci sono più iniziative per affrontare il problema, ma i doppi standard persistono, anche se più sottili. Per fortuna, nel mio gruppo di ricerca la situazione è positiva. Tuttavia, confrontandomi con altri colleghi, è chiaro che c’è ancora molta strada da fare per raggiungere una vera parità.

Cosa significa concretamente fare ricerca in astrofisica?

I teorici come me di solito passano il tempo a scrivere codici per fare simulazioni numeriche di processi fisici; passo la maggior parte del tempo a programmare il mio codice che mi permette di lanciare simulazioni di sistemi planetari per poi analizzarle. Una parte del lavoro è rimanere aggiornati sui lavori di altri gruppi di ricerca per evitare di fare le stesse cose e contribuire in modo significativo alla ricerca.

Qual è la parte del tuo lavoro che ti mette più alla prova?

Cercare di trovare un senso fisico ai risultati delle mie simulazioni quando mi trovo davanti qualcosa che non mi aspettavo. Prima di lanciare le simulazioni, basandomi sulle mie conoscenze, ho un’idea di quello che potrebbe risultare e spesso non ci sono troppe differenze, ma talvolta capita che, variando qualche parametro, i risultati cambino drasticamente e lì c’è il vero sforzo di un astrofisico teorico: cercare di mettere insieme il puzzle e capire come mai vediamo quello che vediamo. 

Come cambia il modo di vedere la realtà quando si studia l’universo?

Nel quotidiano, come scienziato, sei così concentrato sul tuo piccolo pezzo di ricerca e così abituato a trattare questo tema che non ci pensi veramente troppo. Poi ci sono quei momenti, quando, a una conferenza circondata da centinaia di persone brillanti che presentano la loro ricerca hai degli istanti di totale meraviglia e rimani affascinata da quanto siamo in grado di capire di un universo così vasto pur essendo così insignificanti se comparati su scala astronomica. In quei momenti si ti senti molto piccola, sono dei bellissimi momenti: pur essendo un tassello minuscolo nell’universo abbiamo la possibilità di investigarlo e scoprirlo ed è assolutamente magico!

Autrice: Anna Michelazzi