Per meglio comprendere il suo lavoro di designer, il nostro giornale ha incontrato la bolzanina Patrizia Bertolini.
Nemo propheta in patria. Espressione più che azzeccata, considerate le mille difficoltà riscontrate da Patrizia Bertolini per far emergere i suoi talenti a Bolzano. In quasi 30 anni di attività, Bertolini è un nome conosciuto nel mondo del design di arredo, ha firmato diversi mobili, eppure a Bolzano fatica a vedere riconosciuto il suo valore. Basti pensare che, per fare un lavoro attinente alle sue competenze, deve spostarsi regolarmente a Pordenone per insegnare nella sede distaccata della Università ISIA Roma Design.
Ma anche a Bolzano l’artista ha i suoi estimatori, come per esempio la gallerista Antonella Cattani, che ha recentemente deciso di esporre le sue opere recenti all’interno della mostra “Home Breaking Boundaries”, che inaugura venerdì 17 novembre alle ore 18 nella galleria di via Catinaccio 1/A a Bolzano (ingresso libero e gratuito). Dal testo di presentazione, apprendiamo che la mostra è un invito a rompere i confini tra le discipline Arte e Design. “La mostra sancisce l’idea del progetto di interni che si confronta con l’opera d’arte, indicando questo dialogo come un metodo per la scoperta di linguaggi nuovi”.
“Sono una designer che lavora soprattutto nel mondo dell’arredo. Mi piace e mi diverte disegnare. Il tema è quello della casa, una passione che devo a Bruno Munari, di cui ho letto tutti i libri”.
Patrizia Bertolini, si sente più artista o artigiana?
Mi sento più artigiana.
Con che materiali lavora?
Con la testa (ride). Ho cominciato negli anni ‘90 insieme a Christoph Burtscher: lui era un artigiano e realizzavamo insieme mobili firmandoci come Burtscher e Bertolini. Avevamo scelto Vienna come nostra base operativa. Seguivamo tutto, dall’ideazione fino alla produzione e la nostra era a tutti gli effetti una autoproduzione. In quegli anni siamo stati tra i primi a cercare e trovare il contatto con altri artigiani, una cosa che a partire dagli anni 2000 ha cominciato a prendere piede ed ora è diventata una pratica usuale. Intorno al 2005, poi, ho collaborato con Christian Mitterdorfer, ma da allora sono passati quasi 20 anni. Se all’inizio la mia ricerca ruotava intorno al legno, ora il materiale con cui lavoro è il ferro. Mi piace molto il minimalismo, amo togliere tutto il superfluo dagli oggetti, ed ogni progetto diventa una sfida tecnica, dovendo comunque gli oggetti mantenere una propria funzione. Per i miei ultimi lavori, sto collaborando con un fabbro di Bolzano, Paolo Mancabelli.
Per capire meglio questa affermazione, ci giunge nuovamente in soccorso il testo di Antonella Cattani: “Per realizzare le linee costruttive di tavoli, sedie, letto e altri elementi, è stato utilizzato intenzionalmente un materiale come il tondino di ferro, che attraverso una linea curvea ritorta su sé stessa, compone gli elementi”.
Che materiale usa per le sue opere?
Con la mia nuova collezione arrivo ad un punto estremo della mia ricerca sia dal punto di vista formale che tecnico, considerato che utilizzo il minimo materiale possibile, con il minimo volume possibile.
Che effetto fa, da artigiana quale si considera, essere stata contattata da una gallerista?
L’effetto è senz’altro piacevole, anche se molto particolare. In galleria esporrò degli elementi d’arredo che sono in dialogo anche con delle opere che stanno alle pareti o nello spazio della galleria, e questa è comunque per me una novità. Inoltre cambiando il pubblico, cambia anche quello che le persone si aspettano dalle cose esposte. Si tratta di una differenza che si manifesta soprattutto a livello mentale.
Autore: Till Antonio Mola